Tesi di Gabriele Olivieri
 
 

L’anziano nell’istituto:una realtà sempre in crescita. Aspetti e riflessioni del contesto attuale.

Di Gabriele Olivieri

Università degli Studi di Genova - Facoltà di Scienze della Formazione

Anno Accademico 2002/03.


Indice.

 

Introduzione.    

 

1 Situazione demografica: il quadro nazionale. 

1-1 Situazione sulla fecondità e sulla mortalità.  

1-2 Scorcio panoramico sull’Europa e in Italia sull’invecchiamento della popolazione. Differenze tra nord e sud.      

1-3 La crescente femminilizzazione, invecchiare cambia in base al sesso. Reinventare i ruoli.     

1-4 L’apporto dell'immigrazione straniera: una sfida.           

1-5 La capacità di generare.                        

1-6 L’autosufficienza e la non autosufficienza.          

1-7 Politiche per anziani non autosufficienti. 

 

 2 Psicologia della terza età.                                                               

 2-1 Le teorie psicologiche sull’invecchiamento.    

2-2 Il pensionamento, la malattia, il lutto, la morte.         

2-3 Patologie mentali della terza età. 

 

 3 L’approccio pedagogico con l’anziano istituzionalizzato.         

3-1 Cenni storici.           

3-2 Cura, sostegno, dipendenza.                  

3-3 Ottimizzazione dei luoghi di cura e dell’organizzazione.           

3-4 Partecipazione e diritti degli anziani e dei loro parenti.               

3-5 Avere dei progetti per il futuro: una risorsa per l’anziano.            

3-6 Le difficoltà del lavoro sociale con l’anziano.           

3-7 L’uso delle storie di vita con il paziente anziano:la terapia dei costrutti.          

3-8 Il metodo Validation.                   

3-9 La Reality Orientation Therapy ( Rot ).               

3-10 I ruoli delle figure professionali.     

 

Conclusioni.            

  

Bibliografia.                                              


Introduzione.

 

La scelta di un argomento per una tesi di laurea non è mai facile: ho pensato a svariati temi.

Dopo aver riflettuto ha comunque prevalso la passione per il lavoro che svolgo: sono addetto all’assistenza in una Residenza Protetta per Anziani, e precisamente all’Istituto Domenico Trincheri di Albenga e ho così scelto di parlare dell'anziano.

Sebbene io non svolga mansioni prettamente educative o riabilitative, ma bensì effettui attività più assistenziali, sta emergendo sempre più prepotentemente la stretta connessione tra le due attività e conseguentemente l’interazione tra l’educazione e l’assistenza.

E’ evidente la difficoltà: è una sfida continua, ma fin dove arriva l’assistenza dovuta all’anziano e dove invece comincia la sfida è indubbiamente difficile stabilirlo.

E’ uno sfidare di continuo l’impasse che è sicuramente biologicamente determinata, ma anche influenzata dai nostri pregiudizi e dai nostri stili di vita sempre all’insegna dell’efficienza e nella perversa quantificazione della nostra vita a punteggio, la quale è determinata da ciò che riusciamo a fare in una giornata di lavoro e nella vita, da ciò che possediamo e che ostentiamo fra le pieghe della nostra vuota essenza, nell’aridità del nostro vivere quotidiano che descrisse in maniera così esemplare Eugenio Montale nei suoi celebri versi.

La persona anziana con i suoi problemi di salute fisica e psichica, con tutti quei limiti che non vogliamo vedere riempiendo la nostra vita di impegni infiniti, ci pone davanti una realtà assai complessa: essa affronta una vita cadenzata dall’inattività, dall’oblio e dall’attesa della morte.

Ciò non può certo non spaventare, ma ci allontana dalla consapevolezza della morte e impedisce conseguentemente di potervisi preparare in modo adeguato.

Della morte ne parlano Amoretti e Ratti[1], essi scrivono che in Occidente gli atteggiamenti verso la morte, in altre epoche storiche erano diversi da quelli odierni, nel Medioevo era un evento che poteva colpire chiunque a qualsiasi età, mentre attualmente con l'allungarsi della vita media e con la filosofia volta al successo e alla necessità di essere e mostrarsi felici oltre a moltiplicare le diagnosi di depressione, sviluppa un rifiuto più o meno consapevole della morte.

Per questo motivo vi è allora un allontanamento da coloro che ci mostrano questa realtà, i quali possono essere malati terminali, o soprattutto gli individui anziani.

Mentre invece possiamo formulare che la condizione degli anziani rappresenta la cartina di tornasole della qualità di vita della nostra società[2].

Mi sembra evidente che in proporzione a come noi consideriamo e stimiamo il nostro passato e la nostra storia, potremo poi vivere con maggiore consapevolezza il nostro presente e il nostro futuro.

La nostra storia sono loro, le persone che hanno vissuto in altre epoche, in altri contesti.

Si evidenzia allora la loro importanza, quello che possono dare a noi tutti e alle generazioni future: gli anziani sono dunque visti come una grande risorsa.

Noi tutti sappiamo che l’Europa è ormai una popolazione anziana, e in Italia è la Liguria la regione che evidenzia maggiormente una situazione ormai cronica di nascite e di diminuzione della mortalità, nel contempo sorgono problemi sociali ed economici su come affrontare con adeguate politiche questi nodi cruciali, che vanno inevitabilmente a ripercuotersi sullo stato sociale, sulla questione delle pensioni e dell’assistenza sanitaria, soprattutto nei casi sempre maggiori di ultraottantenni con problemi relativi alla non autosufficienza.

Con questa opera non ho certo la pretesa di argomentare in modo definitivo una tematica così difficile e controversa, ma credo che possa servire da stimolo e dare un contributo ulteriore al grande dibattito sviluppatosi negli ultimi decenni, e generare così ulteriori riflessioni.

I limiti di questa tesi credo siano molti, soprattutto per un argomento così vasto, ma ritengo che sia importante valorizzare la memoria e l’esperienza degli anziani, perché la loro vita possa avere ancora delle aspettative e delle soddisfazioni e nello stesso tempo essi lascino un segno indelebile del loro passaggio, perché i loro sacrifici non siano stati invano e come afferma Pierpaolo Donati[3], possano generare una identità storica, cioè dare un senso di continuità generazionale verso gli altri e si vivano con apertura spirituale e culturale con impegni e azioni concrete, in altri termini possano trasmettere la loro esperienza e la loro saggezza, e vi sia quindi un proseguimento di tutto ciò che dovrebbe ancora diventare parte integrante di noi e da cui potremmo attingere in ogni momento della nostra vita.

Va da se che l’emarginazione dell’anziano è deleteria in ogni sua forma, ed è di primaria importanza quindi valorizzare e reinserire nel contesto sociale ogni persona che possa collaborare attivamente, lo sforzo educativo è proprio questo: educere, cioè tirar fuori da ogni persona ciò che ha dentro, e far sì che ogni individuo sia una risorsa e dia il meglio di sé.

Sono consapevole del fatto che nei capitoli successivi tratterò alcuni temi che certamente non saranno affrontati in modo esaustivo, d’altro canto non ho certo la presunzione di scrivere un manuale per operatori sociali, su un argomento così complesso, in cui poi è impossibile standardizzare gli individui e ogni caso è a sé.

Ritengo anche di notevole complessità delimitarne i confini sociologici, psicologici e pedagogici per via dell’interdipendenza di queste discipline, è solo quindi relativamente possibile isolare i vari aspetti, e là dove ritengo si possa ci ho provato, sperando di essere riuscito nel mio intento.


1 Situazione demografica: il quadro nazionale.

 

1-1 Situazione sulla fecondità e sulla mortalità.

La situazione della fecondità e della mortalità sta cambiando notevolmente, come affermano Sergio Pasquinelli e Michela Barbot[4], essi affermano che l’immagine della piramide usata dai demografi da molto tempo, che rappresentava la struttura della popolazione, si è capovolta, ossia che quella che allora era la base che rappresentava le nascite, attualmente sia diventata più esigua e di conseguenza la punta che allora rappresentava i pochi sopravvissuti al sopravanzare dell’età, è invece aumentata fino a diventare grande come la precedente base della piramide, la quale è rovesciata quindi per rappresentare l’aumento della senilità.

Domitia Mazzi nel secondo rapporto sugli anziani in Italia[5], sostiene che si è affermata la teoria della “transazione demografica” da parte dei demografi, che indica il passaggio da una fase caratterizzata da alta natalità e alta mortalità ad una fase in cui declina la mortalità, si allunga la vita e si riduce la fecondità.

Negli ultimi due secoli la popolazione europea si è moltiplicata per quattro, la speranza di vita è passata da 25-35 anni a75-80 anni, e il numero di figli per donna è diminuito da 5 a meno di 2.

Globalmente natalità e mortalità, sono scesi da valori del 30-40 % a valori del 10 %.

Oggi la vita media è di 78 anni per ogni individuo, o più precisamente 75,8 per gli uomini e 82 anni per le donne.

L’insieme dei paesi europei si colloca ai livelli più bassi del mondo per quel che riguarda la fecondità, le coppie del nord Europa si scriveva fanno più figli al di fuori del vincolo matrimoniale, mentre nell’area mediterranea si mantengono le scelte procreative entro il matrimonio.

Mary Marshall[6], scrive che il ventesimo secolo inizia con una forte natalità, ma le famiglie perdevano per strada alcuni dei loro figli, verso la fine del diciannovesimo secolo tuttavia aumentarono sempre di più coloro che sopravvissero, anche a seguito della canalizzazione delle acque nere, delle vaccinazioni contro alcune malattie, della migliore alimentazione e del controllo della potabilità dell’acqua.

L’autrice sostiene che non è corretto affermare che la gente vive più a lungo grazie alla medicina, perché si può prolungare l’esistenza, ma solo per qualche mese, mentre le aspettative di vita sono dovute, sempre secondo l’autrice soprattutto perché la maggior parte degli anziani è sopravvissuta alle malattie e alle infezioni dell’infanzia.

Nel 900 il tasso di mortalità sale soprattutto tra il 1914 e il 1919 a causa della Prima Guerra Mondiale e dell’epidemia di spagnola che dilagò nell’immediato dopoguerra, il tasso di natalità invece rimase basso dal dopoguerra agli anni trenta, comunque per la Marshall, la popolazione anziana così numerosa attualmente è dovuta alla elevata natalità dell’inizio del secolo.

Nonostante al momento sia aumentata la vita media, si eleva però anche la condizione di solitudine, disabilità e disagio economico, così a Genova vi sono circa trentamila anziani a rischio, cioè circa poco meno del 5% della popolazione, questo è quello che emerge da una denuncia di un cartello di associazioni operanti nel campo sociale, firmato grazie alla comunità di Sant’Egidio, inoltre gli over 75 sono circa il 12% della popolazione ed il 50% circa degli anziani totali[7].

Anche in tutte le altre città italiane, tra i fattori che denotano povertà figurano oltre alle famiglie numerose, i bassi livelli di istruzione e la disoccupazione anche la presenza di anziani o l’anziano solo[8].

Per quanto riguarda la provincia ligure di Savona le cause del processo di invecchiamento[9], assumono un connotato del tutto particolare caratterizzato da più elevati tassi di mortalità e più bassi tassi di natalità, con una forte diminuzione della classe giovanile, che fa riflettere all’opposto su quanti saranno gli anziani nei prossimi vent’anni, questo tenendo conto anche del miglioramento delle condizioni di vita e dei progressi scientifici in campo geriatrico.

In questo senso diventa prioritario un intervento pubblico per realizzare strutture adeguate, formare personale e sviluppare politiche in grado di rispondere a nuove e differenti esigenze di assistenza.

Ad ogni modo si evidenzia anche il fattore dell’istruzione, per cui gli anziani sono meno istruiti e meno ricchi del resto della popolazione, anche se però nei periodi attuali gli anziani sono comunque più istruiti di quelli di ieri.

Nel 1981, sempre nella provincia di Savona, solo il 5,7% possedeva un diploma di scuola media superiore a fronte di un 76,8%con titolo di scuola elementare, nel 1991 i diplomati superiori ai 65 anni aumentano al 6,10%, e si riduce il numero di chi è in possesso della sola licenza elementare al 60,6%.

Gli elevati tassi di scolarizzazione sviluppatosi negli anni 70 e 80, fanno ipotizzare che le previsioni del 2024 apporteranno sostanziali modifiche migliorando decisamente le condizioni dell’istruzione, la conoscenza e la prevenzione sullo stato di salute.

Per quanto riguarda il depauperamento e l’invecchiamento demografico, in provincia di Savona il decremento della popolazione inizia nella seconda metà degli anni 70 e raggiunge la massima intensità nel decennio successivo in cui si registra una perdita del 4,38% della popolazione su tutto il territorio.

Durante gli anni 90 continua il depauperamento in particolare modo nell’asse costiero.

In questo documento si evidenzia come nel 1999, la provincia di Savona assuma la seconda posizione nella graduatoria decrescente calcolata sulla base di un tasso di mortalità fra tutte le province del nord-ovest e la terza posizione in quella crescente calcolata sulla base del tasso di mortalità in Italia.

La progressiva erosione nella popolazione residente ha comportato una diminuzione delle classi d’età con potenziale riproduttivo, per contro è invece evidente l’incremento progressivo degli ultrassessantacinquenni.

 

1-2 Scorcio panoramico sull’Europa e sull’Italia, sull’invecchiamento della popolazione. Differenze fra nord e sud.

 

Come ho affermato precedentemente sia l’Europa che l’Italia si trovano in una fase di forte invecchiamento, la sproporzione tra bambini e anziani è rappresentata dall’indice di vecchiaia che mette in relazione il numero di anziani ogni cento bambini di 0-14 anni.

Confrontando l’Italia con le altre nazioni emerge la particolarità del caso italiano, nell'anno 2000 si ha una percentuale di ben 109 anziani ogni 100 bambini[10].

Importante è anche il rapporto tra le persone in età lavorativa (15-64 anni) e quelle in età di pensionamento (65 e più) calcolato dall’indice di dipendenza anziani, quest’ultimo è importante ai fini economici e sociali.

Nel 2000 la proporzione fa contare 22,9 anziani ogni 100 individui in età lavorativa, l’Italia e la Svezia, detengono il primato: in questi paesi in previsione di un ulteriore forte calo di natalità, nel 2040 gli anziani potrebbero superare gli adulti in età lavorativa, aumentando le problematiche per le coperture pensionistiche che già sono presenti.

C’è inoltre da tenere presente che ancora oggi in nessun paese Europeo il numero degli anziani è superiore a quello dei giovani, tranne che in Italia, dove è già accaduto da anni.

L’incidenza maggiore degli ultrassessantacinquenni si riscontra in Liguria con il 24,7% sulla popolazione complessiva, ed ancora è sempre la Liguria ad avere il rapporto più sbilanciato fra giovani ed anziani, qui nell'anno 2000 si contavano per ogni 100 bambini di 0-14 anni, 237 anziani, la Campania invece ha l’indice di vecchiaia più basso(70,5%).

Anche nell’indice di dipendenza anziani, cioè l’indice che calcola il rapporto tra persone in età lavorativa e persone in età di pensionamento sono sempre la Liguria e la Campania ad emergere per l’indice più alto(38% la prima), e per quello più basso(20,2% la seconda).

Come si vede vi è differenza riscontrabile tra il nord ed il sud.

Mentre al centro nord ad esempio si ha un rapporto di natalità di un figlio ogni donna, nel mezzogiorno si manifesta un livello più alto, l’1,4 per ogni donna.

Anche per i tassi di sopravvivenza si registrano differenze significative, secondo le statistiche le regioni del nord est e del centro sono favorite rispetto a quelle del nord ovest e del mezzogiorno .

Isa Ferraguti[11]sosteneva che nel complesso l’invecchiamento era più marcato a nord mentre nel mezzogiorno era ancora forte il ricambio intergenerazionale.

La provincia di Savona in Liguria da un documento redatto dal settore delle politiche del lavoro e sociali[12], risulta essere collocata in terza posizione nella graduatoria decrescente di tutte le province dell’Italia nord occidentale calcolata sulla base dell’indice di vecchiaia.

Non solo la provincia di Savona registra le presenze più elevate di popolazione anziana, ma risulta essere altresì la zona in cui la velocità del mutamento verso una società anziana risulta maggiore.

Secondo gli autori del Rapporto “Relazione Biennale al Parlamento sulla condizione dell’anziano 1998-99”, se collochiamo l’Italia in un contesto internazionale si nota subito come il nostro paese si trovi al primo posto nel processo di invecchiamento, al quale peraltro nessuna regione può sfuggire, a livello regionale emerge che i valori più elevati nel 1999 di popolazione ultrassessantacinquenne sono registrati in Liguria (24,4%), Umbria (22%), ed Emilia Romagna (21,9%).

Le proiezioni stimate dall’Istat elaborate fino al 2024 evidenziano per la Liguria un ulteriore incremento di ultrassessantacinquenni che incidono sulla popolazione complessiva in misura del 33,7% con un incremento medio annuo del + 1,2%.

Nella regione Liguria, la provincia di Savona è quella in cui il peso percentuale degli anziani calcolato al 1999 risulta anche se di poco, superiore ai valori medi regionali.

Nel suddetto territorio si prevede nel 2024 una forte contrazione dei soggetti in età giovanile dai 0 ai 14 anni e una ulteriore riduzione della natalità, anche per la forza lavoro si presuppone una ulteriore contrazione numerica (-19,5%) passando dai 181.943 unità nel 1999 a 146.468 unità nel 2024, conseguentemente avverrà allora così un incremento degli ultrassessantacinquenni.

Diminuiranno i residenti compresi nella classe tra i 65 e i 74 anni, perché saranno quelli nati negli anni70, periodo in cui è cominciata la contrazione delle nascite, a seguito di questo, anni dopo si è poi verificata anche la contrazione della forza lavoro.

All’opposto aumenteranno gli anziani delle classi di età superiori, (74-84 anni, 85 anni e oltre), presumibilmente grazie all’allungamento della vita media, ma aumenteranno anche le malattie croniche e disabili.

 

1-3 La crescente femminilizzazione, invecchiare cambia in base al sesso. Reinventare i ruoli.

 

In Italia come in tutti gli altri paesi occidentali, la donna ha probabilità molto maggiori di invecchiare rispetto all'uomo.

Si presume che la donna sviluppi un ascolto del proprio corpo, maggiore di quanto lo faccia l’uomo, per motivazioni forse dovute anche a fattori sessuali e riproduttivi: la donna ha forse più responsabilità del proprio corpo e dei propri limiti, questo può determinare una maggiore prevenzione, quindi più longevità.

I dati in possesso ad esempio rivelano un maggiore utilizzo di mezzi diagnostici per esami non invasivi a favore della popolazione femminile, mentre per gli accertamenti cui sono connessi fattori di rischio l’utilizzo femminile è leggermente più basso[13], va comunque detto che le ricerche sono all’inizio, è quindi possibile formulare delle teorie, ma si dovrà attendere per ottenere dati attendibili.

Il problema maggiore si presenta poi nel perseguire la standardizzazione delle metodologie e delle modalità della ricerca per uniformare i risultati.

Marta Vinci[14]si chiede se nella terza e quarta età gli anziani vengano considerati “soggetti neutri”, senza caratteristiche appartenenti alla differenza di genere o se invece esista un diverso modo di invecchiare per maschi e femmine.

L’autrice afferma che i dati di alcune ricerche evidenziano che le donne sono meno apprensive degli uomini e meno negative nei confronti della vita: la loro percezione negativa si manifesta più avanti negli anni, e più precisamente dai settantuno agli ottantuno anni, è da notare che in rapporto al grado d’istruzione, maggiore è lo studio e minore è la percezione negativa per quanto riguarda l’esistenza.

Le donne anziane inoltre sono prevalentemente vedove, fatto dovuto alla maggiore longevità, minori i vedovi che vivono la loro condizione in modo più involuto.

L’uomo si trova ad affrontare un momento critico con il pensionamento, egli passa da una vita di lavoro attivo e di piena occupazione ad avere molto tempo libero da trascorrere.

Questo determina generalmente 3 fasi[15], una fase di luna di miele in cui ci si gode il meritato riposo, poi la presa di coscienza e una sensazione di catastrofe e successivamente un riadattamento, in questa ultima fase diventa essenziale trovare altri interessi, per esempio un neopensionato può occuparsi di volontariato, o cercare di incontrare altre persone con le quali avere interessi comuni.

Ciò diventa ancora più importante dal momento che le depressioni negli individui anziani, determinano tassi di suicidio maggiori nell’uomo piuttosto che nella donna, si evidenzia allora come coltivare altri interessi alternativi a quello che era il proprio lavoro, divenga un fattore di prevenzione all’inattività e all’isolamento, e di conseguenza anche alla suddetta depressione che spesso mascherata può incentivare proprio una maggiore propensione al suicidio.

Il sopraggiungere della pensione per la donna non scatena generalmente quelle tensioni come nell’uomo, perché essa è comunque già abituata a ricoprire più ruoli, fra i quali quello di moglie, di madre, di casalinga, e tendenzialmente l’educazione e la cultura l’hanno relegata in ruoli più passivi, questo naturalmente vale soprattutto per le precedenti generazioni, oggi non sappiamo ancora quale sarà l’effetto futuro del pensionamento, su donne che in questi decenni hanno ricoperto ruoli che sino a non molto tempo fa erano riservati agli uomini.

I dati a disposizione sulle donne anziane rivelano che spesso si trovano in condizioni economicamente svantaggiate, perché generalmente non avendo lavorato in regola con la previdenza sociale non hanno diritto alla pensione.

Ulteriore condizione aggravante è lo stato di vedovanza, quando viene meno il sostentamento del marito.

Un altro punto a sfavore della donna è il grado di istruzione minore a quello dell’uomo, che è correlato spesso anch'esso alla situazione economica e alla capacità di conoscere e prevenire molti degli eventi critici della senescenza.

Si nota allora come ad esempio nella provincia ligure di Savona[16], le donne anziane siano meno istruite degli uomini, già nel 1991 le donne senza la licenza di scuola elementare erano ben il 16% rispetto all'11,10% degli uomini, inoltre meno di una donna su 100 era in possesso di un diploma di laurea contro i quasi quattro uomini su 100.

In futuro possiamo pensare che il divario tra uomini e donne in questa condizione di titolo di studio venga colmato se non addirittura capovolto a causa della maggiore scolarizzazione femminile.

Inoltre attualmente le donne rappresentano quasi il 60% degli anziani: nella fascia d'età tra i 65 e i 74 anni, su 100 anziani 55 sono donne, fra i 75 e gli 84 anni 63 persone appartengono alla popolazione femminile e dopo gli 85 anni se ne contano oltre 71.

La speranza di vita di una donna nel nostro contesto a sessantacinque anni di età è di 20,31 anni contro i 5,94 degli uomini.

E’ comunque innegabile che i suddetti tassi di scolarizzazione femminile e i percorsi lavorativi nel contesto produttivo della donna hanno contribuito perché l’equilibrio interno della famiglia si modificasse fino a ridurre e assottigliare il nucleo famigliare, nel quale il numero dei nonni e dei bisnonni cresce, il numero dei bambini si riduce, i figli restano sempre più a lungo a casa dei genitori, segnando il passaggio da un tipo di famiglia orizzontale ad uno di tipo verticale.

Nonostante questa evoluzione la cura degli anziani viene delegata comunque ancora in modo preponderante alla famiglia.

Emerge altresì prepotentemente la funzione delle donne delle generazioni di mezzo, non tanto nel ruolo di sostegno informale ai figli per accudire i nipoti, quanto nella cura dei genitori anziani.

Questa è un’altra questione delicata, e cioè che una buona parte dei caregiver siano persone anziane, che a loro volta si debbano accollare le cure dei propri genitori o dei suoceri, mentre ciò è più difficile per i maschi, diventa quasi una certezza per le figlie femmine.

Spesso chi si prende cura degli anziani subisce un tracollo psicofisico, è proprio questa spesso una delle motivazioni che emerge dalle ricerche effettuate, è quasi sempre questo il motivo che determina spesso l’istituzionalizzazione dell’anziano nelle strutture apposite: scelta spesso necessaria, che però determina inevitabilmente sensi di colpa e di inadeguatezza sia nel paziente che nei parenti stessi.

Un aspetto essenziale che vorrei rimarcare è che comunque diviene di primaria importanza il concetto di aiutare (e in questo l’apporto di ogni operatore sociale è fondamentale), dare un continuo sostegno all’anziano in tutte le sue svariate dimensioni, per reinventare dei ruoli che siano attivi, come quelli persi precedentemente e per superare l’ageism[17], il quale è un termine inglese che contiene pregiudizi e stereotipi sulle persone anziane, solo per il semplice fatto di essere anziani, per superare insomma la condizione di senilità a favore di uno stato dinamico, in cui vi sia posto per progetti e situazioni nuove in cui si approfondirà nei prossimi capitoli.

 1-4 L’apporto dell’immigrazione straniera: una sfida.

 In riferimento all’immigrazione straniera, ci si riferisce ai cambiamenti che interverranno a livello demografico, soprattutto per quel che riguarda la fecondità, alcuni cambiamenti sono già in atto con l’avvento dei flussi migratori, i quali tendono a compensare attualmente le crisi di natalità in atto da anni nel nostro paese.

Pare inoltre oltretutto, che sia necessario l’arrivo di lavoratori extracommunitari, sui quali graverà in futuro la nostra situazione pensionistica, a causa della scarsità di giovani.

Soltanto importando insieme con gli immigrati anche la loro alta fecondità, si potrebbero evitare un forte incremento nella proporzione di anziani e vecchi, e un forte decremento nella proporzione di giovani.

Anche se in Liguria, ad esempio nella provincia di Savona[18], il decremento della popolazione continua ad essere determinato dalla compresenza di un saldo naturale negativo e da un saldo migratorio positivo, ma non sufficiente a controbilanciare i valori negativi del primo.

In realtà si tratta di tendenze che si stanno appena sviluppando ed è certamente ancora presto per trarre conclusioni.

Nel contesto attuale, malgrado il razzismo e la xenofobia che purtroppo sono in crescita, l’intercultura è comunque vista come una risorsa, ma permane differenza fra l’anziano migrante, che si identifica con il modello di anziano ormai divenuto incapace, e l’anziano del luogo che invece si vede ancora attivo[19].

Sicuramente il futuro in questo campo stimolerà nuove ricerche e nuove tendenze rinnovando la sfida.

 

1-5 La capacità di generare.

 

La capacità di generare, ritengo sia un concetto di primaria importanza ai fini della comprensione e della necessità che riveste la valorizzazione dell’anziano, soprattutto quando si parla di non autosufficienza, va da se che chi è autonomo e non presenta deficit vive la senilità in modo migliore di chi si trova ad affrontare malattie invalidanti o almeno così dovrebbe essere.

L’aiuto comunque dovrebbe essere ad ampio raggio e dovrebbe essere diretto a tutte le tipologie di anziani; mi riferisco però soprattutto all’anziano non autosufficiente perchè generalmente è l’utente più presente nelle case di riposo o nelle residenze sanitarie per anziani: mentre l’anziano che ha una certa autonomia e che si ritiene essere in grado di gestire i propri spazi, è spesso inserito in contesti famigliari o comunque in contesti più gratificanti in cui può anche riuscire ad avere ancora un ruolo attivo.

La capacità di generare è la capacità di vivere un’apertura spirituale e culturale[20].

Non si parla evidentemente di generare da un punto di vista biologico, ma da un punto di vista sociale: visto da questa angolatura, il problema che si pone è che vi possono essere persone o coppie senza figli che vivono e praticano un senso generazionale, mentre all’opposto troviamo persone con figli che non li hanno mai generati.

E’ evidente che anche gli anziani possano quindi attraverso il fare generazionale lasciare un segno della loro esistenza, una parte di sé, una capacità di generare partecipando attivamente alla loro vita e alla vita degli altri.

Credo che sia importante per valorizzare la vita di ogni persona dare un senso all’unicità dell’individuo e alle esperienze che ha avuto: esperienze peraltro che sono così lontano da noi, coloro che sono invecchiati nel mondo attuale hanno vissuto le guerre, il dopoguerra, il boom economico, essi sono per noi una grande ricchezza che non possiamo permetterci di perdere, sono la nostra memoria collettiva, ma vi possiamo ritrovare anche la nostra memoria individuale.

Le difficoltà maggiori sono dovute al fatto che le relazioni generazionali non esistono più, non vi è comunicazione ne all’interno della famiglia ne all’esterno.

Diventa essenziale quindi comunicare con gli anziani, perchè possano tramandare alle nuove generazioni i valori che si stanno perdendo come conseguenza di questa incomunicabilità intergenerazionale.

Inoltre, come si è visto in passato dalle esperienze delle scuole, assume un’importanza rilevante il racconto diretto di testimoni che hanno vissuto in prima persona particolari situazioni per lo più tragiche, fatti che si trovano in tutti i libri ma che a distanza di quaranta-cinquanta anni sembra non ci riguardino più, basti pensare al riflusso di ideologie come quelle del nazismo, dell’antisemitismo e alle cronache di tutti i giorni relative a razzismo e intolleranza.

Questo è quello che accade quando si smarrisce la coscienza e si perde la memoria storica.

Il racconto diretto degli anziani ci avvicina allora a un passato, ma che è ancora presente, ciò vale per qualsiasi fatto anche semplice, e non necessariamente solo per i grandi eventi storici: da loro abbiamo sempre da imparare.

 

1-6 L’autosufficienza e la non autosufficienza.

 Per autosufficienza si intende la capacità di bastare a se stesso, ma in realtà quando si esamina questa capacità sugli anziani è spesso complesso stabilire i canoni per determinare i limiti in cui una persona non riesce più a badare a si stessa.

Nella realtà degli istituti e a riguardo della senilità, ci si trova sempre di fronte a difficoltà inerenti l’elaborazione di parametri per misurare l’autosufficienza, sono state così studiate molte scale che valutano i comportamenti e gli aspetti cognitivi e sociali[21].

Il Mini Mental State Examination(MMS), è uno strumento ideato da Folstein nel 1975, attualmente è il più diffuso e può indagare in modo rapido e attendibile le capacità cognitive, è molto veloce, si può somministrare in soli quindici minuti ed esplora con 11 items l’orientamento nel tempo e nello spazio, la memoria, l’attenzione, la capacità di calcolo e il linguaggio; il punteggio massimo è 30 punti, ma è ritenuto normale un valore di 23-24. E’ però opportuno ricorrere a correzioni perché l’età e l’istruzione possono influenzare i risultati.

Il Rapido Esame dello Stato Mentale (REMS), elaborato da Florenzano nel 1989, si può somministrare rapidamente, utilizza subtest del MMS e del WAIS di Wechsler e utilizza un nuovo indice di deterioramento che può essere usato come fattore predittivo.

La Breve Batteria di Deterioramento Mentale (BBDM), è una batteria neuropsicologica proposta da Galassi nel l986, è composta da sei items che indagano le capacità di concentrazione, di attenzione, di memoria, di pensiero logico e di cognizione spaziale e temporale.

L'ADAS-Cog è uno strumento completo di W.G.Rosen del 1984, che però necessita per la somministrazione di circa 30-40 minuti, esso tramite 11 items valuta con un punteggio crescente da 0 a 70 la memoria, il linguaggio e l’orientamento.

Per valutare i sintomi psichici e comportamentali vi sono altri tipi di scale:

La Neuro Psychiatric Inventory (NPI), elaborata da Cummings nel 1994 valuta i disturbi psicocomportamentali.

Invece per valutare i sintomi di tipo depressivo, è idonea la scala GDS (Brink e Yesavage,1982), la quale è specifica per gli anziani, è composta da 30 domande, con relativo punteggio da 0 a 30.

La scala SVEBA di M. Neri e coll. del 1990, è composto di 15 items e misura l’equilibrio affettivo ed emotivo.

La scala SRT di Kellner del 1973, con 40 items si usa per valutare l’ansia e la depressione, per lo stesso fine si segnala anche quella di Hamilton del 1959-60,e quella di Zung del 1966 e 1970.

Altre scale valutano lo stato funzionale, fra cui la BADL o ADL di Katz del 1970 usata per rilevare l’autonomia dell’individuo, la IADL di Lawton del 1969 si utilizza per valutare semplici attività quali l’uso del telefono, dei trasporti o del denaro, per lo stesso scopo ci si può avvalere del BARTHEL INDEX di Mahoney del 1965, invece per osservare l’andatura e l’equilibrio si può usufruire della scala di TINETTI del 1986.

Sono state elaborate anche scale multidimensionali che valutano vari aspetti del paziente: il BINA (Breve Indice di Non Autosufficienza, Francia 1989), evidenzia il grado di autonomia dell’anziano ospite in istituto, stimando la necessità di medicazioni e prestazioni mediche ed una serie di aspetti tra i quali il comportamento, il linguaggio e i deficit sensoriali.

In Liguria attualmente si usa l’AGED, sulla base di un’esperienza francese: attraverso la quale con la sua attuazione possiamo vagliare la coerenza, l’inserimento sociale, l’autonomia, l’igiene, la deambulazione e tutte le capacità residue.

La scala GBS studiata nel 1982 da Gottfries, Brane e Steen, esamina anch’essa le funzioni fisiche, intellettive ed emotive, per comprendere i sintomi comuni nella demenza; quella VALGRAF, proposta da Morosini nel 1992 stima il percorso longitudinale degli anziani degenti nelle residenze protette; anche la SCAG di Shader e coll. del 1974, identifica vari deficit fra i quali quelli cognitivi e quelli affettivi; infine possiamo citare la scala VAOR che esamina l’anziano ospite nelle RSA, proposta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, si utilizza per osservare e codificare problemi vari: qui ne sono inoltre in preparazione molte altre.

Il problema della non autosufficienza pone l’operatore sociale in condizione di estrema delicatezza, perchè spesso è complesso definire ciò che è giusto o sbagliato per persone da accudire, è facile cadere poi in aspettative semplicistiche o scontate che in realtà così non sono.

Dalle ricerche emerge che vi è una prevalenza di disabilità e malattie croniche nella popolazione femminile: pare quindi che pur avendo una mortalità più bassa le donne trascorrono più tempo in condizioni di non autosufficienza[22].

La complessità di tali situazioni può determinare la sindrome di Burn-out negli operatori, si possono creare aspettative che potrebbero essere disattese e si possono sviluppare frustrazioni, ansie o sensi di impotenza.

Per questo e per altri motivi la valutazione della autosufficienza va monitorata attentamente caso per caso in modo etico e responsabile, e deve essere aggiornata periodicamente per registrare ogni accadimento ai fini di cogliere ogni stimolo positivo degli utenti, per poterlo sviluppare in modo ottimale ed evitare così l’effetto “pigmalione” o la “profezia che si autoadempie”: situazione in cui una previsione negativa sulla cura degli individui finisce con il renderli secondo le proprie aspettative pessimistiche.

 

1-7 Politiche per anziani non autosufficienti.

 

Pare evidente che questo fattore sia di notevole complessità e vi siano inoltre differenze rilevanti all’interno della realtà italiana.

Il sud dell’Italia resta il caposaldo delle cure informali prestate dalla popolazione femminile agli anziani non autosufficienti, contesto in cui permane l’importanza della famiglia, peraltro composta da più membri che al nord, in cui invece si trovano la maggior parte delle strutture residenziali per anziani, composte da residenze sanitarie (RSA), case protette, ex ipab e istituti vari sia pubblici che privati.

Emerge chiaramente l’impatto dell’invecchiamento differenziato nella penisola e conseguentemente anche le diverse politiche sviluppate a seconda del contesto.

Tra gli interventi pubblici per gli anziani non autosufficienti possiamo distinguere: i servizi residenziali, quelli domiciliari e quelli intermedi (diurni e semiresidenziali); a livello economico figurano prestazioni quali l’indennità di accompagnamento erogata in campo nazionale e i recenti assegni di cura e voucher regionali e comunali.

Nel nostro paese sono aumentati negli ultimi dieci anni gli anziani non autosufficienti ricoverati in strutture residenziali, con la prevalenza di una utenza femminile.

Le motivazioni dei ricoveri possono variare: l’istituzionalizzazione dell’anziano avviene in genere nella maggior parte dei casi per stanchezza, esasperazione del caregiver, per l’aggravamento delle persone in cura, le quali spesso affette da demenze quali l’Alzhaimer o il morbo di Parkinson peggiorano inesorabilmente, altre volte vi è la solitudine, la vedovanza, l’aumento delle famiglie separate o divorziate a determinare situazioni sfavorevoli alla cura degli anziani, è allora di primaria importanza aiutare chi si occupa di funzioni così importanti.

Accanto ai servizi del settore pubblico, grande importanza è rivestita dall’utilizzo di operatori privati, sempre più spesso sono donne extracomunitarie soprattutto di origine sud-americana.

Assume grande rilevanza l’assistenza continuativa alle persone anziane, e sviluppa dibattiti in tutti i paesi industrializzati nei quali si ridimensiona il ruolo della famiglia, in un contesto in cui la donna assume ruoli lavorativi spesso impegnativi che le impediscono di assistere le persone in stato di bisogno.

Il dibattito verte sulle questioni del pubblico o del privato, sull’autonomia regionale e sulla controversa centralizzazione dello stato.

Dopo l’assistenza domiciliare organizzata a livello locale per coloro che possono vivere autonomamente in casa, si prevede nel futuro l’ospedalizzazione a domicilio anche in conseguenza del ridimensionamento delle strutture sanitarie e delle spese in ambito ospedaliero: si ritiene che l’individuo costi meno alla collettività e possa avere più prospettive di guarigione nella propria abitazione, si tratterà allora di fare collaborare gli operatori sanitari con quelli sociali ed integrarne così i due ruoli.

Attualmente si parla di un passaggio dal Welfare state al Welfare mix, quindi di un’area di partecipazione in cui subentrano nell’intervento pubblico organismi privati [23].

Accanto agli interventi pubblici si sviluppano quindi politiche private, ad esempio con possibilità di stipulare polizze assicurative per integrare così un futuro reddito.

Il problema si manifesta in questi termini: come si può combinare il pubblico ed il privato in modo che non vi siano ingiustizie, che tutti gli utenti possano avere garanzie di pari trattamento e pari opportunità di cura e di assistenza ?

Qui si apre un dibattito che forse non avrà mai fine e non è certo questo il contesto in cui affrontarlo.

Vorrei solo precisare brevemente alcuni punti sugli assegni di cura e voucher (o buoni servizio), mentre l’indennità di accompagnamento è una pensione a livello nazionale che spetta a chi ha una invalidità totale, gli assegni di cura e i buoni servizio hanno invece caratteristiche che variano da regione a regione.

Gli assegni di cura sono aiuti monetari per chi ha problemi di reddito associati a situazioni di salute cagionevole, mentre i voucher o buoni servizio permettono a persone non autosufficienti di potere disporre gratuitamente di servizi di vario genere.

Il denaro degli assegni di cura può essere speso dall’intestatario secondo le sue necessità quasi sempre per l’assistenza, spesso effettuata da caregiver, ciò determina allora un aiuto a chi assiste persone non autosufficienti di non poca importanza.

In Germania ad esempio è stata introdotta una copertura pensionistica[24]ai caregiver senza impiego che effettuino almeno 14 ore di assistenza alla settimana non retribuite; si è inoltre permesso un periodo di vacanza con sostituzione pagata di un professionista.

In Inghilterra sono assegnati contributi economici a chi assiste l’anziano, mentre in Svezia e in Finlandia si parla di veri e propri stipendi pagati dall’ente pubblico a famigliari che assistono gli anziani; contributi economici direttamente all’anziano sono in vigore in Austria, Francia e Germania.

Come si può notare variano i contesti, i metodi e anche i criteri di queste politiche, in Italia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Lombardia e di recente la Liguria hanno sviluppato esperienze di trasferimenti monetari alle famiglie sotto forma di assegni di cura, ma i tempi non sono ancora maturi per trarre conclusioni.

Si prospettano nuovi scenari, fra cui la possibilità di convertire in denaro o in prestazioni di vario tipo, l’indennità di accompagnamento; incentivi e tutela alla cessione della nuda proprietà dell’abitazione dell’anziano non autosufficiente, in cambio di servizi e assistenza e quant’altro si possa immaginare.

Si tratterebbe in sostanza di trovare soluzioni eque, tali da non promuovere ingiustizie o abusi, cosa tutt’altro che semplice.

  


2 Psicologia della terza età.

 

2-1 Le teorie psicologiche.

Quando si parla di psicologia dell’invecchiamento, si definisce un settore di ricerca[25], in cui convergono diverse discipline che studiano il fenomeno dell’invecchiamento: questo campo si è sviluppato nel corso del nostro secolo a seguito dell’aumento della vita media con il conseguente aumento della senilità.

Vi sono le ricerche biomediche che cercano di spiegare l’invecchiamento da un punto di vista genetico, in cui vi sarebbero una serie di errori trascritti nel DNA, non si esclude però l’interazione con l’ambiente.

Le ricerche sociali includono la senilità psicofisica, che presuppone modificazioni a livello fisico con ripercussioni psicologiche, la senilità sociale, che è imposta dalla società con l’avvio alla pensione e infine la senilità psichica, la quale implica il carattere e la condizione di solitudine.

Alcuni autori sostengono ( Maderna-Ianni-Menbrino) che nel breve volgere della vita, l’adulto si trova ad affrontare trasformazioni molto rapide a cui è spesso impreparato, uno di questi cambiamenti è il pensionamento, in cui vi si apre uno spazio alla solitudine dovuta all’abbandono dell’attività lavorativa: solitudine che è sempre esistita, ma che prima era mascherata dalla frenesia del fare propria della nostra società moderna o post-moderna.

Si può anche definire un nuovo concetto della vita[26]indicato come prospettiva life-span o prospettiva dell’arco di vita che studia l’intero arco dell’esistenza, ossia un processo che dura tutta la vita attraverso fattori biologici e ambientali, nonché tenendo conto anche della loro interazione.

Il concetto di stadio fa ritenere che nell’individuo siano presenti determinati e specifici compiti evolutivi per rielaborare gli schemi comportamentali: anche la senescenza è quindi il risultato di un processo evolutivo ad un livello superiore.

Nelle teorie si distinguono quelle meccanicistiche, organismiche e dialettiche.

Le teorie meccanicistiche considerano l’organismo un sistema adattivo che si adegua agli eventi della vita (Hill-Rodger-Levinson).

Le teorie organismiche presuppongono che le cause dei cambiamenti degli individui siano nell’organismo ( Piaget-Kohlberg).

Nelle teorie dialettiche come quelle di Erikson, Buhler e Schaie si considera il cambiamento dovuto all’interazione tra l’organismo e l’ambiente sempre mutevole.

Secondo Schiaie l’anziano svilupperebbe processi cognitivi maturati appositamente durante la vecchiaia, e sarebbe nello stadio della reintegrazione nel quale diminuirebbe la flessibilità della mente, ma aumenterebbe la capacità di adattarsi ai cambiamenti biologici, è uno stadio diverso da quello dell’acquisizione del bambino, dallo stadio del conseguimento del giovane che uscito dall’infanzia deve affrontare il proprio ruolo sociale, ed è diverso dallo stadio della responsabilizzazione del ruolo adulto.

Nella teoria di Maslow dello sviluppo delle motivazioni, vengono unite in una unica fase la vita adulta e la vecchiaia in un’insorgenza di bisogni di autorealizzazione.

Per Charlotte Buhler, l’individuo tra i 45 e i 64 anni, in un periodo di staticità farebbe un bilancio dei risultati raggiunti, e se trova un alto grado di realizzazione di se stesso, avrebbe ancora anni di soddisfazioni per quanto è riuscito ad ottenere, all’opposto se vive un senso di insuccesso, cadrebbe in uno stato regressivo atto a soddisfare i bisogni di base.

Secondo Jung il disadattamento deriva dal non riuscire a superare completamente le varie fasi della vita, cioè l’incapacità di cambiare gli schemi comportamentali che appartengono ormai al passato, quindi l’anziano rimarrà disadattato se continuerà a rimuginare sul passato colpevolizzandosi per le occasioni perdute senza riuscire a proiettarsi nel futuro, si devono insomma mettere in ordine gli archetipi del nostro inconscio, che sono per Jung “forme a priori che organizzano l’esperienza” per delineare un “tutto significativo”, basato su una tendenza innata alla base del comportamento umano.

Erikson suddivide invece il ciclo vitale in otto fasi, ciascuna di esse dipende dalla precedente, il conflitto è alla base di ogni fase e quando si raggiunge una posizione ottimale e finisce il conflitto si passa allo stadio successivo.

Egli ritiene che la vecchiaia sia preparata dagli stadi precedenti, se l’individuo non ha risolto tutti i conflitti delle prime sette fasi, gli sarà difficile vivere l’ultimo stadio vitale in cui si sviluppa l’integrità dell’io, dalla quale può emergere poi la saggezza, opposta alla disperazione e vista come una serena consapevolezza della vicinanza della morte.

La teoria di Erikson è alla base del metodo Validation usato in psicoanalisi dalla Dott.sa Naomi Feil di cui parlerò diffusamente più avanti.

Al contrario nella teoria dell’attività, l’anziano manterrebbe le stesse caratteristiche della mezza età tranne quelle biologiche.

Invecchiare con successo coinciderebbe con il mantenersi attivi e avere una progettualità di vita per il futuro.

La teoria della continuità, sostiene che la maggior parte delle persone manterrebbe le stesse abitudini e gli stessi stili di vita anche nella vecchiaia, all’opposto la teoria degli eventi stressanti, pone l’accento sugli accadimenti che dopo un periodo di crisi provocherebbero profondi cambiamenti nella vita, quali la pensione o il lutto, che però produrrebbero stress che a sua volta sarebbe responsabile di malattie mentali e fisiche.

Le teorie sopra enunciate sono sicuramente stimolanti ai fini di sviluppare ampi dibattiti, ma ulteriori approcci potranno essere sviluppati nel futuro, analizzando i contesti che si andranno delineando su nuove forme di comunicazioni e su interazioni famigliari e sociali.

 

2-2 Il pensionamento, la malattia, il lutto, la morte.

 2-2-1 Il pensionamento.

 La pensione segna l’inizio di una nuova vita, è la conclusione del periodo lavorativo.

In generale la donna anziana vive in maniera meno conflittuale la cessazione della carriera lavorativa, perchè in passato era spesso esclusa da ruoli di lavoro attivi, ciò emerge dalle ricerche numerose in questo campo, ma il futuro riserverà forse delle sorprese, dovute al diverso ruolo attuale della donna.

Con il pensionamento, l’uomo invece vive una esclusione dal mondo produttivo, quando proprio nella carriera lavorativa egli aveva investito buona parte della sua vita e della sua autostima.

Da produttori consumatori si diviene semplici consumatori[27].

Da un certo punto di vista i pensionati sono simili ai disoccupati, essi perdono l’autostima, la stima e il sostegno sociale dei colleghi di lavoro[28], gli operatori sociali devono quindi essere consapevoli del significato del collocamento a riposo[29].

Bisogna tenere presente che nel nostro stile di vita di tipo occidentale, il lavoro riveste un ruolo essenziale, l’individuo attraverso di esso si eleva a stati sociali superiori, e può avere così redditi e tenori di vita sempre maggiori.

Paradossalmente inoltre, purtroppo si manifesta molto spesso nell’uomo moderno, l’incapacità di vivere serenamente l’ozio e l’inattività, diviene allora necessario occupare oltre le ore dedicate al lavoro, anche il tempo libero con passatempi e hobby di ogni tipo: si parla oggi di una società del tempo libero[30], bisogna sempre dimostrare di fare qualcosa, non ci si può fermare, presi dai ritmi frenetici del mondo moderno, chiusi però anche in un guscio egocentrico (J.Piaget), oppure narcisistico ( Freud), o ancora addirittura paranoico (A.Storr)[31].

E’ proprio dai processi di comunicazione che probabilmente si deve cominciare a lavorare per aiutare i pensionati, ma anche gli attuali lavoratori a vivere più serenamente tutti i periodi di transizione in cui ognuno può crescere, compreso quello particolarmente critico della pensione.

In alcuni paesi come ad esempio in Francia, Norvegia e Finlandia, si è pensato a sperimentare un pensionamento graduale in cui viene affiancato ad un semipensionato con orario ridotto un altro lavoratore che ne completa la giornata lavorativa, di solito si tratta di un neoassunto; il futuro pensionato così facendo si comincia ad abituare a essere messo a riposo e nello stesso tempo ciò implica un passaggio di esperienza non indifferente per chi è fresco di occupazione.

Le imprese coinvolte in queste sperimentazioni si trovano sia nel settore terziario che in quello industriale, e sono prevalentemente aziende medie e grandi.

In Francia in seguito ad un accordo nel 1993 con il governo si è potuto predisporre il pensionamento per circa 600 dipendenti, e nel contempo vi è stata la possibilità di assumere 300 giovani fra i quali figuravano praticanti e disoccupati.

In Italia purtroppo non esistono al momento simili esperienze[32].

Il pensionamento potrebbe essere proprio il primo momento transitorio in cui assume un ruolo di primaria importanza la memoria[33], cioè il resoconto della propria vita e si possa allora rielaborare il percorso che si è fatto fino a quel momento, in altre parole fare un rendiconto del percorso effettuato per continuare a mantenere quell’autostima o addirittura potenziarla sulla base già esistente.

E’ estremamente importante alla luce di queste riflessioni mantenere i legami sociali, e le relazioni amicali e parentali per l’individuo anziano che si avvia verso la fine della vita lavorativa.

Diventa altresì altamente costruttivo avere delle occupazioni che facciano sentire l’anziano utile a se stesso e agli altri, può iscriversi a associazioni di volontariato, partecipare a corsi di svariata natura, frequentare l’università della terza età o altri tipi di scuola.

Sono molti anche gli anziani che non potendolo fare in gioventù, per svariati motivi che vanno dalla famiglia ad altri impegni, si sono iscritti e laureati in molte facoltà universitarie italiane.

E’ anche interessante la frequenza a corsi di informatica, per non avere la sensazione di vivere un nuovo tipo di analfabetismo ed essere esclusi dall’attuale contesto tecnologico.

Ulteriore fattore problematico è il fatto che con il pensionamento si devono riassestare gli equilibri famigliari, spesso il soggetto maschile è più presente in casa,mentre in precedenza era più assente, possono allora sorgere conflitti che implicano una modifica dei ruoli.

La persona che va in pensione, può vivere in maniera differente l’evento, può viverlo come un meritato riposo, o come l’opportunità di occuparsi di cose alle quali non ci si è potuto dedicare prima, oppure come scelta forzata dovuta a cause di forza maggiore[34].

Quest’ultima interpretazione della cessazione della vita lavorativa, è forse la più negativa, perchè con essa si rifiuta la messa a riposo e la si vive come ingiusta, anche perché al momento siamo in presenza di un elevato numero di pensionati ancora attivi, ed è a causa di questa condizione che possono vivere tutto ciò come un arbitrio che genera rabbia, frustrazione e depressioni che possono sfociare a loro volta in quadri patologici di estrema gravità.

Non a caso i suicidi sono molto frequenti nelle persone anziane; attualmente ai fini della prevenzione di situazioni negative, in alcuni paesi vengono organizzati corsi per aiutare i futuri pensionati a potenziare le proprie capacità fuori dal contesto lavorativo dal quale peraltro verranno presto espulsi.

In questi casi la soluzione migliore è mantenere viva una continua progettualità del futuro e affrontare gli eventi della vita con ottimismo e serenità d’animo.

 

2-2-2 La malattia.

 

Quando si parla di malattia nell’anziano è evidente la differenza con i problemi di salute dell’individuo adulto, per quest’ultimo è solitamente un momento di disagio transitorio che viene superato in un periodo più o meno lungo della vita, dopo di che si torna ad essere nelle stesse condizioni precedenti, e si possono affrontare ancora le numerose asperità dell’esistenza.

E’ implicito che in caso di affezioni o incidenti molto gravi che provocano invalidità permanenti in persone giovani o comunque adulte, subentrino condizioni ancora più gravi e difficili da gestire, che ovviamente negli individui colpiti dalla vecchiezza, i quali invece maturano di solito una maggiore consapevolezza della precarietà del sopravanzare degli anni.

Comunque anche nell’anziano come nei casi suddetti, la malattia segna la fine della vita precedente, ponendo seri limiti alle attività future, si segna insomma un punto di non ritorno.

Generalmente si tratta di malattie alquanto invalidanti, quali attacchi transitori ischemici (detti Tia), che se non curati in tempo, possono successivamente dare luogo a veri e propri ictus, i quali a loro volta possono compromettere severamente l’autosufficienza dell’individuo fino ad includerne la morte.

Le cardiopatie, le ischemie celebrali, il diabete, sono tutte patologie che nell’anziano possono determinare la qualità e la durata della vita, la quale ne rimane indelebilmente segnata.

Anche le fratture a volte banali per chiunque, possono trasformarsi per le persone in età senile in questioni di estrema gravità, ma il tipo di frattura che ingenera più preoccupazione, in genere è quella dell’osso del femore degli arti inferiori, spesso causa di operazioni chirurgiche urgenti: il pericolo che ne consegue è determinato da embolie che possono mettere a repentaglio la vita stessa del paziente.

La malattia è inoltre un peso che grava sulle persone vicine a chi è colpito da disturbi di varia entità, è un ulteriore peso che spesso si va ad aggiungere ai problemi dell’età di solito già abbastanza elevata di coloro, che devono assistere chi è bisognoso di cure.

Il sorgere della malattia o l’evolversi della stessa, sono spesso fattori chiave che decretano l’inserimento dell’anziano negli istituti.

Purtroppo per evitare l’istituzionalizzazione, sarebbe di primaria importanza che chi si prende cura degli individui colpiti da malattia, sia in grado di infondere coraggio e speranza a chi soffre, ma ciò è piuttosto difficile, soprattutto quando questo pesante fardello grava su di una persona sola, e non ha alcun tipo di aiuto se non le proprie risorse.

Diventa allora determinante l’assistenza a chi cura, dare insomma aiuto economico, ma anche aiuto psicologico e pratico, a chi si trova in queste condizioni, anche perchè sempre più spesso, chi è caregiver, come ho accennato prima, ha un’età solitamente non più giovanissima, e si trova a dovere accudire magari entrambi i genitori ultraottantenni, ed è allora giusto che queste persone possano disporre di un adeguato sostegno per questo difficile compito.

Una delle conseguenze della malattia è la solitudine, il sradicamento dal proprio ambiente di vita, questo può determinare spesso una sorta di porta girevole in cui l’anziano comincia ad entrare in un circolo vizioso, dal quale non ne riesce più a uscire: spesso da un evento traumatico che poteva più o meno semplicemente essere superato, si susseguono più ricoveri ospedalieri, ad esempio da uno stato confusionale transitorio si può sviluppare un abuso da farmaci o possono verificarsi effetti collaterali che vanno ad aggravare il malessere già esistente.

La definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è la seguente: la salute è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale dell’individuo perfettamente integrato nel suo ambiente e non soltanto assenza di malattia.

La malattia può essere invece definita come “una condizione di squilibrio dell'individuo con l’ambiente”[35].

Da questi concetti emerge chiaramente che è importante anche un adeguato inserimento sociale per prevenire disturbi e malesseri, ai fini allora di una buona salute psicofisica, bisogna anche tenere presenti le reazioni emotive dell’anziano alla malattia: una delle più evidenti è l’ansia, in casi negativi vi sono anche emozioni di isolamento, altre volte si manifestano emozioni di rabbia, le cui conseguenze si esprimono mediante passività, depressione, sensi di colpa o pessimismo.

Caratteristiche reazioni degli anziani alle malattie sono anche i sentimenti di impotenza, in cui essi si sentono oggetti più che soggetti in mani altrui[36].

Per la prevenzione e la cura di situazioni negative della senilità oltre all’importanza dell’integrazione, della socializzazione e del sostegno di tutti gli operatori che operano nel sociale, dall’ausiliario al medico, può essere di grande aiuto la psicoterapia, soprattutto quella di gruppo, anche se non sono ancora molti gli psicoterapeuti che desiderano occuparsi di anziani, per via dei timori che un paziente di quel tipo risveglia in loro, i quali debbono rielaborare la loro onnipotenza e prendere coscienza dei propri limiti, o devono fare i conti con l’invecchiamento, la salute cagionevole e la morte, inoltre si possono riattivare conflitti rimasti irrisolti con figure genitoriali proprie del terapeuta[37].

Per tentare di comprendere lo stato di salute dell’anziano e potere formulare quindi analisi interpretative, si è fatto riferimento ai risultati ottenuti da due indagini effettuate a livello nazionale dall’Istat e dal Cnr: la prima è l’indagine periodica multiscopio, la seconda è l’indagine Ilsa (Italian Longitudinal Study of Aging), condotta una sola volta nell’ambito del Progetto Finalizzato Invecchiamento[38].

Le due indagini partono da presupposti, finalità e metodologie diverse: la prima si basa su valutazioni soggettive dello stato di salute, cioè si basa sulla percezione del proprio stato di salute; la seconda invece si basa su risultati medici, quindi oggettivi di un campione di riferimento.

La prima indagine tiene conto non solo degli aspetti sanitari, ma anche di quelli sociali, economici e territoriali; la seconda consente invece di misurare il reale stato di salute della popolazione anziana, ai fini di valutare l’intervento dei servizi sociali e di quelli sanitari.

La presenza di alterazioni tangibili del benessere psicofisico, si ripercuote profondamente sulle condizioni di salute intese in senso soggettivo ed esercita un forte peso l’autopercezione che si ha della malattia.

Secondo l’indagine Istat,la percezione di una cattiva condizione di salute cresce fortemente a partire dai 70 -74 anni (il 21,3%), dopo gli ottantanni la percentuale sale al 45,1%.

In genere le donne manifestano una situazione di svantaggio.

La frequenza di malattie croniche è elevatissima già dai 60-64 anni di età, il 63,3%dichiara di avere almeno una malattia cronica, oltre gli ottantanni si sale all'83,8% con prevalenza maggiore nel sesso femminile.

La disabilità purtroppo è molto diffusa, soprattutto dopo gli 80 anni colpisce il 52,1% degli anziani.

Analizzando le condizioni di salute a livello di ripartizione di zone (nord ovest, nord est, centro, sud, isole), si evidenziano altresì sensibili differenze ambientali, sociali, economiche e culturali.

Bisogna poi anche tenere conto delle differenze del livello di inquinamento, delle diverse abitudini alimentari e stili di vita, che vanno indubbiamente a diversificare ulteriormente le esigenze in ambito sanitario.

Il livello di istruzione e le risorse economiche e affettive della famiglia, influiscono sensibilmente sulla salute e sulla presenza di malattie croniche e disabilità, infatti il quadro patologico più critico si trova solitamente in anziani meno istruiti che vivono in solitudine e con minori risorse economiche.

Anche secondo l’indagine Ilsa vi è un aumento di patologie cronico degenerative con l’aumentare dell’età, è presente anche in prevalenza nelle due classi di età 75-79 e 80-84 anni un forte incremento della disabilità.

Alla diffusione dell’istruzione, si prevede nel futuro un innalzamento della salute psicofisica, anche in considerazione del fatto che le persone più istruite manifestano la percezione di un migliore stato di salute e una minore prevalenza di malattie cronico degenerative e di disabilità.

Con l’avanzare dell’età aumenta ad ogni modo il bisogno di assistenza famigliare, la quale rischia di andare in crisi per il numero insufficiente di figli, che si dovranno prendere cura di affollatissime leve di genitori.

Emerge comunque sempre di più il concetto che l’età anagrafica rappresenta solo una soglia virtualmente in grado di definire l’accesso alla terza età, ma essere anziano non è determinato dall’età anagrafica, ma dal verificarsi di alcune condizioni.

Dai risultati di una recente indagine del Censis ad un campione di anziani, emergono i fattori critici che segnano l’inizio della fase finale della vita, che sono in ordine di importanza, la perdita dell’autosufficienza, ovvero la dipendenza da altri, la morte del coniuge che ha un impatto devastante, e infine il pensionamento, che però non rappresenta più come in passato il giro di boa tra la seconda e la terza età.

Sempre secondo il Censis sta migliorando grazie anche al progresso scientifico la percezione che gli anziani hanno del loro stato di salute.

L’allungamento della vita media, permette a partire dall’età pensionistica di dedicare molto più tempo a se stessi, senza le preoccupazioni famigliari, lavorative e sociali della seconda età.

Se è vero che all’invecchiamento è associata una elevata diffusione di malattie croniche degenerative, è anche vero però che insieme alla speranza di vita si è allungata anche la qualità e la durata della vita attiva.

 

2-2-3 Il lutto.

 

Quando nella vita di ognuno di noi avvengono cambiamenti negativi, essi sono di solito vissuti come lutti; Freud indica nel lutto la perdita dell’oggetto amato, ma anche l’avvento di una malattia invalidante, l’incertezza di un futuro, la perdita di un arto, sono tutte situazioni che possono certamente essere vissute e percepite in maniera negativa e possono determinare risentimenti, rabbia, frustrazione.

E’ evidente allora che quanto più un individuo ha vissuto eventi sfavorevoli quali separazioni, divorzi, allontanamento o morte dei figli, perdita delle persone care, tanto più egli rimane spesso confuso e sottoshock, anche perché accade che vi debba essere subito un riadattamento allo squilibrio creatosi e come spesso accade, una persona colpita da eventi traumatici, viene colta impreparata a tali richieste di omeostasi.

Diventa allora necessario che ci sia il tempo di elaborare il lutto: Parkes denota alcune caratteristiche relative alle reazioni comuni in seguito ad una perdita, che consistono nella presa di coscienza in cui viene rifiutato e negato a livello cognitivo e affettivo l’evento traumatizzante, subentra poi l’angoscia e la paura per il futuro, con il vuoto venutosi a creare; successivamente si va alla ricerca della persona perduta e quindi attraverso la reminiscenza si ricorda il passato per sfuggire la realtà, ed infine si sviluppa il sentimento della collera indirizzata contro chi è morto o alle persone che stanno intorno.

Il lutto è definito da molti studiosi, e soprattutto da Holmes e Rae nella teoria degli eventi vitali come una delle esperienze più stressanti, e principalmente lo è la perdita di persone care.

Visto da un punto di vista costruttivistico, ogni persona si crea un proprio costrutto personale della realtà organizzandosi attivamente le esperienze (Kelly).

Freud si è occupato molto di lutto e lo ha definito come una reazione alla perdita di una persona amata o di una astrazione che ne ha preso il posto, egli parla di un ritiro della libido dalla realtà ed essendo un sentimento ambivalente quello che prevale nel rapporto oggettuale, si manifestano sia pulsioni libidiche che pulsioni sadiche verso l’oggetto d’amore e cioè verso la persona scomparsa.

Sempre secondo Freud il soggetto può superare il momento luttuoso attraverso l’identificazione con l’oggetto perduto, ma diventa più complessa l’attuazione del distacco, ed il lutto può trasformarsi fino a diventare patologico e dare luogo alla melanconia.

Bolby centra le sue teorie sul concetto di attaccamento, attraverso il quale l’individuo sviluppa tutta una serie di comportamenti, in parte prèprogrammati ed in parte che si vengono a sviluppare sulla base della prima esperienza di relazione madre-bambino e poi attraverso gli ulteriori legami: al momento di un evento traumatico, ogni soggetto riattiva i cosiddetti comportamenti di attaccamento primari quali possono essere ansia, grida, pianto, rabbia.

Secondo lui, a differenza di altri studiosi in campo psicoanalitico, sono da ritenersi quindi normali alcuni componenti del lutto, come la collera contro terzi, contro se stessi o contro la persona scomparsa.

Quando si parla di evento luttuoso, si intende come inizialmente affermato qualsiasi fatto negativo, è allora evidente che per situazioni di salute cagionevole, divorzi, o allontanamento dei figli si può determinare un fattore traumatico, magari non grave come la morte, ma comunque di considerevole impatto.

In ogni caso possono emergere sentimenti di paura, insicurezza sul domani, e rabbia, sono sentimenti che possono generare isolamento, il quale entro certi limiti può essere funzionale al superamento del dolore, ma se permane può mutare e divenire depressione, la quale spesso mascherata sotto altre forme, se non curata può decretare ulteriori malesseri, che possono variare dall’apatia al suicidio.

I divorzi riducono le amicizie spesso in comune, aumenta di conseguenza la solitudine, la perdita di un famigliare anch’essa genera solitudine, mentre la morte di un figlio ha certamente aspetti ancora più distruttivi, in questo caso vi possono essere tensioni fra i coniugi, nel caso invece di una malattia invalidante, essa colpisce ovviamente non solo chi la subisce, ma anche chi deve poi provvedere alle cure[39].

Per l’anziano il problema del lutto e il superamento di tale evento è doppiamente sentito, perchè di solito ad una certa età l’individuo è già stato colpito infinite volte da situazioni traumatiche, ciò può far sì che una persona si senta stanca della vita e della sua asprezza, anche se pare comunque che in base al livello d’istruzione, vari anche il tipo di reazione e conseguentemente l’atteggiamento verso la vita: dalle ricerche emerge infatti che più aumenta l’innalzamento dell’istruzione e più aumenta l’appagamento del soggetto nei confronti della propria esistenza.

Ritengo però necessario ricordare che gli anziani di oggi non hanno avuto in passato l’opportunità di studio che vi sono adesso, e di conseguenza si presume che il numero di anziani diplomati o addirittura laureati non sia certo di vasta entità.

Si tratterebbe soprattutto di sviluppare una capacità di reazione agli sconvolgimenti del lutto, attraverso l’ampliamento di risorse personali sviluppando una crescita di interessi sempre nuovi.

Come già affermato, il partecipare attivamente a corsi di ogni genere, il sentirsi utili in associazioni di volontariato incrementando ruoli attivi è decisivo ai fini della qualità della vita.

Infine vi sono lutti di minore entità, quali l’allontanamento dei figli da casa, dovuto a matrimonio o convivenza o per motivi di lavoro, detto sindrome del nido vuoto, questo è un momento di transizione, che costringe i due coniugi a rivedere le loro abitudini e il loro tempo libero, anche in questo caso diventa essenziale cercare di realizzare dei sogni nel cassetto, che in precedenza non si erano potuti realizzare[40].

Il lutto è traumatico perchè ognuno di noi vede nella morte degli altri la propria morte, questo è uno dei motivi per cui noi tendiamo ad allontanarci da chi è anziano, egli ci comunica continuamente la nostra condizione di mortali.

Inoltre il lutto può minacciare la salute di chi è anziano, può alterare il funzionamento del sistema immunitario diminuendo così le difese dell’organismo contro il raffreddore, le influenze ed altri malanni[41].

 

2-2-4 La morte.

 

2-3 Patologie mentali della terza età.

 

Oltre alle patologie dell’anziano che riguardano la sfera fisica e biologica, rivestono notevole importanza ai fini della qualità della vita, anche le patologie mentali.

Spesso si manifestano in maniera pressoché mista, ma non è sempre così: ciò rende allora difficoltoso ogni intervento riabilitativo a causa dell’eterogeneità di ogni singolo caso, è quindi necessario intervenire prima di tutto in modo pluridisciplinare, coinvolgendo tutte le figure professionali interessate,dagli operatori socio-assistenziali agli animatori, dai fisioterapisti agli infermieri, dagli psicologi ai medici.

I problemi fisici determinano difficoltà di deambulazione e di movimento, ma finché permane la lucidità mentale è tuttavia relativamente semplice fare leva sulle parti sane, per potenziare aspetti della personalità e mantenere vivo l’interesse per alcune attività di mantenimento delle funzioni residue.

Quando invece subentrano patologie mentali diventa senz’altro più complicato aiutare l’anziano a gestire la propria vita, anche perché situazioni connesse ad un certo tipo di patologie producono effetti veramente drammatici.

Federico Astengo parla di demenza[48], e la classifica come il deterioramento acquisito delle funzioni corticali superiori, in cui vengono compromesse la memoria, la capacità di problem-solving, l’esecuzione di semplici attività, la capacità di rapportarsi socialmente ad altre persone controllando le emozioni e possono altresì manifestare uno o più deficit cognitivi, quali afasia, agnosia.

Purtroppo in casi simili diventa più probabile l’istituzionalizzazione della persona colpita, la quale trovandosi in un contesto sconosciuto in generale peggiora gradualmente.

Inoltre spesso le persone non autosufficienti come quelle affette da demenza, sono ospiti di strutture non in grado di assisterle come si dovrebbe, sarebbe necessario che cambiassero pelle e facessero un salto di qualità sviluppando più servizi, maggiore formazione del personale e personalizzazione delle cure[49].

Le demenze possono essere reversibili, irreversibili, primarie o secondarie[50]; fra le più temute possiamo citare le demenze degenerative: il morbo di Alzheimer e di Parkinson, in modo particolare il primo è molto diffuso e non accenna minimamente a rallentare la propria corsa, esso è caratterizzato da perdita di neuroni, ed è diagnosticabile con certezza solo a morte avvenuta attraverso l’autopsia della salma.

Vi sono le demenze vascolari, fra le quali emergono quelle multinfartuali, seconde per diffusione all’Alzheimer, che si possono manifestare con ischemie, ictus e infarti.

Troviamo poi le demenze su basi infettive, quali la malattia di Creutzfeldt-jakob, encefaliti, meningiti, intossicazioni, demenza alcolica ed altri tipi di demenza.

Sempre Astengo tratta successivamente le pseudodemenze, che si manifestano nella società attuale dove l’anziano ha perso un ruolo forte e sviluppa una tendenza all’isolamento e alla depressione fino a simulare una reazione demenziale, la quale via via che si instaura finisce con il fissarsi sempre più a fondo nella personalità fino a divenire anch’essa patologica; segue il declino della memoria legata all’invecchiamento, declino che può anch’esso portare alla demenza, ed infine il delirium è uno stato confusionale acuto per cui un banale cambiamento di abitudine, un trasloco o un evento nuovo possono confondere e trasformare un vecchietto saggio e pacato in un individuo nervoso e pervaso da deliri e allucinazioni o fobie di ogni tipo.

Vi sono sicuramente fattori predisponenti, fra i quali ricordiamo lo stress e l’insonnia, può accadere anche a seguito di un ricovero in ospedale o in istituto, situazione in cui subentra un senso di insicurezza o una paura di perdere quelle poche certezze rimaste, che consistevano in ricordi di qualche oggetto ormai logoro o memorie ormai lontane di una casa con la moglie, i figli o più semplicemente un animale domestico.

La comprensione della demenza presenta mille sfaccettature, per cui è estremamente complesso rendersi pienamente conto della situazione, ai fini di non lasciare nulla di intentato è essenziale sviluppare l’ascolto, anche se però l’inizio è per lo più subdolo e difficilmente ci si accorge della differenza tra l’insorgenza di una malattia di Alzheimer o altri tipi di demenza più o meno gravi; è però necessario monitorare di continuo il paziente, perchè là dove si manifesta una forma grave si può comunque rallentarne lo sviluppo attraverso terapie farmacologiche e psicologiche, e mettendo in atto metodologie adatte a contrastare il deterioramento delle capacità mnestiche e cognitive con metodi quali la Reality Orientation Therapy (ROT), il metodo Validation o il metodo dei costrutti, che saranno esposti nei prossimi paragrafi.

Inoltre è ancora più utile riuscire a diagnosticare altre forme di turbe psichiche dovute a depressione o eventi inattesi (lutti, malattie), ai fini di poterle curare o prevenirne l’aggravamento con sostegno, affetto e cura, queste ultime sono sovente risorse non molto costose ma di indubbia importanza e di facile e veloce attivazione, d’altro canto anche se la diagnosi fosse sbagliata, molto difficilmente si produrrebbero effetti negativi.

Ai fini di valutare lo stato mentale sono disponibili numerosi test e scale, e come ho già affermato precedentemente, in Liguria è in uso la scala Aged.

Altri autori[51], distinguono nelle patologie mentali dell’anziano i disturbi depressivi, gli stati confusionali transitori e le demenze, occorre aggiungere che la depressione dell’anziano riveste notevole importanza, perchè purtroppo per sua natura genera spesso in persone che hanno già subito perdite di ogni sorta e vedono il proprio corpo decadere, sentimenti di paura e solitudine con conseguenze drammatiche quali il suicidio.

E’ noto infatti che vi è un maggiore tasso di suicidi fra la popolazione anziana soprattutto maschile, che in altre fasce d’età.

Considerando gli stati confusionali transitori simili al delirium è da considerare che si possono scatenare anche da una semplice influenza o da effetti collaterali dovuti a farmaci, i quali però in situazioni di senescenza è difficile evitare.

Si possono inoltre favorire reazioni ipocondriache, e aumentare l’uso degli stessi, assume allora grande valenza anche il medico di base, che può determinare in alcuni casi risposte adattive adeguate oppure al contrario reazioni che possono fare crescere sensi d’inferiorità andando ad aggravare il quadro clinico.

Per altri autori[52], ai tempi odierni si tende a sottostimare l’importanza di alcuni disturbi, che potrebbero invece essere considerati sintomi psicopatologici, escludendo così gli anziani da adeguate terapie.

In questo senso comunque si continuano a sottovalutare fattori affettivi e ansiosi che invece possono determinare disturbi cognitivi.

Questi autori citano anch’essi le forme principali di demenza, fra le quali includono la demenza degenerativa primaria, le più diffuse fra queste sono naturalmente il morbo di Alzheimer, e la demenza multinfartuale.

Tra le due forme la differenza consiste nel fatto che nella prima l’esordio è subdolo e il decorso è progressivo, mentre la seconda presenta un’evoluzione fluttuante a gradini e non è diffusa ma a scacchiera, possono così all’inizio essere colpite alcune funzioni mentre altre allo stesso livello restano intatte.

Come già affermato la depressione dell’umore è molto frequente nell’anziano, le ricerche hanno trattato sempre però le depressioni maggiori, mentre a volte si presentano mascherate sotto forma di vaghi sintomi fisici in organi e apparati quali il sistema cardiocircolatorio, e non si manifestano rilevanti variazioni dell’umore.

Emerge quindi il fattore psicosomatico che può scatenare o comunque peggiorare situazioni precarie già presenti, inoltre riguardo ai tassi di suicidio in età senile sono in minor numero le donne, forse per la loro predisposizione alla vita passiva a seguito di un certo tipo di educazione, mentre gli uomini non reggono alla passività del pensionamento o della malattia, però attualmente è comunque in aumento anche tra la popolazione femminile il suicidio, ciò deve fare riflettere ulteriormente e valorizzare di più le relazioni e i rapporti umani.

 


3 L’approccio pedagogico con l’anziano istituzionalizzato.

3-1 Cenni storici.

 L’anzianità nella storia è vista in modo contraddittorio.

Ma una cosa certa è il fatto che da Oriente a Occidente sino al Rinascimento, ricercando la vecchiaia in ogni tempo, “i vecchi non hanno mai rappresentato una categoria, un gruppo a se, diviso dall’adultità”, dalle parole di Minois, il vecchio è solo un adulto con qualche anno in più, mai i vecchi si presentano come una categoria sociale, ma si disperdono in una moltitudine di casi individuali.

Quando si parla invece di vecchi dei giorni nostri, si intende la vecchiaia come parte a se, divisa nel contesto attuale dalle altre categorie, dopotutto secondo Aries ad esempio anche la fanciullezza è una invenzione dei tempi moderni, egli sostiene che se osserviamo i dipinti di epoche passate, si può notare come i bambini siano vestiti come piccoli adulti, anche qui allora si può pensare ad una categorizzazione, certamente più marcata nella nostra società, che ci obbliga a ricoprire ben determinati ruoli, rischiando l’emarginazione se non rispettiamo certe regole.

Dai tempi lontani ci vengono tramandate riflessioni sul divenire della vecchiezza ed il rifiuto dell’invecchiare: il vecchio è inteso come un adulto che vivendo di più può apportare saggezza agli individui di età minore, però ci viene anche rimandata la figura di un anziano che non conta nulla, un anziano ridicolo, che può ridursi ad essere vagabondo o povero, e che verrà presto accolto in ospizi, degradato della sua dignità di essere umano[53].

Le conquiste della nostra epoca, a noi ben note che consistono nell’aumento della vita media e dell’età pensionabile, sono certamente punti importanti ai fini di una più piena ed umana esistenza, ma da un altro punto di vista si è costruito un periodo negativo relativo alla vecchiaia, vengono allora a determinarsi stereotipi e pregiudizi sull’anziano che non produce più, malato, pieno di acciacchi, senza progetti.

L’anziano non vive più la propria sessualità, in caso contrario è visto come un vecchio depravato, in molti casi si pensa alla figura dello stereotipo del pedofilo, che è spesso identificato in individui in età senile, cosa peraltro falsa, infatti dalle ricerche criminologiche emerge chiaramente che la figura tracciata dal profilo psicologico che è terribilmente reale, degli individui che abusano di bambini è quella di una personalità apparentemente normale di trenta – quarantenni [54].

Invece nelle rappresentazioni collettive ci appare la figura dell’anziano che adesca i fanciulli con il dolcetto o la caramella.

Ad ogni modo a parte l’estremizzazione di tale figura, la senescenza rimane comunque vista come un decadimento fisico e mentale, e anche qui si evidenzia ancora il pregiudizio, perchè da ricerche effettuate emerge che senza dubbio vi è una involuzione nel processo senile, ma in realtà si presenta soprattutto dopo gli ottantanni, prima di questa età vi sono molte discussioni in atto.

Dall’interpretazione che danno gli storici sull’invecchiamento degli individui[55], nell’antica Grecia e nell’antica Roma, vi si possono cogliere elementi di contraddizione, da un lato vi è una mitologia che valorizza la giovinezza e la forza propria di questa età, i poeti greci maledicono la vecchiaia, mentre la commedia ne dipinge gli aspetti ridicoli e ripugnanti o solo i difetti.

Giori afferma che la vecchiaia è un concetto nuovo, in cui meno di cento anni fa l’espulsione del mercato del lavoro non significava raggiungere il gruppo dei vecchi, bensì quello dei poveri.

Plutarco autore greco, difese la posizione dei vecchi: anch’esso raggiunse gli ottantanni.

Nell’antica Roma pare che ci si trovi a fare i conti con un certo numero di persone anziane, la legislazione attribuisce un ruolo forte al pater familias, chi accede a questo ruolo ha un indiscusso potere.

I vecchi entrano così in diritto di occupare un posto di rilievo, però non senza conflitti, infatti i figli restano sottomessi al padre per un lungo periodo.

Ma anche in questo contesto, il mondo romano fondendosi con varie usanze e popoli, fa sì che nel periodo della repubblica, chi è vecchio si trovi ad avere un ruolo importante, mentre nel periodo imperiale la vecchiezza non vi trova posto.

La testimonianza più conosciuta del pensiero latino sulla vecchiaia, è il Senectute di Cicerone, una vera e propria difesa ed esaltazione al tempo stesso, rivolta alla venerabile età.

Dopo accurate indagini lungo i secoli, si presentano accenti diversi, che se si riferiscono al Nord Europa probabilmente poteva anche accadere che i vecchi potessero essere eliminati fisicamente, mentre nella Chiesa essi godevano di migliore trattamento e alimentazione, è in questo frangente che inizia a comparire l’istituzione.

In questo contesto vi sono due filoni, uno della storia del monachesimo, in cui i vecchi abbienti scelgono in piena consapevolezza il ritiro nel monastero con l’aiuto dei monaci; mentre il secondo filone prevede la storia della povertà, cioè riguarda tutte quelle categorie che vivevano in condizione precaria, in questo contesto vi possiamo senz’altro includere quelle dei malati, poveri, storpi, vagabondi, ciechi, mendicanti, folli, orfani e vecchi.

Anche dal Medioevo emergono rappresentazioni diverse della vecchiaia a seconda del gruppo sociale di appartenenza, i guerrieri e i cavalieri possono essere avanti negli anni, purché prodi, i mercanti possono avere un’età molto avanzata, restano i contadini che si trovano in una categoria non bene definita.

Secondo Minois va sfatato il mito della famiglia allargata e patriarcale.

Tra il 1348 e il 1351, la peste che in questo lasso di tempo imperversa, uccide più di un terzo della popolazione europea, dei vecchi risparmiati da questo terribile flagello, molti saranno poi ridotti in povertà e costretti a vivere di elemosine.

Nella Milano medievale, ma anche in altre città dopo il Mille, sorgono molti luoghi di ospitalità, ricoveri per anziani indigenti, per folli e per bambini orfani.

L’inizio delle istituzioni, pare dunque legato non alla presenza dei folli, degli inabili o dei vecchi, quanto piuttosto alla presenza più generale dei poveri, alla base di questi tipi di assistenza si profila la pietas cristiana, attraverso di essa il povero è signore, perchè si identifica con Cristo.

Tra il Trecento e il Cinquecento, si assiste ad un cambiamento radicale nei confronti dell’atteggiamento verso i poveri, questo avviene per mezzo di un processo di laicizzazione per cercare di superare l’ambiguità che si determina nella valorizzazione della povertà come valore morale, mentre nello stesso tempo vi è anche l’esigenza di cercare di diminuire le condizioni di miseria dilaganti proprie di quel tempo.

Per gli storici il Cinquecento resta un momento di grandi scelte, in cui si cercano di controllare le tensioni sociali, cercando di soccorrere con metodo gli inabili e obbligare al lavoro gli individui che avevano la possibilità di espletare un ruolo più attivo.

Da questo momento emergono delle contraddizioni nella cultura delle istituzioni, che saranno poi parte integrante dell’attuale contesto politico e sociale.

Da un lato emergono fattori positivi, quali la cura, l’assistenza, la protezione, la vicinanza e la carità; ma il rovescio della medaglia comprenderà poi anche l’incuria, l’abbandono, la coercizione, l’emarginazione e l’obbligo.

Si diffonde l’internamento in Francia, in Inghilterra, in Italia, i nomi dei luoghi sono i più svariati, possono essere case di internamento, ospedali, pie case, ricoveri di mendicità, ospedali per gli incurabili o case per poveri, ma la caratteristica che li unisce è la presenza di un apparato amministrativo che reprime gli individui, in una realtà di regole restrittive e bassissimi margini di libertà individuale.

Verso la fine del Settecento emergono le prime critiche all’internamento generalizzato, definito ingiusto e inefficace.

Si verifica anche il fenomeno della nascita della clinica, Foucalt attesta che la clinica ha bisogno di luoghi dove il medico e lo studente vedano il corpo del malato per individuarne la malattia.

A poco a poco l’ospedale si trasforma in hopital clinique, e il malato da soggetto della sua malattia diventa inesistente, ciò che conta è la malattia stessa che egli rappresenta.

Il luogo naturale della cura rimane la famiglia, anche se però la clinica ha bisogno di un luogo di raccolta dei portatori di malattia per poterli studiare.

Per chi non ha famiglia, vengono create “case comunali per malati” che sono sostituti della famiglia, e si apre quindi un dibattito sui temi del curare e del prendersi cura, emerge il tema della famiglia come luogo di guarigione e la comunità come espressione di solidarietà, ma sono argomenti che ancora ai giorni nostri non si sono certo tradotti in una ottimizzazione delle cure, su cui permangono ancora luci ed ombre.

Secondo Cristopher Booth, medico e storico londinese, la clinica sviluppatasi con la concezione dei diritti dell’uomo a Parigi nel 1789, ha aperto la strada allo sviluppo di Istituzioni ospedaliere, dove i malati potessero ricevere gratuitamente le dovute cure, e al tempo stesso costituissero terreno di studio per il progresso scientifico nel campo della medicina.

Si prosegue allora con la cura alla persona e con la difesa della salute pubblica, cercando di individuare le origini e il modo di diffondersi delle malattie infettive.

La medicina scientifica si sviluppa nella prima metà del secolo, introducendo il concetto di specificità delle malattie.

Nasce quindi accanto all’istituzione ospedaliera anche l’istituzione assistenziale, collegata agli effetti dell’industrializzazione iniziati anche nel nostro paese.

Con l’esclusione dal lavoro avviene la fine della capacità di automantenimento, il corpo segnato dall’inabilità non è più in grado di svolgere le precedenti attività, a causa proprio del lavoro stesso che si è svolto.

Attraverso la vecchiaia, la povertà e la cronicità, sembra si possa condurre l’individuo al ricovero istituzionale, questo può riguardare tutte le età, e ogni singolo che attraverso il lavoro non sia riuscito a scalare le vette della piramide sociale.

Si allarga l’istituzionalizzazione, fino a diventare controllo sociale, diventa legge, in nome del progresso si combatte la devianza.

La storia manicomiale diventa l’emblema della lotta alla devianza, dalla nascita delle istituzioni a Philippe Pinel, il liberatore dei folli della Salpétriére di Parigi, quest’ultima rappresenta un luogo di memoria dell’handicap, già da un editto di Luigi XIV del 1656, si prescriveva di costruirvi un ospedale generale per accogliere i poveri e i mendicanti dei sobborghi e della città di Parigi, questo ospedale contava circa 6000 anime quando Pinel ne divenne direttore.

Attraverso varie fasi si arriva poi alla legge Basaglia (Legge 180 del 1978), che determina una vera e propria rivoluzione nelle istituzioni manicomiali[56].

Se analizziamo la storia delle culture occidentali[57], vi troviamo lungo i secoli un intreccio di pratiche molto diverse tra loro, a volte in conflitto o di difficile convivenza, si passa dal sentimento religioso che è la pietas, alla difesa di una parte di società privilegiata per censo e per fortuna, che si oppone ad un’altra parte malata, deviante per destino o per scelta, all’opposto vi troviamo il diritto alla vita e alla salute per tutte le classi sociali di cittadini.

Erving Goffman nel suo celebre scritto “Asylums, le istituzioni totali: meccanismi dell’esclusione e della violenza”, studia e denuncia al tempo stesso la funzionalità dell’istituzione che gestisce la deviazione e la normalità.

Per istituzione totale si intende un tipo di struttura che abbia funzioni di controllo sociale.

Verso la fine degli anni 60 e per tutti gli anni 70, avverrà un processo di de istituzionalizzazione, che raggiunge il suo apice come precedentemente affermato, con la Legge Basaglia, è un’epoca peraltro di notevole impatto per le riforme dei servizi, ma gli anziani ne saranno in parte esclusi: i fattori primari del rinnovamento coinvolgono soprattutto le altre fasce deboli, e cioè i minori, gli handicappati e i malati psichici.

Nel contesto attuale e futuro dobbiamo tenere conto di questa storia così complessa, travagliata e spesso in contraddizione.

Per quanto riguarda comunque la senilità, che è quasi prettamente il risultato della vita del 900, è necessario tenere presente che è un panorama vario ed eterogeneo, e il modo in cui un individuo trascorre la vecchiaia, varia in funzione delle reazioni individuali e della volontà che ognuno può o meno sviluppare, è una risultante di un complesso di fattori in cui vi è una parte riconducibile alla natura psicologica ed una ulteriore quota riconducibile alle caratteristiche della struttura sociale di cui si fa parte, e con la quale si interagisce[58].

Per analogia si può pensare alla differente reazione che si può suscitare in un soggetto con menomazioni fisiche, ad esempio affetto da cecità: a parità di condizioni fisiche generali, lo stesso non vedente può condurre un’esistenza scarsamente autonoma, mentre all’opposto può svolgere molte attività sportive, coltivare hobby, viaggiare, andare a teatro, visitare musei e tante altre cose.

Come un cieco può reagire in modo diametralmente inverso alla stessa limitazione, anche un anziano può manifestare le stesse reazioni estremamente diversificate agli stessi stimoli.

Essere donna ad esempio, in certi contesti socioculturali può determinare un certo tipo di aspettative più o meno vincolanti, che possono essere condizionate da vari fattori, le future donne anziane saranno sicuramente diverse dalle attuali, ciò è dovuto anche al diverso concetto di intendere la vita, l’amore e la famiglia.

E’ necessario comprendere l’evoluzione del costume, della storia, della famiglia: ogni nucleo famigliare produrrà anziani diversi uno dall’altro, con pregiudizi o con una visione della vita più ampia a seconda dei casi.

Nei confronti degli anziani, come abbiamo visto è emerso sempre maggiormente il pregiudizio e lo stereotipo, fattore peraltro diffuso in periodi precedenti anche e soprattutto per l’handicap.

Per Hobbes il pregiudizio è una cosa naturale, per Spinoza l’opinione che un individuo si fa di qualcuno, dipende dal risultato dell’interazione che è precedentemente avvenuta con individui della stessa classe o della stessa Nazione, mentre per Freud “è sempre possibile riunire nell’amore un considerevole numero di persone, purché ne rimangano alcune a fungere da vittime delle loro manifestazioni aggressive”.

Emerge qui chiaro il concetto del capro espiatorio[59], é anche usuale ad esempio, e la storia in questo ci insegna abbondantemente e in modo perentorio, che ogni gruppo che sia politico o sportivo o di altra natura, per essere bene coalizzato all’interno debba avere giocoforza dei nemici esterni, visibili, possibilmente deboli per poterli colpire, e per scaricare le proprie incertezze.

Indubbiamente nella storia delle istituzioni il pregiudizio emerge spesso, questo naturalmente nei confronti dell’handicap, ma la senescenza non ne è certo priva.

Quando si pensa a persone di una certa età, il pregiudizio emerge perchè si è soliti pensare all’anziano inabile con gravi problemi psicofisici, come precedentemente affermato, si pensa al vecchio con idee malsane e perverse, per contro si può oppure pensare ad una persona incapace di vivere la propria sessualità, l’anziano diventa asessuato, incapace di vivere una vita piena ed attiva, lo si immagina come un individuo che si avvia inevitabilmente al declino, quindi alla morte.

Se è questa l’immagine che ha accompagnato l’anziano nella sua storia, dobbiamo comunque uscire da questi schemi mentali, perchè è in parte un aspetto ormai superato della vecchiezza, l’anziano di oggi fa anche sport, programmi, vive in maniera positiva il proprio futuro.

Il pregiudizio ingenera allora confusione ed equivoci, deriva dal latino prae-judicium, il termine assume il significato di giudizio prima di possedere gli elementi necessari per conoscere, è un preconcetto basato su dati insufficienti o addirittura immaginari.

Collegato al pregiudizio troviamo lo stereotipo, che è inerente alla categorizzazione, per Klineberg le categorie fanno parte del pensiero umano, Allport invece attribuisce al processo di categorizzazione una facile risoluzione ai nostri problemi senza fatica, la categoria ci permette immediatamente di farci un’idea di una situazione, di una persona o quant’altro in modo economico per la nostra mente, la quale tende a semplificare le situazioni complesse.

Tayfel e Bruner riformulano la definizione di stereotipo che consiste in una serie di generalizzazioni diventate patrimonio degli individui.

In conseguenza allo stereotipo si determina l’atteggiamento, che consente spesso comportamenti conformistici e rigidi, che a sua volta può sfociare nello stereotipo sociale, che relega ogni individuo in un ruolo stereotipato, il quale però non è reale ed è frutto della nostra mente irrazionale, e non corrisponde quindi sempre a realtà[60].

In realtà quando allora si pensa all’individuo anziano senza memoria, disorientato, incapace di determinate attività, siamo spesso in presenza di stereotipi e/o pregiudizi, per esempio è vero che nell’identificazione e nella percezione di oggetti, le persone più anziane sono più lente di quelle giovani[61], bisogna però sottolineare che le situazioni sperimentali sono artificiali, e non è quindi detto che la stessa lentezza avvenga nella vita quotidiana, dove ci si rapporta a situazioni abituali e quindi più conosciute.

Per quanto riguarda le abilità linguistiche, esse sono legate all’esperienza dell’individuo, e conservate anche in tarda età, la comprensione è influenzata invece dalla velocità con cui è espresso un discorso, perchè quando infatti non vi è limite di tempo, nei compiti di produzione lessicale, gli anziani ottengono risultati simili ai giovani, si ipotizza allora che con l’età non si riduca tanto l’estensione del vocabolario attivo, quanto invece un rallentamento dell’accesso lessicale.

Vi è comunque scarsità di ricerche, ma sembra ad ogni modo che l’anziano riesca a produrre discorsi elaborati, ma meno ricchi nel contenuto, e conservi un buon uso pragmatico del linguaggio nella comunicazione.

L’intelligenza è stata oggetto di numerosi studi psicometrici su di un grande numero di soggetti di età diversa già dai tempi della Prima Guerra Mondiale, per selezionare gli individui secondo le proprie tendenze innate, e per impiegarli nelle diverse armi in modo ottimale.

Dai confronti di quei dati nacque l’ipotesi del declino intellettuale globale: l’intelligenza declinerebbe in modo lineare e costante a partire dalla prima età adulta.

Molte ricerche dimostrarono un incremento del quoziente intellettivo (QI) sino ai 30 anni con un graduale declino fino ai 60 anni, che però declinava maggiormente dopo quest’età.

La teoria del declino intellettuale globale ritiene che l’intelligenza si costituisca da un insieme di capacità correlate tra loro.

L’attuazione di particolari tecniche statistiche, ha evidenziato nei test di intelligenza sviluppatosi in questi ultimi anni delle capacità distinte e indipendenti.

Sono stati osservati livelli di declino differenziati, ma esso è risultato più rapido nei processi di astrazione (trovare analogie, completare serie di numeri, ecc.).

Horn e Cattel hanno elaborato nel 1966 una teoria che ancora oggi sembra valida e supera l’ipotesi del declino intellettuale globale: questi autori propongono la distinzione tra intelligenza fluida e intelligenza cristallizzata.

L’intelligenza fluida sarebbe collegata allo sviluppo neuronale, seguirebbe allora una involuzione paragonabile alla teoria del declino intellettuale globale.

Essa riguarderebbe i processi base delle informazioni e delle soluzioni dei problemi, si esprimerebbe con l’agilità mentale e la velocità di organizzazione, sarebbe quindi soggetta al declino con l’avanzare dell’età; mentre quella cristallizzata sarebbe il risultato dell’esercizio con l’intelligenza fluida, attraverso la loro interazione essa diventerebbe stabile nel tempo, ed essendo collegata ad aspetti socio-culturali e ambientali, e influenzata da fattori educativi si manifesterebbe nella comprensione della cultura generale, linguistica e del vocabolario.

A correzione di questa prima formulazione di ipotesi, è seguita poi una seconda riformulazione, nella quale le capacità d’intelligenza fluida possono anche conservarsi inalterate in età avanzata, a patto che si mantengano stili di vita simili all’età adulta con adeguata attività fisica e mentale.

Dalle ricerche emerge anche un altro fattore estremamente importante, e cioè che quando agli stessi soggetti sono stati proposti a distanza di tempo gli stessi problemi, l’età ha cessato di essere un fattore limitativo, si è invece scoperto che gran parte delle differenze risultano strettamente correlate al livello di istruzione e non alla differenza d’età.

Queste conclusioni hanno fatto sì che si abbandonasse definitivamente la teoria del declino intellettuale globale.

Si è comunque constatato che le capacità intellettive iniziano a declinare generalmente a partire dai 70 anni, inoltre subiscono un declino molto più marcato circa sei mesi prima della morte biologica dell’individuo.

A seguito dell’individuazione delle differenze di invecchiamento e dell’importanza di fattori quali l’istruzione si può citare il modello di Denney (1982), che suddivide l’intelligenza e le sue abilità in due categorie: le poco esercitate e quelle ottimizzate, le prime sarebbero più sensibili al passare degli anni, le altre si baserebbero invece sull’esercizio, in questo caso un individuo di 70 anni potrebbe ottenere prestazioni simili a quelle di un ventenne, ma anche in questo caso diventa essenziale naturalmente mantenere una adeguata attività fisica e mentale.

Per gli anziani la memoria è una problematica comune, inizialmente anche le difficoltà del ricordare furono associate alla teoria del declino intellettuale globale, per cui la memoria come l’intelligenza, nell’adolescenza sarebbe al culmine dello sviluppo dai 13 ai 20 anni o dai 20 ai 25 anni, in seguito avverrebbe un lento ma inesorabile declino (Belbin 1953).

Dopo gli anni 60 emersero chiaramente fattori che testimoniavano la capacità degli anziani a fornire prestazioni mnestiche migliori; quando il compito presentava un fine ed uno scopo, fu da allora che ci si avvide che non vi era stato un adeguato confronto dei soggetti controllati, ad esempio venivano spesso trascurati fattori importanti, variabili quali la scolarizzazione, confrontando così erroneamente anziani poco istruiti con giovani studenti.

Ciò che è certo è che gli anziani sono maggiormente penalizzati quando i compiti devono essere eseguiti rapidamente, dobbiamo però tenere anche presente che il dover affrontare prove a tempo, produce nei soggetti anziani un’ansia maggiore che nei giovani, anche perchè questi ultimi sono abituati a vivere e a svolgere continuamente compiti che necessitano di una certa velocità cognitiva: basti pensare all’interazione con il computer o con i giochi elettronici sempre più complessi, che implicano una velocità di reazione agli stimoli maggiore che in passato.

Non è ancora chiaro quindi, che cosa di questo rallentamento cognitivo si possa attribuire a fattori fisiologici o a fattori psicologici, e a quale grado di interazione di questi due.

Non meno importante è il fatto che gli avvenimenti di una certa risonanza e gli episodi personali che implicano fattori emozionali di un certo valore, sono ricordati in ugual misura da giovani e anziani, nella realtà quotidiana inoltre ogni persona viene bersagliata da informazioni infinite, diventa necessario allora operare una accurata selezione sugli stimoli informativi.

Sembra allora che in giovane età filtri molto materiale informativo, grazie alle abilità cognitive maggiori, mentre con il passare degli anni la selezione si fa sempre più mirata, grazie agli interessi più specifici e alle conoscenze acquisite: ciò spinge l’anziano a adottare un parziale atteggiamento di chiusura, in considerazione anche del fatto che diminuendo le capacità cognitive, avviene una sorta di autodifesa della stima di sé preservando l’individuo dallo sperimentare sensazioni di inadeguatezza e di insuccesso[62].

E’ dovere quindi di ogni operatore sociale, contrastare i pregiudizi e gli stereotipi che si vanno formando sulla senilità, invertendo la tendenza dell’anziano sulla parziale chiusura verso l’ambiente esterno, ostacolando il diffondersi della convinzione che il decadimento mentale sia inevitabilmente connesso alla vecchiaia e favorire quindi una concezione positiva della stessa, aiutando l’individuo senescente a mantenere uno stile di vita attivo, sia mentale che fisico.

Anche le emozioni si possono differenziare secondo l’età, e secondo gli eventi storici e individuali, dalle ricerche effettuate emerge che la vecchiaia non necessariamente debba includere l’immagine negativa dell’anziano difficile, irritabile, lamentoso e triste che potrebbe essere modificata con l’abbandono dello stereotipo, il quale è purtroppo ben radicato.

In effetti si è visto che vi era una notevole differenza tra le emozioni e i sentimenti che un gruppo di anziani riferiva di provare e quelli che attribuiva ai suoi coetanei, gli anziani come i giovani hanno assegnato alla popolazione senile emozioni più negative di quelle assegnate alla gioventù.

Gli anziani che hanno partecipato a questi studi si ritenevano più felici dei loro coetanei, mentre i giovani li ritenevano più infelici.

Questi e altri studi dimostrano che le emozioni provate in vecchiaia vengono valutate attraverso stereotipi, e come tali non sono sempre veritieri: indubbiamente l’anziano ha avuto molte esperienze, anche negative, possono anche avvenire reazioni anch’esse negative a perdite famigliari o a un peggioramento delle condizioni di vita, ma ciò non vuol dire assolutamente che non vi possano essere individui che vivono pienamente e con consapevolezza la propria esistenza nella terza e quarta età.

Gli anziani sono più incentrati su loro stessi, che non al comportamento della vita altrui: nel momento in cui si realizza che la vita sta terminando, l’individuo tende a spostare l’attenzione più su di sé che sul mondo esterno.

Recentemente però la naturale tendenza degli anziani al distacco della vita attiva è contestata da molti autori, i quali sostengono invece che sia l’ambiente sociale ad estrometterli.

Diventa allora difficile stabilire se la tendenza all’interiorizzazione sia dovuta ad un meccanismo di autoprotezione in una società che non lo ritiene più degno di stima, oppure se sia una tendenza naturale della personalità, o ancora se vi sia una concausa di ambedue gli eventi.

Gli anziani vivrebbero più proiettati nel passato perchè al futuro sarebbe collegata la morte, la reminiscenza diverrebbe quindi una delle caratteristiche della tarda età, vi possiamo allora distinguere una reminiscenza negativa a contenuto nostalgico ed una reminiscenza positiva con funzioni adattive, quest’ultima assicurerebbe l’affermazione e il rinforzo dell’identità per tutti i periodi del ciclo vitale (Nuttin 1980).

All’avanzare dell'età diminuisce la tendenza a fare progetti e cambia il modo di percepire il proprio stato di salute.

La prospettiva futura è più ristretta nei soggetti istituzionalizzati, per i quali il divenire si presenta minaccioso e angosciante, mentre gli anziani attivi e inseriti nel contesto sociale privilegiano gli obiettivi costruttivi, tesi ad acquisire nuove esperienze e ad espandersi, piuttosto che difendersi e salvaguardarsi.

Un fattore importante per la vecchiaia è che ogni cambiamento comporta una risposta adattiva, l’adattamento consiste nell’accettazione di questi cambiamenti, che sono spesso purtroppo involutivi: anche questa accettazione può essere positiva o negativa, il tipo di adattamento individuale cambierà naturalmente lo stile di vita, il quale può di conseguenza rallentare o accelerare il processo di invecchiamento.

Nel caso di un adattamento positivo ci si potrà adeguare al proprio livello di efficienza disponibile, consapevoli del fatto che tale circostanza fa parte di un normale svolgimento della natura.

Mentre al contrario reagendo con una accettazione negativa al passare del tempo ci si può rassegnare assumendo un atteggiamento di chiusura fino a ridurre al minimo le attività sia fisiche che cognitive.

Si può sviluppare anche un atteggiamento di rifiuto che si manifesta con il mantenimento di comportamenti in cui occorre un’efficienza fisica o cognitiva che ormai non si possiede più, questo non può che generare frustrazioni e insuccessi che finiscono con il rendere ancora più difficile l’adattamento, e negativizzano sempre di più la vecchiaia.

In casi simili divengono di primaria importanza le cure ed il sostegno psicologico a tutti i livelli[63].

Per contrastare ogni forma di pregiudizio e stereotipo in ogni campo della vita, si esige di mantenersi sospettosi e non disciplinati, la libertà di un esercizio del sospetto di fronte a precetti, normative e regolamenti precostituiti; ciò richiede all’uomo indipendenza nella propria trasformazione e nella formazione interiore[64].

Ricordiamo la scuola del sospetto, Marx, Nietzsche, Freud, per cui si deve sempre sospettare, cioè avere un atteggiamento critico, non dare mai nulla per scontato, questo è quello che emerge da ogni ricerca effettuata in ogni campo del sapere, dobbiamo sempre vigilare perchè si evitino certi errori del passato, per potere comprendere meglio il presente e il futuro.

Si deve allora valorizzare ogni individuo, e se questo vale per chiunque, ciò è maggiormente dovuto ad individui che nella vita hanno raggiunto una venerabile età e possono quindi arricchire anche noi attraverso le loro esperienze e il loro passato.

  

3-2 Cura, sostegno, dipendenza.

 

La cura, il sostegno e la dipendenza sono fattori di primaria importanza per quanto riguarda l’anziano e la sua vita, la cura è correlata direttamente alla salute fisica e psichica dell’individuo, con essa non si intende solo la diagnosi e la cura della malattia specifica, ma il termine assume una concezione ben più ampia: con la cura si sottolinea anche la forza che è presente in tutte le attività svolte durante il giorno da ogni operatore sociale dall’ausiliario al medico.

In effetti il curare implica tutta una serie di attività ad incastro, che si vanno poi a combinare in una sorta di puzzle, in cui ogni lavoratore partecipa attivamente alla cura del paziente, ognuno con il suo ruolo e con il suo compito contribuisce alle esigenze dell’anziano, non vi è nessuno in primo piano, ma concorrono tutti alla cura, nel senso più ampio del termine.

Il sostegno: anche questo termine è molto ampio, con esso si intende un appoggio, il quale può essere pratico, ma può essere anche psicologico, esso è attivo, al contrario della cura che implica solitamente un aiuto passivo, il sostegno sfida il processo involutivo della vecchiaia, e fa sì che vi sia reazione per superare l’impasse che alberga nell’individuo in età senile, è una continua lotta per accettare i propri limiti, ma nello stesso tempo anche per cercare di superarli e per trovare valide e profonde motivazioni per vivere attivamente la propria esistenza.

Infine la dipendenza, che è un termine che genera insicurezza, soprattutto nella nostra civiltà occidentale, la famiglia è la nostra prima forma di dipendenza: nelle società più semplici, il nucleo famigliare e la casa tendono ad essere inscindibili, solo nelle società complesse, che vivono sugli scambi commerciali alcuni membri della famiglia vivono lontano, quest’ultima costituisce i nostri primi apprendimenti; mentre alcuni animali come i pesci sono in grado di provvedere a se stessi subito dopo la nascita, i mammiferi non sono in grado di farlo, ed in particolare il piccolo dell’uomo dopo la nascita rimane a lungo non autosufficiente[65].

Quindi è anche probabile che l’essere dipendenti da qualcuno in tarda età, possa in determinati casi fare regredire l’individuo ai primi periodi della vita, in cui la protezione della madre è comunque vista con ambivalenza.

La dipendenza sappiamo che per Freud e per gli psicologi dell’io è ritenuta per lo più un valore negativo, mentre per Bolby è invece anche un valore positivo, che permette al bambino attraverso la funzione di attaccamento di avere protezione dalle minacce dei predatori.

Nella vita adulta invece, specialmente nella nostra società moderna, fondata sul lavoro e sulla autonomia individuale, il fatto di dipendere da qualcuno è visto come uno svantaggio, mentre nelle società orientali, all’opposto l’essere inseriti a pieno titolo in famiglie allargate e comunitarie diventa paradossalmente un privilegio, ma che però comporta anche degli obblighi verso gli altri componenti del gruppo, questo avviene ad esempio nei kibbuz israeliani: in questo contesto non vi è individualismo, ma si vive nel gruppo e i valori sono quelli che si hanno in comune.

In questa società l’individuo vive l’infanzia in piena libertà, la vita adulta è invece vincolata dalle usanze e dalle norme societarie, mentre nella terza età torna ad essere libero da ogni vincolo.

All’inverso nella nostra società, durante l’infanzia e l’adolescenza si deve sottostare a determinate regole, poi nell’adultità ci si trova invece ad essere liberi, anzi è auspicabile avere autonomia ed emergere al di sopra degli altri; per essere apprezzato e mostrare valore bisogna non di rado diventare un arrampicatore sociale: è anche vero che queste regole valgono soprattutto in ambito anglosassone ed americano, ma è anche certo comunque che i paesi a cui apparteniamo sono perfettamente allineati ai fondamenti economici statunitensi, atti a incentivare politiche consumistiche, quindi anche da noi prende sempre più piede arrivismo e individualismo come negli Stati Uniti.

Nell’età senile come nella fanciullezza si ritorna sovente a dipendere da qualcuno: probabilmente le difficoltà maggiori sono dovute al fatto che avendo vissuto in maniera autonoma per tutto il periodo lavorativo e anche oltre, è certamente difficile accettare di perdere le proprie capacità primarie e l’indipendenza ormai da tempo acquisita.

Nel caso della dipendenza della vecchiaia, essa ci appare una realtà complessa, perchè se da un lato l’anziano che si avvale di cure deve sottostare inevitabilmente a regole e restrizioni, anche chi della cura ne fa un mestiere può ritrovarsi a dipendere, non solo in senso economico, cioè nel senso che chi è curato finisce poi con il pagare gli stipendi ai lavoratori, ma soprattutto perchè entrano in gioco fattori emotivi e regressivi di cui non sempre ci rendiamo conto, è un continuo processo di identificazione, di transfert e controtransfert, per cui può capitare che il caregiver si trovi a dover dipendere in senso psicologico dal paziente, perchè vi trova tratti dei propri genitori e non riesca magari a modificare il suo atteggiamento servile o controproducente ai fini magari della guarigione stessa del malato.

Questi sono meccanismi che conoscono bene coloro che lavorano con i malati mentali, i quali sono sempre a rischio di entrare in giochi psicologici, correndo il pericolo di contribuire al mantenimento dello status quo, o della porta girevole come abitualmente è denominata.

Bisogna poi ulteriormente tener conto anche dei parenti degli individui istituzionalizzati, i quali riversano sugli operatori sociali, medici, infermieri le loro ansie, le loro angosce, e soprattutto i loro sensi di colpa, che si possono manifestare attribuendo incuria e abbandono a chi lavorando non è in grado di elaborarne queste manifestazioni.

E’ probabile che vi sia da parte di questi parenti quella che Freud chiamava proiezione, che consiste nel trasferire delle emozioni negative personali e inaccettabili su altri individui, potremmo anche definirlo simile al capro espiatorio, cioè un capro da abbattere, che si possa incolpare di ogni nefandezza, come è accaduto ad esempio con gli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, inoltre è un fenomeno che capita spesso, attualmente soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione; sono sempre loro gli individui disonesti, ladri, assassini, noi no, noi mai.

Quando si lavora con gli anziani, con gli handicappati o con le persone svantaggiate, dobbiamo necessariamente comprendere e conoscere questi meccanismi, dunque prevale la sindrome di burn-out o si finisce con l’incentivare l’effetto pigmalione o la profezia che si autoadempie, e l’operatore sociale resta invischiato in un rapporto ambivalente altamente deleterio.

Inoltre spesso capita anche che un paziente con gravi deficit, riversi la sua rabbia verso chi opera in quel momento nel reparto, questo paziente ad esempio, aggredisce verbalmente e oggettivamente altre persone esterne che non c’entrano niente con la sua disabilità, ma in realtà egli aggredisce se stesso, la propria condizione, il proprio corpo malato.

Si ribadisce allora l’obbligo della conoscenza, almeno quella di base dei principi della salute mentale: non è certo pensabile ovviamente che tutti gli operatori sociali siano in possesso di diploma di laurea in psicologia.

Vi è comunque tutt’ora un dibattito in corso sulle definizioni di malattia cronica, non autosufficienza, disautonomia, dipendenza e sulla loro reciproca influenza[66]: attualmente si è approdati a concetti ad ampio raggio, come ad esempio la valutazione multidimensionale, si tende insomma a interpretare in maniera molto più ampia e complessa, la malattia nella persona anziana alla quale viene inevitabilmente riconosciuta sul piano clinico maggiore vulnerabilità e complessità.

Anche il concetto di salute, quando si tratta di soggetti anziani diventa più difficile, perchè è legato ad un insieme dinamico di fattori.

Questo è anche soggettivo, nel senso che a parità delle stesse patologie che affliggono l’anziano, possiamo trovare persone che continuano a vivere in modo pressoché normale, anche soddisfacente, mentre ne troviamo altre che sono penalizzate in maniera inequivocabile, e ciò può incidere gravemente sulle capacità di autosufficienza e autonomia.

In Italia i dati statistici sono ancora scarsi, tuttavia l’ISTAT sta facendo grandi sforzi per sopperire al ritardo della ricerca sociale, soprattutto sulla scia di quella statunitense d’oltreoceano.

L’indagine multiscopo del 1990, ha reso noto che in Italia vivono 2.500.000 disabili non istituzionalizzati, di cui il 60% è anziano e il 61% fa parte della popolazione femminile.

Gli anziani disabili vivono soli (il 30%), con il coniuge (il 30%) e con i figli o altri famigliari (il 40%).

Alcuni autori affermano che la capacità funzionale può essere corretta tramite interventi finalizzati a migliorare i contesti sociali, gli ambienti di vita e le condizioni economiche.

Visto da questo punto di vista il concetto che si va formando è il seguente: in ogni caso è sempre implicito il carattere di provvisorietà, cioè di situazioni che dovrebbero continuamente essere corrette e rivedute, non vi dovrebbe mai essere nulla di scontato o di definitivo.

Emerge allora che nelle strutture a carattere sociosanitario, in cui sono ospitati pazienti anziani e sono attuate valutazioni multidimensionali delle risorse personali e collettive, è di primaria importanza la centralità di verifiche periodiche.

In una attuale rassegna sui servizi geriatrici, citata anch’essa da Taccani, Tramma e Barbieri Dotti, gli utenti di residenze sanitarie e assistenziali sono individuati come “portatori di patologie cronico-degenerative che limitano la possibilità di curare la propria persona e controllare le funzioni fisiologiche essenziali le quali non possono essere assistite nella propria residenza”.

Si ritiene che divenga necessario lavorare visualizzando una prospettiva progettuale per potenziare tutti gli interventi a domicilio, ponendo anche molta attenzione a tutte le possibilità di ricovero temporaneo, per evitare così di peggiorare ulteriormente situazioni di per sé già precarie.

Negli anni 70 nasce e si sviluppa l’assistenza domiciliare, è una delle prime risposte alle problematiche sociali che in quegli anni stavano emergendo sul territorio nazionale a seguito del processo di invecchiamento che ancora oggi è maggiormente presente, ed è in continua evoluzione.

Attualmente vi sono forme di integrazione che si intersecano tra sociale e sanitario secondo le linee del Piano sanitario nazionale, siamo in fase di sperimentazione, ma si prevede che vi sarà una maggiore diffusione capillare nel futuro.

Inoltre il Piano sanitario prevede anche la già citata ospedalizzazione a domicilio, attuata nei confronti di persone che hanno la possibilità di ricevere a casa propria gli interventi di tipo ospedaliero, impiegando personale sanitario e dei servizi territoriali.

C’è stata una presa di coscienza dei crescenti bisogni, con particolare riguardo all’intreccio tra aiuti formali e aiuti informali.

Quando si tratta dell’assistenza agli anziani non autosufficienti, alle famiglie occorre una flessibilità degli orari che necessita di organizzazione, perchè possa soddisfarne anche se solo in parte le esigenze continue di cura.

Qui subentrano spesso le cooperative che cercano di coprire queste esigenze, ma purtroppo si assiste ad un mercato selvaggio per cui accade molte volte che vengano impiegate persone non adeguatamente formate e non supportate da alcuno, ciò si ripercuote inevitabilmente sul servizio agli anziani a domicilio.

In qualche comune si sono organizzati corsi di formazione teorico-pratici rivolti agli addetti all’assistenza, questi ultimi poi sono stati seguiti da un gruppo di supervisione a durata annuale: conseguentemente si è potuto anche sviluppare un servizio maggiormente qualitativo.

Dal momento che la vita degli individui non si svolge certo solo dentro casa, assumono grande rilievo anche i centri diurni, essi hanno compiti riabilitativi, di animazione e di integrazione con la comunità che vi sta intorno.

All’interno vengono accolte soprattutto le persone con problemi psico-fisici di vario genere, indirettamente i centri diurni sono rivolti anche alle famiglie, perchè essi alleggeriscono e dovrebbero coadiuvare i caregivers nel loro difficile compito.

Il problema maggiore è che i centri diurni non si trasformino in parcheggi per gli utenti, la questione è molto delicata, perchè subentrano capacità di gestione delle risorse e non ultima la professionalità degli operatori, i quali dovrebbero essere preparati e formati in modo tale, da essere in grado di affrontare e superare le difficoltà che emergono relazionando con soggetti portatori di gravi deficit.

Prima fra tutti spesso è proprio la capacità di comunicare, che viene coinvolta, o addirittura viene meno, o più semplicemente l’individuo colpito da malattie invalidanti non raramente si deprime, e alza delle barriere o delle corazze dall’interno verso l’esterno, per difendersi da questo triste evento: in effetti non sono molti i soggetti che in certi momenti riescono ad essere ottimisti.

Certamente chi riesce anche con l’aiuto della fede a superare più o meno positivamente il primo impatto verso la tragicità della malattia, può maturare maggiormente una consapevolezza ed una capacità di reazione che non può che essere vantaggiosa, ma è comunque anche vero che in taluni casi il sostegno può presentare serie difficoltà, quindi la professionalità di chi opera nei settori del terziario, non è certo da sottovalutare.

A proposito della comunicazione, Mary Marshall sostiene[67], che una competenza fondamentale del lavoro sociale è proprio l’abilità di comunicazione con l’utente: l’autrice qui distingue chiaramente quest’ultima dall’informazione.

Questo diventa necessario con gruppi di utenza particolarmente vulnerabili, i sentimenti che con ogni probabilità sono il fattore più importante dovrebbero essere partecipati.

Chiaramente una capacità che deve essere maturata da chi lavora con gli anziani è quella di non giudicare gli utenti: questo è essenziale in ogni professione che abbisogna di rapporti empatici, infatti per sviluppare in modo adeguato l’empatia come ci suggeriscono molti autori, è comunque necessario sospendere il giudizio, ed in particolare modo, diventa essenziale all’inizio di ogni colloquio.

L’importanza e la capacità di empatia è affrontata esaustivamente da Carl Rogers e Robert Carkhuff suo allievo, questi autori pongono estrema attenzione al processo di aiuto per il quale è necessario sapere entrare in sintonia con l’individuo che in quel momento si trova in difficoltà.

L’approccio di Carl Rogers mette in discussione il paradigma postmoderno della psicoterapia, secondo cui l’esito positivo è frutto di applicazioni sistematiche di ricostruzioni di tratti patologici che l’individuo preserva nella propria personalità[68], la sua teoria è che in ogni persona sia insita la potenzialità per produrre al suo interno gli aggiustamenti di cui la stessa ha bisogno.

Quindi chi aiuta deve preparare, ma non forzare la persona all’agire: al di là delle divergenze d’opinione che poi si svilupperanno tra i due autori per le quali si rimanda alle loro opere principali, quello che è da sottolineare è il fatto della centralità e dell’importanza della relazione di aiuto che nel contesto dell’istituzione assume maggiore rilevanza sia negli utenti che nel personale su cui grava l’onere di situazioni spesso drammatiche.

Per un altro autore, Roger Mucchielli[69], un colloquio mirato ad una relazione d’aiuto ha delle caratteristiche irrinunciabili, non è una conversazione e non può limitarsi a ciò, non è una discussione ne un’intervista ne un interrogatorio, ne tantomeno una confessione: l’aiuto deve essere prima di tutto libero, nel senso che chi chiede aiuto non deve essere obbligato, e deve sentirsi compreso, non deve essere un dialogo direttivo, perchè in questo caso si soffocherebbero le capacità di elaborare e modificare il proprio comportamento.

Se noi diciamo ad una persona, che cosa deve fare secondo il nostro punto di vista commetteremmo un grande errore di valutazione, e con ciò si accentuerebbe la chiusura e il blocco delle emozioni, che come abbiamo visto, anche per le persone anziane sarebbe opportuno invece esternarle.

Quando poi si tratta di sentimenti di persone di una certa età, si deve tenere presente che durante il periodo della loro gioventù, il fatto di chiedere aiuto era sinonimo di fallimento, e diventava una colpa esternare quello che si pensava fosse invece una debolezza[70].

Quindi di fronte a persone cresciute in questo contesto, emerge la necessità di sapere anche interpretare le loro richieste di aiuto, spesso mascherate sotto forma di mugugno, protesta o attraverso vari altri atteggiamenti che possono variare secondo i canoni delle loro esperienze passate.

Per essere veramente di aiuto è fondamentale sapere ascoltare e sapere osservare[71], si crede comunemente che lo psicologo carpisca negli individui chissà quale segreto, mentre in realtà il problema è più semplice e nel contempo più complicato, il problema è sempre là pronto ad essere osservato, senza un sotto un dentro o un dietro, è semplicemente e unicamente là, ma bisogna vederlo.

Forse a volte bisogna essere ingenui per cogliere i fatti psicologici, ma è comunque importante sapere utilizzare le conoscenze psicologiche che provengono dalla propria introspezione.

Per una legge psicologica che secondo l’autore è valida 95 probabilità su 100, dobbiamo considerare che, quando si attribuiscono sensazioni negative ad altri, probabilmente stiamo proiettando la nostra soggettività e non stiamo osservando.

Quindi ad esempio, se qualcuno afferma che è convinto, pur senza averne riscontro che il suo vicino gli vuole male, potete rispondere con certezza senza paura di sbagliare: voi nutrite una certa sfiducia nel vostro vicino.

Il meccanismo indicato si manifesta ulteriormente nell’anziano, che molte volte regredisce, evidenziando così ad esempio conflitti mai risolti, cosicché quello che emerge in certi momenti, non è relativo alla realtà bensì al suo passato: può così accadere che un individuo inveisca verso un operatore perchè proietta i propri aspetti negativi, che a loro volta erano magari già stati proiettati verso qualcuno del passato.

Questo accade spesso a chi lavora con le persone svantaggiate, e va quindi tenuto debitamente in considerazione.

Sarebbe importante anche se difficile, aiutare l’individuo in età senile a vedere con occhi nuovi la realtà, tutto ciò che di bello noi abbiamo sempre sott’occhio, ma che per abitudine non riusciamo più ad apprezzare.

E’ interessante notare come Luigi Pirandello in una sua novella poco conosciuta “La toccatina”[72], racconti di come l’ictus venga a colpire i due amici; prima uno Beniamino Lenzi, il quale genera angoscia con la sua malattia nell’amico Cristoforo Golish, compagno dell’ormai passata gioventù.

I due si ritrovano dopo anni, ed il Golish rimane colpito nel vedere l’amico, non più come un uomo, ma come un povero ragazzo ed emerge una sorda rabbia contro il destino e la gente, soprattutto verso i giovani che si voltano a guardare con curiosità una persona diversa, ma a sua volta subisce anch’esso la stessa sorte.

Si ritrovano così tutti e due ad andare dal medico per fare degli esercizi: riabilitazione che oggi chiameremmo fisioterapia, gustando così un sapore nuovo al raggiungimento di qualche piccolo movimento in più, proprio come i bambini piccoli che gioiscono quando riescono a compiere per la prima volta un gesto nuovo.

Scoprono così il valore delle piccole cose, vedono con occhi diversi lo sbocciare di un fiore, il sorriso di un bambino o un tramonto.

Ora a parte l’analisi letteraria di un grande scrittore quale è Pirandello, emerge chiaramente che l’anziano è spesso vittima di disabilità varie, si può sentire diverso, spesso è realmente percepito diverso; diventa allora fondamentale proprio la capacità degli operatori di apprezzare per primi loro le bellezze della vita, per poi poter proiettare lo stesso ottimismo sugli utenti, in considerazione anche del fatto che diventa essenziale per tutti, disabili e non, sviluppare le capacità di godere delle piccole cose, di stupirsi sempre di tutto quello che vive intorno a noi.

Per quanto riguarda la cura, alcuni autori sostengono la similitudine del lavoro del medico con il lavoro di chi cura attraverso l’educazione l’individuo, esaltandone tutte le qualità.

Ciò che accomuna il sapere medico e quello educativo sembra appartenere a un ambito pedagogico[73], in entrambi vi troviamo la formazione dell’uomo, sono ambedue saperi pratici ma anche teorici, si basano su teorie generali che unite a conoscenze più individuali consentono di fare prognosi e individuare obiettivi educativi personali.

Altre immagini suggeriscono la visione della cura come un intervento diretto per eliminare un male o un dolore, vista da questa angolazione allora la cura sembra avere poco a che fare con l’educazione e la formazione dell’uomo.

Qui emerge il nodo cruciale che permane nel mancato incontro della pedagogia con gli altri saperi definiti terapeutici quali la medicina, la psicologia e la psichiatria.

Secondo Piero Bertolini il sapere pedagogico viene ignorato dalle altre discipline scientifiche perchè ha origini scomode che aprono una falla nella scientificità del sapere.

Lasciando la disputa in altra separata sede, sta comunque evidenziandosi la necessità di un lavoro interdisciplinare che analizzi tutte le possibili soluzioni, per cui diventa determinante l’intreccio della cura educativa con le altre discipline: questo risulta chiaro anche in un intervento del prof. Giorgio Albertini, neuropsichiatra infantile e Direttore della Casa di San Raffaele, docente all’Università degli Studi di Roma 3: egli sostiene[74], che ai fini di un adeguato approccio alla disabilità dello sviluppo è necessario che ogni figura professionale faccia la sua parte, e inserisce a pieno titolo, sia pure non fra le prime, anche la figura del pedagogista, ai fini di operare tutti congiuntamente agli stessi obiettivi.

Quello che possiamo quindi trarre da questo discorso, è che si può tranquillamente trasferire lo stesso pensiero anche nel campo senile, là dove non può bastare né solo la cura farmacologica, anche se sappiamo che è di vitale importanza, e neanche la cura psicologica, ma devono interagire tutte le diverse figure professionali, insomma dobbiamo vedere l’individuo nella sua globalità, dobbiamo quindi considerare obbligatoriamente ogni aspetto dell’anziano, e l’educazione ha una grande responsabilità, perchè chi lavora in questo settore deve tirare fuori dalle persone quello che è sopito in loro e fare leva quindi sulle parti sane per ristabilire un equilibrio ormai perduto, quindi aiutare a spostarne il baricentro.

Possiamo comunque affermare che il termine di cura attualmente è molto usato, ma pare che venga relegato solo nell’ambito naturale quale quello genitoriale e famigliare, oppure inteso come terapia pertinente alla medicina o alla psicologia, mentre si può pensare ragionevolmente che essa può “stare tra” queste due esperienze[75], quindi questo “stare tra” diviene un luogo pedagogico per eccellenza, che si collega direttamente con la formazione, e ogni individuo possa essere quello che egli è, e non altro.

Per Rita Fadda la formazione fa parte dell’esistenza dell’uomo ed è tensione di formarsi e riformarsi all’infinito.

Per Heidegger l’esistenza stessa è cura, in quanto relazione affettiva e significativa con il mondo, con gli altri e con se, inoltre la cura nell’esperienza formativa e educativa presenta anche elementi di criticità.

E ancora il prendersi cura è un commercio con il mondo e con le cose che sono per l’esserci, però dice sempre Heidegger che l’aver cura dell’altro può avvenire in due modi: il primo lo definisce “sostituire dominando” cioè quando l’aver cura fa sì che ci si intrometta al posto di chi dovrebbe essere curato, gli altri allora sono dipendenti o dominati e si decide per loro; ma vi è un'altra modalità, ed è quella che consiste nell’ “anticipare liberando”, si può allora anche aver cura dell’altro senza sostituirsi a lui e facendo sì che egli si appropri della sua cura, del suo prendersi cura del mondo e degli altri, e può quindi poter essere nel mondo, questo aver cura è autentico,al contrario del precedente che invece è inautentico.

Per Binswanger, autore sempre citato da Cristina Palmieri, non pare possibile curare senza comprendere, anzi è determinante arrivare a comprendere, tuttavia se la cura si intreccia con la formazione e l’educazione, anche se non si vede, la cura c’è, ma agisce inconsapevolmente.

E’ determinante anche, sempre secondo Binswanger l’attesa che è usata quotidianamente nella cura delle parole, dei dettagli e degli atteggiamenti, attesa che ad uno sguardo allenato permette di distinguere i momenti, riconoscere i tempi, trovare insomma il tempo giusto o il momento giusto; ma il tempo dell’attesa è anche il tempo che espone all’incertezza e al rischio: le cose potrebbero anche non andare come si vorrebbero.

L’attesa è difficile perchè significa il tempo dell’utente, il rispetto dei tempi altrui e il farsi da parte dell’educatore, il quale dopo un rapporto estatico (Heidegger), che dura un infinito istante da vita ad una tessitura tra passato, presente e futuro, e permangono ricordi che continuano a cambiare, confondendosi con altri tempi e con situazioni differenti.

Tornando alla struttura per anziani, possiamo individuare nella metafora della rete la molteplicità dei servizi necessari per l’anziano[76], è importante l’interazione fra tutte le varie tipologie di offerte di sostegno, quali quelle domiciliari, quelle semiresidenziali e quelle residenziali, che si dovrebbero intersecare con i servizi sanitari, con l’assistenza sociale e con il volontariato e le cure famigliari.

Un modello di assistenza nato dalla moderna geriatria[77], prende il nome di Valutazione Multidimensionale (VMD); essa consiste in un’ampia gamma di test, di misurazioni e scale di valutazione che si affiancano al normale inquadramento nosologico delle patologie dell’anziano, permettendo una maggiore e più approfondita conoscenza in particolare sul piano funzionale, cognitivo e sociale, riguarda però soggetti a rischio di perdita dell’autonomia personale.

Questo determina l’intervento di una équipe interdisciplinare con competenze professionali diverse, che è l’Unità di Valutazione Geriatrica (UVG), la quale è composta dal geriatra, dall’infermiere professionale, dall’assistente sociale, dal fisioterapista, dall’o.t.a., a cui è però necessario che si aggiunga la figura dell’animatore: ne consegue una preparazione di quest’ultimo che gli consenta una stretta collaborazione con il personale sanitario, è inoltre importante la supervisione del pedagogista o dello psicologo, pianificata in base al progetto educativo generale, e poi più nello specifico vi è anche la gestione di un piano individualizzato.

Non è possibile pensare che solo la figura dello psicologo possa portare avanti un programma individuale o di gruppo, anche se certamente la sua presenza è di primaria importanza, dobbiamo però pensare che anche le figure di minor rilievo debbano portare avanti con giovamento i colloqui individuali e di gruppo: ciò vuol dire che tutte le figure professionali coinvolte nell’Assessment Geriatrico ( per Assessment si intende appunto un sistema di valutazione multidimensionale), debbono essere in grado di fare ognuno la propria parte interagendo tra di loro.

L’unità di valutazione geriatrica può utilizzare più metodologie, quelle più comunemente prese in considerazione paiono essere la Reality Orientation Therapy (R.O.T.), che pare essere più efficace nelle prime fasi della demenza senile e il metodo Validation, messo a punto dalla dottoressa Naomi Feil tra il 1963 e il 1980, il quale invece pare più adatto per le fasi più involute della confusione, dei movimenti ripetitivi e della vita vegetativa.

Una delle difficoltà maggiori è attualmente quella che non si riesce a giungere ad una definizione delle figure professionali in grado di attuare concretamente le suddette metodologie.

Ad ogni buon conto l’Assessment Geriatrico, risulta da numerosi studi e lavori che consente di ridurre la mortalità, la permanenza in struttura, i tempi di degenza, e l’uso dei farmaci, ottimizza le risorse disponibili ed infine fa diminuire il Burn-out fra gli operatori, migliorando così la qualità della vita.

Tutto ciò fa in modo che la stessa cronicità delle malattie senili non sia più vista come un concetto statico e senza speranza, bensì come uno stato dinamico caratterizzato da molti e successivi traguardi funzionali da individuare, raggiungere, consolidare o ridefinire[78].

La persona anziana[79], e soprattutto quella non autosufficiente, che entra in una struttura passa automaticamente da una condizione di normalità di vita ad una situazione di vita assistita temporanea o permanente; l’anziano entra allora in una fase di maggiore fragilità, di più marcata dipendenza e presenta bisogni di cura, di sostegno e di assistenza specifici, per i quali non è stato naturalmente possibile restare nella propria abitazione.

Una espressione molto azzeccata per indicare i luoghi in cui ci troviamo, ma che sono anonimi, è quella dei nonluoghi: essi possono essere ovunque, sono luoghi in cui non vi è né relazione tra gli individui, né storia locale.

Lo spazio del nonluogo non crea né identità singola, né relazione sociale, ma soltanto abitudine e similitudine.

Il termine venne coniato dall’antropologo Augè, che però si riferiva ad aeroporti, autostrade, itinerari prefissati, supermercati: ma tutto questo può valere anche per un’istituzione, e in effetti vi è un altissimo rischio che una struttura residenziale divenga un nonluogo per chi vi è ospitato.

Là dove ciò avviene, subentra un grave rischio per l’individuo istituzionalizzato e vengono poste a grave rischio le più elementari esigenze di ognuno di noi, e cioè i bisogni di identità, di riconoscimento sociale e di rapporti relazionali.

Come già affermato in precedenza,autonomia e dipendenza ci accompagnano dalla nascita alla morte: il bambino ha un’autonomia estremamente limitata, che via via dall’infanzia all’adolescenza tende progressivamente ad aumentare fino all’età adulta, nell’età anziana di per se già difficile da determinare, che sembra invece piuttosto dare un senso al concetto di continuità del corso della vita, va comunque ricordato il superamento dello stereotipo del ritorno all’infanzia dell’anziano.

In opposizione a quanto citato da Erasmo da Rotterdam[80], che sosteneva “a mano a mano che invecchia, l’uomo si riavvicina all’infanzia, fino a scivolare come un bambino al di fuori del mondo, al di là della noia della vita e della paura della morte”, le attuali conoscenze scientifiche e i mutamenti culturali, hanno invece consolidato la visione dell’invecchiamento come un percorso soggettivo derivante da molteplici fattori[81].

Galimberti citato più volte da Taccani, Tramma e Barbieri Dotti, afferma che è necessario in casi di non autosufficienza, aiutare la persona a convivere con una certa malattia, e a saperla esprimere, insomma stimolarla ad una accettazione attiva della malattia, ma è anche vero che quest’ultima non va rimossa frettolosamente e che bisogna comunicare all’anziano che egli potrà trovare nuovi equilibri anche se non facilmente: collocare le cure dentro la vita.

Il rapporto fra operatore e persona che richiede cure, assistenza e aiuto, si fonda su di una interdipendenza ed un senso etico del rapporto, l’anziano ha diritto a vedere riconosciuta e promossa per quanto possibile la propria autonomia, è chiaro che le difficoltà maggiori subentrano quando si tratta soprattutto di persone non in grado di intendere e di volere: chi lavora con questa tipologia di pazienti, può chiedersi giustamente dove inizia e dove finisce l’autodecisione, l’assunzione di responsabilità e l’espressione consapevole dei bisogni altrui.

Emerge altresì un’etica del comportamento e un’etica relazionale che tenga conto di una miriade di condizioni per riconoscere comunque ad ogni modo l’altro, rispettarne la privacy, riconoscere la sua unicità e l’equivalenza fra ogni operatore e ogni utente: da un reciproco riconoscimento si crea un reciproco rispetto.

Una crescente difficoltà è stabilire il livello di autonomia, perchè non possiamo semplicemente effettuare una cernita tra individui autosufficienti e non autosufficienti, ciò deve derivare giocoforza da una ipotetica scala che non è fissabile, anzi al contrario è costantemente mobile, inoltre deriva anche dal contesto in cui il soggetto è inserito.

Non è certo una forzatura sostenere, che se da un lato le migliori condizioni di igiene, di vita e di conoscenze mediche hanno fatto sì che aumentasse la vita media, all’inverso la cronicità sviluppatasi proprio con l’elevarsi della vita media ha determinato la crisi dello sguardo medico, in quanto l’arte medica consiste nel ripristinare la condizione di salute naturale, mentre è evidente che una malattia cronica non può essere debellata: ciò ha messo allora in crisi anche lo spirito positivista della medicina moderna, nella quale riponeva eccessiva fiducia e onnipotenza.

In seguito a questo si viene a creare una sorta di nuova normalità che non determina più una parte alterata o malata, bensì sperimenta costantemente equilibri nuovi ed instabili.

Gadamer, altro autore citato sempre da Taccani, Tramma e Dotti, sostiene che è proprio nel trattamento del malato cronico e moribondo che bisogna rammentarsi che il paziente è una persona, e non un caso e si debba superare quel nichilismo curativo che è caratterizzato dall’assenza di ascolto e di dialogo e da una carenza del prendersi cura globale.

Possiamo allora distinguere il concetto di curare da quello di prendersi cura, il secondo presenta un significato molto più ampio e sicuramente suggerisce un piano assistenziale individualizzato, e non certo leggi generali che risulterebbero quasi asettiche: in poche parole si evidenzia una irrinunciabile e necessaria accettazione della diversità in chi opera per prendersi cura.

Il nichilismo curativo raggiunge il suo apice quando ad esempio si prende nota da una lettera al quotidiano La Repubblica[82], delle vicende di una donna di 97 anni alla quale venne diagnosticata una malattia che dà gravi disturbi psicomotori con scatti intensi, che si ripercuotevano sul corpo della stessa, che non dormiva da una settimana e che le subentra poi un ulteriore peggioramento del linguaggio.

Ebbene questa anziana donna viene dimessa con il consiglio dei medici ospedalieri di tornare a casa e aspettare che venisse la morte ad alleviarne le sofferenze.

E’ stato allora l’intervento del medico di famiglia con una semplice ricetta farmacologica, che non ha certo garantito una vita autosufficiente, ma ha concesso di potere aspettare il momento della dipartita senza soffrire troppo.

Purtroppo storie di questo genere sono di ordinaria amministrazione e denotano una incapacità delle più elementari regole della cura.

I percorsi della cura, prevedono anche lo stesso diritto di cittadinanza della morte oltre che della vita, occorre allora forse ricostruire una cultura della morte con il diritto di parola di ogni anziano che desideri esprimere i suoi sentimenti, paure, emozioni e godere anche dell’ascolto[83]e della comunicazione, chiaramente non può essere delegata una persona specifica, ma possono essere anche altre, all’individuo anziano va consentito tutto ciò che sente come necessario alla sua preparazione alla morte e non gli va sottratto tempo e spazio nell’ascolto.

Sempre nei percorsi della cura, vengono sviluppati incontri tra i bisogni degli ospiti e l’interazione delle diverse figure professionali presenti all’interno di un istituto.

Si deve innanzitutto predefinire parzialmente un itinerario, vanno stabiliti in ogni ambito del lavoro sociale con l’anziano degli obiettivi, delle risorse e dei tempi: attraverso una costante valutazione in itinere si possono però ridefinire gli obiettivi ogni qualvolta si renda necessario.

Un altro fattore importante, è il fatto che le varie figure professionali non dovrebbero essere fissate a priori, cioè non dovrebbero presentare un rigido mansionario, naturalmente ciò include solo gli aspetti sociali della cura, perchè nella cura farmacologica vi sono figure apposite deputate a questo compito, che sono inoltre responsabili e perseguibili per legge, è chiaro quindi che queste mansioni non possono essere delegate a chicchessia per nessuna ragione.

E’ anche auspicabile la formazione di gruppi di lavoro temporanei, che non siano assimilabili all’equipe formale, e che vadano così a integrare e valorizzare le diverse capacità che altrimenti resterebbero sopite o inattive negli individui che a loro volta dovrebbero invece stimolare le capacità residue degli anziani: il lavoro di gruppo è estremamente importante, perchè permette l’elaborazione e la visione da più punti di vista, della particolarità e della globalità di un problema o di una particolare situazione.

La cura si dovrebbe sviluppare in un continum di servizi all’anziano, che dovrebbero consistere inizialmente nel sostegno e nell’aiuto della decisione spesso drammatica di ricorrere al ricovero in istituto, oltre tutto non di rado questa decisione non viene neanche proposta all’anziano, e si ritrova contro la sua volontà o comunque con poche possibilità di scelta in un ambiente a lui sconosciuto.

Un’altra fase molto importante è l’accoglienza, anch’essa dovrebbe essere cordiale e tesa all’immediato inserimento dell’individuo nell’ambiente relazionale, ludico e di animazione della struttura; quindi successivamente vi è l’attuazione del progetto individuale attraverso l’interazione di tutte le figure professionali che tenga conto della unicità del soggetto, con l’attuazione di valutazioni in itinere, come già affermato precedentemente.

Creare un nesso attraverso il passato, il presente e il futuro è un altro approccio fondamentale del percorso della cura, sono le storie di vita, le quali hanno un inestimabile valore psicoterapeutico, anche se ciò è di pertinenza dello psicologo, la valorizzazione dell’individuo per la sua unicità è comunque di competenza di tutti gli operatori sociali.

E’ allora importante fare emergere la complessità dell’individuo, attraverso la propria storia relazionale, fare emergere le qualità latenti rimaste inespresse e fare in modo che il dialogo-relazione divenga possibile e si valorizzino gli approcci biografici e autobiografici, non solo come semplice attività di animazione ma come modalità terapeutica o al limite come tecnica anamnestica.

La cura nella classica concezione assistenziale pone molta attenzione sul fattore pratico del lavoro con l’anziano, è ovvio che di solito chi si trova ad essere disabile o comunque con diagnosi di malattie invalidanti e limitanti, ha la necessità di avere assistenza per quanto riguarda tutte quelle semplici azioni basilari di tutti i giorni: sarà allora essenziale l’apporto di ausili vari per la deambulazione, quali bastoni, girelli, sedie a rotelle e quant’altro, spesso occorrerà l’aiuto, un braccio forte per esempio per alzarsi dal letto o per essere sistemato meglio sotto il tavolo per mangiare più comodamente.

Appare evidente allora che anche il servizio assistenziale sia fondamentale ai fini di una migliore qualità di vita.

Quando poi si tratta di individui non autosufficienti, le problematiche sono naturalmente maggiori: in questo caso l’igiene personale diventa irrinunciabile, il quale associato ad una continua rotazione periodica e giornaliera del corpo, funge da utilissima prevenzione delle piaghe da decubito.

Purtroppo spesso queste persone devono essere imboccate a letto, in quanto non sono in grado neanche di percepire le più banali sensazioni, quali la fame, la sete, il freddo e il caldo.

Qui emerge una problematica che si traduce poi in un interesse per la deglutizione che è insorto da poco più di un decennio in relazione alla notevole incidenza di soggetti colpiti da turbe della funzione deglutitoria, che dopo quella respiratoria costituisce una funzione fondamentale per la nostra sopravvivenza[84].

I problemi della deglutizione sono detti disfagie, e costituiscono un disturbo molto diffuso che colpisce migliaia di individui (10.000 persone l’anno nella sola Liguria).

Queste cifre trovano spiegazione nell’aumento dell’età media, nel numero crescente di patologie celebrovascolari ed incidenti stradali e nella maggiore effettuazione di chirurgia demolitiva cervico-encefalica.

Le disfagie sono patologie prevalenti nell’età infantile ed in quella senile, e la percentuale è superiore nei soggetti anziani nelle case di riposo.

Risulta allora evidente l’importanza che riveste dal punto di vista della cura, la conoscenza ed un adeguato comportamento in risposta a tale problematica per l’anziano istituzionalizzato.

Questo perchè tali disturbi possono provocare conseguenze gravissime, quali malnutrizione, disidratazione e può portare a conseguenze che possono risultare mortali, come ad esempio la polmonite ab ingestis (infiammazione seguita da infezione polmonare dovuta a passaggio di cibo nei polmoni).

Generalmente la deglutizione è l’insieme delle manovre che devono essere effettuate perchè sostanze liquide, solide, gassose o miste introdotte in bocca passino nell’esofago e da qui nello stomaco, quindi per disfagia si intende la situazione in cui per un qualsiasi motivo, tale passaggio risulti difficoltoso o non eseguito correttamente.

Spesso soffre di disfagia l’individuo in età senile, e ne può venire colpito chi presenta patologie quali vasculopatie, traumi cranici, lesioni alle vie extrapiramidali come ad esempio il morbo di Parkinson, miopatie, stati comatosi e sindromi demenziali.

Chi si occupa di questo tipo di patologia è il medico specialista foniatra, che attraverso la storia del disturbo e i cambiamenti alimentari che il paziente ha dovuto per qualsiasi motivo applicare, eseguirà alcune prove, atte a indagare la funzionalità della muscolatura e la sensibilità della bocca, della lingua e della faccia, nonché l’efficacia della tosse volontaria, la salivazione, la funzione respiratoria e la funzione laringea, ed eseguirà eventualmente appositi esami ai fini di una corretta diagnosi.

Vi sono alcuni segni e sintomi da tenere in considerazione, che sono importanti per la valutazione e la prevenzione, è poi da tenere presente che la disfagia può essere il sintomo di esordio di una malattia neurologica.

Sono comunque sintomi di primaria importanza che possono rilevare i segni di un passaggio di piccole quantità di alimenti nei bronchi, sintomi quale tosse involontaria, voce rauca, fuoriuscita di liquido dal naso, presenza di febbre anche non elevata senza cause evidenti.

Risulta allora ovvio come il passaggio del cibo che non avviene in modo regolare nell’esofago e che viene deviato nell’apparato respiratorio, sia non di rado la causa di infezioni, bronchiti, polmoniti che possono portare l’anziano anche alla morte.

E’ naturale che chi si trova ad imboccare delle particolari tipologie di pazienti allettati, debba assicurarsi che l’utente si trovi il più possibile in posizione seduta, e lo si alimenti rispettando i suoi tempi di masticazione e di deglutizione; però sta anche emergendo che questo problema non sia delimitato solo ad alcuni ruoli professionali, ma coinvolga tutti, forse anche chi si occupa di questioni educative e psicologiche.

L’autrice infatti sostiene che la rimediazione può essere innanzitutto farmacologica o chirurgica, ma può anche essere educativa e riabilitativa.

Ovviamente le persone principalmente deputate a ciò sono oltre al personale medico e paramedico anche i logopedisti.

Si può però ipotizzare che tutti coloro i quali operano nel campo dell’animazione o in quello psicologico o psicopedagogico possano coadiuvare il logopedista attraverso metodi di rilassamento, quali la musicoterapia, la phet therapy o proponendo giochi con l’acqua o con ogni tipo di materiale duttile utilizzato a scopi ricreativi o ludici, nonché attraverso il contatto corporeo, ad esempio tenere la mano, o attraverso il contatto visivo, uditivo, olfattivo ed il gusto; quest’ultimo è estremamente importante dal punto di vista del cibo, quindi sarebbe auspicabile trovare delle soluzioni atte a insaporire gli alimenti liquidi e semiliquidi, che non di rado hanno sempre lo stesso sapore, e non stimolano certo il piacere di mangiare.

E’ comunque da sottolineare che la disfagia è una patologia recente, che abbisogna di studi e approfondimenti sotto ogni aspetto.

 

 

3-3 Ottimizzazione dei luoghi di cura e dell’organizzazione.

Con l’anziano istituzionalizzato diventa di primaria importanza ottimizzare i luoghi di cura e l’organizzazione degli stessi.

Ciò diventa ancora più urgente anche in considerazione del fatto che come ben sappiamo lo stato sociale è in una situazione di grande crisi, vengono continuamente effettuati tagli alla sanità e non vi sono mai risorse economiche da investire nel campo sociale.

Per questi motivi è quindi essenziale ottimizzare anche le risorse, ossia fare in modo di ottenere una resa maggiore delle stesse, ma è anche importante trovarne di nuove, ed avere il coraggio di sperimentare in maniera flessibile, inoltre è importante collegare la cura, i luoghi della stessa con la comunità che sta intorno, in breve coinvolgere tutti.

Nel caso poi dell’anziano in istituto, avvengono reazioni particolari nelle persone che si trovano ad avere rapporti relazionali con questo tipo di utenti, spesso si assiste a disprezzo verso questa forma di assistenza, ma come per la malattia mentale o per l’handicap, anche questa è una realtà che risulta spesso inaccettabile: è quella paura e diffidenza che da sempre pervade il mondo della diversità.

E’ un mondo che fa paura, perchè ci fa emergere le nostre paure più recondite e ci costringe a prendere coscienza che potremmo anche perdere in ogni momento la nostra indipendenza, ci rende consapevoli della precarietà della nostra vita: di fronte ad una realtà così tetra, si preferiscono negare o addirittura demonizzare certe condizioni precarie che però sono lo stesso realmente vissute, le teniamo soltanto lontano da noi, ma esistono.

Ad ogni modo risulta comunque essenziale ottimizzare le risorse economiche, ma anche quelle umane sono importanti, anzi sono anch’esse primarie: quindi la formazione continua assume un ruolo non certo marginale.

La realtà purtroppo è che spesso si trovano negli istituti dipendenti demotivati, spesso non incentivati in alcun modo a migliorarsi, capita anche non raramente che si pensi che le riqualificazioni professionali e gli aggiornamenti siano presi in considerazione solo per i livelli direttivi o comunque per le categorie di mestiere più elevate, mentre per le professioni assistenziali di base, non si ritiene necessaria la supervisione, ne tantomeno lo sviluppo di conoscenze più specifiche.

Un altro fattore è quello del lavoro di gruppo: in questo campo è estremamente difficile muoversi, il gruppo sappiamo bene è particolarmente complesso, fa emergere emozioni e sentimenti che altrimenti non emergerebbero.

Possiamo considerare che “nel gruppo l’individuo ricerca il sostegno ed il supporto degli altri, e nello stesso tempo, una difesa dai sentimenti di ansia e paura insiti nei contatti con ciò che è estraneo e diverso”, in altri termini troviamo “da una parte lo spazio personale che l’individuo riesce a ritagliarsi nel gruppo e dall’altra il senso di dipendenza dal gruppo”, ed infine per Lewin “la vita del gruppo si sviluppa in un sistema di tensioni sia positive sia negative”[85].

Nel gruppo emerge allora una situazione di equilibrio fra i bisogni del gruppo e quelli dell’individuo, nella fattispecie del gruppo di lavoro, alcuni autori sostengono che un gruppo per evolversi deve tramutarsi da un semplice gruppo di persone ad un gruppo di lavoro, attraverso l’interazione,l’interdipendenza e l’integrazione dei componenti: queste sono tutte fasi che sono necessarie al gruppo per sviluppare una certa coesione, metodi, ruoli e comunicazione all’interno di esso[86].

Il gruppo di lavoro abbiamo visto è estremamente complesso, perchè se da un lato come affermano i precedenti autori l’individuo ha bisogno di essere riconosciuto e valorizzato come parte integrante di un gruppo, all’opposto deve anche delimitare i confini del suo sé dagli altri, l’eterno dilemma: dove finisce l’identità individuale e dove comincia invece quella sociale.

Dobbiamo poi distinguere il gruppo di lavoro in contesti sociali da altri ambiti, è evidente infatti la difficoltà maggiore dei gruppi che devono gestire il fattore umano.

In questi casi, oltre alla complessità dell’interazione del gruppo stesso, emergono anche le problematiche relative al “materiale umano” con il quale si opera: questo determina come già evidenziato, maggiore esposizione a sindrome di burn-out, oppure per difendersi si ergono barriere interiori e si finisce con il trattare le persone come se fossero oggetti, e si diventa cinici e freddi nei confronti della sofferenza.

Ci si addentra allora nei meandri della formazione e della capacità di lavorare in sintonia con gli altri, questo è determinante per chi lavora con gli anziani negli istituti.

Romano Prodi afferma che “sempre più la ricchezza di un paese deriva in poche parole, dallo sviluppo delle risorse umane e dal fatto che queste lavorino in modo armonico”.

Dobbiamo anche considerare che la formazione utile allo sviluppo economico non è più quella delle scuole di élite, ma quella di base estesa a tutti i cittadini; la formazione infine è considerata non più come un consumo, bensì come un investimento[87].

Detto questo pare che però, purtroppo queste affermazioni restino spesso solo parole vuote, perchè in realtà la formazione ai fini di una maggiore consapevolezza e capacità di lavoro in equipe resta una sorta di chimera, e si potrebbe parlare di una cronicità della carenza di formazione in Italia, e soprattutto nella Liguria; io stesso posso affermare che nell’istituto in cui lavoro, ormai da molti anni non viene proposto nessun corso di aggiornamento, nonostante si tratti ora di un edificio nuovo che dovrebbe promettere chissà quale avvenire.

Oltretutto questo emerge anche dalle parole di Mario Gabriele, Presidente di Nuova A.N.S.I.I.E- O.N.L.U.S. che in un recente convegno[88], lamentava disservizi e personale inadeguato nei servizi di assistenza di base a domicilio per i disabili e per gli handicappati sul territorio genovese.

La questione della formazione è importante per gestire i conflitti, i quali sono sì visti in modo positivo, ma vanno affrontati adeguatamente, per questo scopo vi sono figure apposite quali lo psicologo, il quale opera in diversi contesti, dal campo evolutivo all’ambito del lavoro, o l’esperto dei processi formativi che invece opera per stimolare l’autoformazione e l’eteroformazione.

Esistono poi dati precisi sul fatto che quando vi è un alto spirito di gruppo nel lavoro, si manifesta una resa ottimale del ciclo produttivo.

Più precisamente Elton Mayo, uno psicologo nato in Australia e divenuto professore alla Harvard Graduate School of Business, ha legato il suo nome alle ricerche condotte negli stabilimenti Hawthorne della Western Electric, ed ha effettuato esperimenti a Filadelfia, a Chicago e a Cicero[89], e le sue conclusioni furono, che l’individuo è motivato da bisogni di natura sociale e attraverso il suo rapporto con gli altri, sviluppa la sua identità personale.

C’è da notare poi che in conseguenza della rivoluzione industriale e della razionalizzazione del lavoro, quest’ultimo è privo di significato intrinseco; il significato è da ricercare nei rapporti sociali che si formano sul lavoro.

Ed inoltre il lavoratore è più influenzato dalla forza sociale del suo gruppo che dal controllo direttivo.

In conclusione se il dipendente può aspettarsi dalla partecipazione alla vita dell’azienda la soddisfazione dei suoi più importanti bisogni emotivi, può conseguentemente sentirsi anche moralmente partecipe e impegnato nello sforzo aziendale.

Mayo sostiene che se invece al contrario, la direzione crea una situazione in cui i dipendenti si sentono frustrati, usati come oggetti, ne consegue che essi si costituiranno in gruppi informali, le cui norme di condotta saranno opposte agli scopi aziendali.

Senza divagare ulteriormente in questo discorso, si nota immediatamente a primo acchito che la questione della formazione è la sfida futura sulla quale si dovrà puntare per una politica a misura d’uomo.

La formazione ed il lavoro di gruppo ha dato i suoi frutti in paesi come il Giappone e la Germania, nei quali l’economia ha avuto un notevole sviluppo e si è investito molto sulla professionalità a tutti i livelli.

In particolare modo in Giappone, si è fatto molto per incentivare il lavoro d’equipe: qui ogni operaio può proporre nuove idee e progetti, ed è quindi valorizzato dalla direzione, anzi è auspicabile che vi siano da parte di ogni dipendente proposte nuove ed originali, il tutto appartiene ad un mondo dinamico, mai statico che continua ad evolversi, è necessaria allora la partecipazione di tutti, nessuno escluso.

Questo tipo di approccio si è attualmente dimostrato vincente, per questo motivo ora si sta insistendo molto su questo tipo di risposta alle continue crisi dei valori del mondo occidentale, sottolineando la funzione emancipatoria della formazione, che non è solo puro sapere razionale, ma consiste soprattutto nella consapevolezza e dell’importanza dei rapporti sociali e della basilarità dell’introspezione individuale.

Sono questi tutti fattori indiscutibili che devono necessariamente essere analizzati, elaborati, conosciuti per potere lavorare nel campo sociale con una certa capacità di critica ed di autocritica: non è pensabile infatti crescere ed evolversi senza la capacità di mettersi in discussione, e questo vale ancora di più per chi lavora con persone che amano, che odiano e che soffrono, ed infine non è nemmeno possibile avere la presunzione di essere al di sopra di tutto, a volte anche della morte.

Purtroppo dobbiamo imparare ad elaborare i nostri sentimenti, positivi o negativi che siano, per poterli accettare senza averne paura.

Sarebbe auspicabile organizzare setting di psicoterapia individuale e di gruppo, o partecipare a psicodrammi, simulazioni dei ruoli (role playing), o sedute di musicoterapia; ma basterebbe forse già un confronto più aperto e meno pregiudiziévole riguardante gli altri in tutta la loro diversità e la loro unicità.

Certamente il traguardo formativo, che comunque non sarebbe mai fissabile a priori, sarebbe di indubbia utilità per ottimizzare i luoghi di cura, perchè doterebbe maggiormente coloro che lavorano con le fasce deboli, di capacità relazionali ed empatiche, e nel contempo li preserverebbe da sensazioni di inutilità: l’individuo istituzionalizzato, da parte sua avrebbe invece modo di essere aiutato concretamente senza le situazioni frustranti che di solito accompagnano in questo contesto le relazioni di aiuto, o quantomeno queste situazioni sarebbero alleviate.

Alcuni autori[90]sostengono “che in una qualsiasi organizzazione, tra tutte le risorse, quelle umane sono le meno prevedibili: un rischio per alcuni, un’opportunità per altri”; si ritiene qui che una minore prevedibilità rappresenti un patrimonio che a sua volta può determinare comportamenti più adeguati alla complessità della cura.

Inoltre questi autori pongono anche l’attenzione sull’interrogativo etico che si svolge nel dibattito di molte discipline e di molte professioni sociali e sanitarie.

Un risvolto etico si presenta nel rapporto tra istituzione e comunità ed include tutte quelle modalità del “farsi carico” e del “prendersi cura” degli anziani, siano essi autosufficienti o non autosufficienti, ma l’etica dell’organizzazione riguarda anche l’importanza del supporto alle famiglie, l’assistenza domiciliare, i centri diurni.

In questo testo viene citato un fenomeno denominato “deportazione assistenziale” che consiste nell’allontanamento forzato dell’anziano dal suo contesto di vita, con conseguenti difficoltà di mantenimento dei rapporti con famigliari, amici e vicini: questa realtà negativa, ha fatto sì che si sviluppasse un atteggiamento di reciproca estraneità fra struttura e comunità.

Allora se una comunità sa trovare nuove risorse o potenziare quelle già esistenti, dovrebbe interpellare tutta la cittadinanza locale, che a sua volta fa capo a tutti i soggetti che la compongono, ma è giusto sostenere che bisogna affrontare realisticamente e senza moralismi questa situazione.

Se infatti da un lato l’istituzione è vista negativamente, occorre anche pensare che per alcuni anziani, i quali purtroppo non possono contare sui figli o che sono soli, l’ingresso in istituto può essere invece una soluzione ai loro problemi.

In effetti da una recente ricerca emerge che fra gli intervistati, quelli favorevoli alla casa di riposo sono prevalentemente senza prole o con un unico figlio, mentre gli oppositori sono genitori di prole numerosa.

Inoltre è stato stimato che la probabilità (il rischio) di essere istituzionalizzato aumenta parallelamente all’età: è del 18% fra i 65 e i 74 anni, del 36% fra i 75 e gli 84 anni, e del 60% fra gli 85 e i 94 anni.

In questo testo si evidenzia comunque che il sorgere di una struttura sanitaria va correlata ai bisogni della comunità, e non deve essere un semplice contenitore di bisogni, ma deve essere finalizzata ad ottenere un servizio, deve porre al centro della propria azione la persona, solo e unicamente la persona, essa deve richiamare l’investimento di risorse, ma non deve essere profitto, ne gestione clientelare nei confronti di chicchessia, ne l’espressione di un mero assistenzialismo.

In altre parole si tratta di “mettere l’anziano al centro dell’agire organizzato”, che “si traduce nel trattarlo come un soggetto”, è però da notare purtroppo che[91] “vi è sempre uno spreco di risorse educative, quando le autorità non sanno di che cosa le persone hanno bisogno”, e in realtà questo accade non di rado.

Per quanto riguarda le risorse economiche disponibili per l’assistenza sociosanitaria nella struttura, sappiamo purtroppo la reale difficoltà del sopravenuto squilibrio tra risorse disponibili e costi da sostenere[92].

Purtroppo “il campo degli anziani è un ambito privilegiato nel quale lo stato sociale esprimerà la capacità di sopravvivere o di perire sotto il peso delle incapacità, della disorganizzazione, degli egoismi” (Levorato-Rozzini-Trabucchi, I costi della vecchiaia).

Nelle organizzazioni a carattere pubblico, privato o no profit, si presenta a più livelli la responsabilità della giustificazione della spesa del denaro pubblico, attraverso processi di trasparenza, di valutazione e di continua ridefinizione delle risorse che necessitano al cambiamento.

Naturalmente l’efficacia delle scelte si coniuga con un adeguato equilibrio del rispetto dei diritti di ogni singolo individuo e la salvaguardia delle risorse collettive.

Le scelte sono attualmente più soppesate anche in considerazione del fatto che mentre in tempi passati si accettava incondizionatamente l’avvento di ogni nuovo progresso biomedico, attualmente vi è maggiore cautela perchè il concetto che si è evidenziato è quello del rapporto rischio-beneficio, cioè ci si domanda se ne vale veramente la pena e che prezzi si è poi disposti a pagare.

Emerge chiaramente la complessità della scelta di particolari investimenti piuttosto che di altri, bisogna valutare attentamente per prima cosa se ce lo possiamo permettere, e poi a vantaggio di chi e a chi si sottraggono risorse.

Peraltro è evidente che in campo gestionale, non è neanche detto che lasciando le cose come sono si facciano le mosse migliori, anzi è sicuramente impensabile proporre modelli di gestione ormai superati, che magari anni prima hanno dato un loro valido contributo, ma che con le attuali trasformazioni demografiche in atto sarebbero insufficienti se non addirittura inefficaci.

Secondo Sandro Spinsanti citato da Taccani, Tramma e Barbieri Dotti, per il quale il richiamo dell’etica è forte, da un lato troviamo l’insoddisfazione di chi non vede curata adeguatamente la sua malattia e le conseguenze della stessa, all’opposto troviamo anche però la soddisfazione ingiusta dell’anziano che non sentendo lo stimolo della sete non riceve l’aiuto adeguato per assumere i liquidi a lui necessari: vediamo allora come l’etica vada ad influenzare la soddisfazione e l’insoddisfazione.

Emerge ancora prepotentemente l’ottimizzazione della cura anche attraverso l’etica professionale che ancora una volta è legata anche alla formazione.

Un buon professionista sostengono gli autori, è colui che si assume la responsabilità del proprio rapporto con ogni singolo utente, ma la stessa responsabilità la assume anche nei confronti dell’organizzazione, egli deve in breve tenere conto dell’autorità, della gerarchia e della disciplina: l’autorità è intesa come autorevolezza, la gerarchia permette una corretta individuazione delle responsabilità e delle competenze, mentre per disciplina si intende controllo ed autocontrollo secondo i principi etici ed il codice deontologico.

Tutti i fattori sopra esposti, dovrebbero assicurare l’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario e di tutte strutture esistenti sul territorio nazionale (Iandolo-Hannau).

La formazione abbiamo visto è un fattore primario per ottimizzare le risorse, per Mary Marshall[93], riveste molta importanza l’aiuto che dovrebbe essere prestato a chi svolge professioni in campo sociale.

Per chi lavora con gli anziani poi, una ulteriore fonte di stress è l’inevitabilità della morte, diventa difficile in queste condizioni sostenere un approccio ottimistico.

Tuttavia l’autrice sostiene che difficilmente le figure professionali sono in grado di rendersi conto di quanto possano avere bisogno di aiuto, dovrebbe allora essere una pratica più diffusa utilizzare le abilità professionali di aiuto per sorreggersi l’un l’altro, qui l’autrice parla soprattutto degli assistenti sociali, ma si può supporre che ad ogni livello il sostegno reciproco possa essere di grande aiuto per tutti.

Viene poi affrontato il discorso della supervisione, che benché sia nata in ambito psicoterapeutico, può essere anche usata come strumento flessibile per assicurare ad un collega sostegno e corresponsabilità della gestione del lavoro, è un regolare periodo di tempo di almeno un’ora, con frequenza minima di una volta ogni quindici giorni; in questi frangenti dovrebbero emergere i sentimenti che sono inespressi, ma che portano inevitabilmente malessere generale.

La Marshall non ritiene che la supervisione debba essere necessariamente sostenuta da un superiore, sostiene che alcune equipe sono solite turnare queste attività, rendendo così tutti i membri del gruppo in grado di catalizzare le proprie conoscenze, inoltre è un processo che stimola e fa crescere il supervisore e può procurare grandi soddisfazioni.

Un altro modo di affrontare lo stress e mantenere un certo grado di ottimismo sul lavoro, è quello di formare dei gruppi fra colleghi, questi gruppi possono essere informali, cioè si possono formare in ogni momento, e in ogni occasione non prevista; possono però essere anche veri e propri gruppi di lavoro formali, in questo caso vi sono incontri regolari e pianificati, discussioni e verifiche.

Ciò che è essenziale è che in queste riunioni siano dati dei tempi per condividere le esperienze, portare a galla i sentimenti e riflettere sui propri comportamenti.

Inoltre questi gruppi si possono formare internamente o esternamente al servizio lavorativo, nel primo caso vi sarà più conoscenza approfondita, però anche più conflitti; nella seconda ipotesi invece, sarà necessario organizzare incontri intensivi allo scopo di conoscersi meglio, è comunque importante chiarire gli obiettivi degli incontri, e trovare motivazioni che convergano nella stessa direzione.

Una delle maggiori difficoltà è la quantità di tempo, la quale fra l’altro è l’unica risorsa non recuperabile in alcun modo.

Il lavoro d’equipe è, sempre secondo l’autrice, usato e abusato, il termine è spesso impiegato per dare l’impressione che al suo interno vengano trattate questioni importanti e che vi siano elevate capacità di interazione, un punto importante è che si è di fronte ad un vero gruppo, quando le persone possono esprimere dei sentimenti negativi propri e degli altri, ed il team li può tollerare ed affrontare in maniera costruttiva; in realtà la Marshall sottolinea, che è molto difficile che persone che lavorano insieme formando un gruppo, riescano a mettere in atto un tale tipo di atteggiamento.

I team multiprofessionali, sono rari perchè uno dei principali requisiti è la stabilità del personale, è allora evidente che là dove vi sia un elevato turnover dei dipendenti, non si può parlare di equipe, nel senso vero e proprio del termine.

Spesso si formano dei veri e propri sottogruppi, formando così dei miniteam per aiutarsi l’uno con l’altro, inoltre talvolta non è nemmeno possibile formare un’equipe, perchè magari delle persone possono essere felici di lavorare accanto ad altri colleghi, ma non vogliono impegnarsi a condividere rapporti più stretti, che possono essere ritenuti limitativi e coercitivi.

Esistono anche altri tipi di gruppi di persone, o ad esempio i gruppi di aiutoaiuto, che secondo l’autrice sono poco utilizzati nel lavoro sociale, è difficile avviarli, si va incontro ad un notevole dispendio di tempo e di fatica, ma ne vale certamente la pena: se poi esistono collegamenti con iniziative di volontariato o con la chiesa, possono anche essere utilizzate queste risorse con successo.

In questi gruppi vengono condivise tutte le emozioni: il dolore, la solitudine, il senso di impotenza, vi è dunque la possibilità di essere compresi più a fondo, dal momento che tutti i componenti condividono gli stessi problemi.

Come ho già affermato precedentemente, ogni forma di aiuto che può servire a chi si occupa di care, può ottimizzare le risorse, ma deve essere presente prima di tutto una adeguata informazione, poi anche per i caregiver, come per chiunque altro è importante tradurre in parole quello che si prova, anche se a volte non è facile ammettere di provare sentimenti come la collera o al repulsione, in certi casi anche violenta; bisogna peraltro tenere presente che odiare una persona che normalmente si ama, è certamente traumatico ed inaccettabile, è importante allora che si maturi la consapevolezza dei sentimenti ambivalenti.

Sarebbe anche importante aiutare tutti coloro che sono vicini a chi si trova in difficoltà, sarebbe opportuno inserirli in programmi di sostegno, ad esempio in servizi di respite (pausa-sollievo), questi servizi consistono in una forma di aiuto pratico per sollevare per un periodo paragonabile alle ferie chi cura l’anziano, può essere un ricovero in ospedale o un periodo di inserimento dell’utente anziano in strutture residenziali, ciò che conta è che vi sia un trattamento del paziente, tale da non sviluppare ulteriori rimorsi o sensi di colpa in chi rinunciando al suo ruolo di caregiver per un determinato periodo di tempo, ha invece diritto a riposarsi e si merita una pausa.

Oltre a ciò si possono organizzare corsi di aggiornamento molto utili a chi lavora in situazioni stressanti, possono essere corsi dalla durata di un giorno, incontri di studio regolari, corsi serali, corsi dilazionati nel tempo o altri tipi di seminari.

Talvolta è utile che siano organizzati da chi fa un lavoro simile, mentre alle volte è meglio una partecipazione mista, in quest’ultimo caso possono essere di notevole contributo svariati punti di vista che possono riconoscere vari problemi altrimenti non riconoscibili, inoltre si può anche incentivare la circolazione di nuove idee.

Si evidenzia inoltre che “l’addestramento o informazione su aspetti specifici, può comportare la modificazione di atteggiamenti più generali”, tutto questo non può che migliorare e ottimizzare la capacità di cura e del prendersi cura.

La marshall conclude ribadendo che nelle modalità più valide per aiutare chi deve far fronte a bisogni di vecchi con difficoltà di ogni tipo, va inclusa la possibilità di parlare e di condividere con altri le loro preoccupazioni, dare loro adeguate informazioni circa gli aiuti pratici di cui si potrebbero avvalere, ed infine dare la possibilità di usufruire di qualche momento di pausa, possa essere di due ore o di due settimane.

Sempre secondo questa autrice, gli assistenti sociali si trovano non di rado ad organizzare di continuo le risorse, per questo motivo essi dovrebbero essere in grado più di altri di adattare e migliorare le risorse, e dovrebbero capire ciò che gli utenti vogliono, anche leggendo tra le righe, cioè andando oltre l’apparenza.

Ciò di cui bisogna tenere conto, è che il lavoro sociale deve sempre fare i conti con il compromesso, ci si deve insomma arrangiare con le risorse presenti, prima ancora di crearne e trovarne di nuove, inoltre bisogna possedere abilità imprenditoriali, manifestare ottimismo e fiducia nel futuro.

Generalmente è più difficile cambiare un sistema organizzativo già consolidato, spesso infatti emergono resistenze che vanno ad ostacolare, se non a vanificare anche il progetto migliore, quindi riemerge essenziale la motivazione ed il dialogo con il personale, nonché la formazione e l’etica: perchè ad esempio non è facile stabilire fino a dove arriva l’aiuto alla persona e dove invece inizia l’intrusione nella privacy altrui; si rinnova allora il discorso estremamente delicato sull’etica professionale, che però non è nemmeno semplice stabilire a priori, in quanto cambiando il livello di autosufficienza, cambia anche inevitabilmente il grado da apportare .

Chiaramente per dare un buon servizio all’utente anziano, oltre alla selezione e alla formazione del personale, è necessario possedere la giusta attrezzatura, in questo caso la gamma è molto ampia: si va dal materiale di animazione, che può consistere in materiale ludico di ogni tipo, giochi di società, penne, pastelli, colori, alle attrezzature per la fisioterapia, quali ausili per deambulare, nonché gli strumenti per la psicomotricità, che possono essere diversi a seconda della situazione, e si può trattare di bastoni o differenti tipi di palle; inoltre sono essenziali i materassi antidecubito e molte altre apparecchiature per una corretta assistenza, in questo caso subentra il Servizio Sanitario Nazionale, il quale fornisce materiale in base al grado di invalidità dei pazienti.

Per cercare le risorse necessarie ad attivare nuovi progetti, vengono qui evidenziati alcuni suggerimenti, innanzitutto bisogna avere contatti con persone che sappiano come ottenere dei finanziamenti, non procedere mai da soli, e cercare di guardare più in là dell’ente in cui si opera; è importante altresì parlare molto del progetto prima che parta: è essenziale far circolare copie scritte, organizzare incontri e seminari, o portare esempi di precedenti esperienze, se ne esistono; fatto questo, bisogna prepararsi anche a ricevere delusioni, perchè certi progetti per tanti motivi possono evidenziare difficoltà, e possono non partire, o potrebbe anche accadere che non sortiscano l’effetto desiderato; in effetti non è certo così semplice prevedere quali progetti saranno accolti favorevolmente, e quali invece a volte senza ovvii motivi possano essere respinti, o comunque dare dei risultati che possano essere presi o meno in considerazione.

Quello che si sostiene è che in realtà questo argomento non è sufficientemente esplorato in letteratura, tuttavia si suggerisce di avviare più di un progetto contemporaneamente per avere più possibilità di riuscita.

Sempre per ottimizzare le risorse, è importante sapere gestire il lavoro interdisciplinare: una prima abilità consiste nell’accettare che gli altri facciano cose che ci sembrano invece di nostra competenza, questo accade dove si presenta una sovrapposizione di servizi offerti; diventa altresì importante conoscere i punti di vista degli altri e valorizzarli di conseguenza.

Un altro fattore non di secondaria importanza, è la già citata capacità di sapere gestire i gruppi, da parte di chi dovrebbe organizzare le risorse, in questo caso subentra la capacità di sapere portare il gruppo oltre l’inattività di certi momenti e quindi stimolare nuovi processi produttivi per superare l’impasse: a questo scopo viene citata la simulazione dei ruoli (role playing), una tecnica molto utile, che però per l’autrice non è applicata abbastanza diffusamente, essa consiste nel simulare ruoli diversi, per rendere consapevoli coloro che ci stanno di fronte, degli errori comportamentali che stanno commettendo.

C’è poi da specificare che attualmente le abilità professionali più sviluppate e sperimentate sono quelle maturate con il lavoro sociale verso i minori e le loro famiglie, mentre verso gli anziani non vi è sufficiente preparazione, sarebbe allora auspicabile riuscire a trasferire queste abilità proprio in campo senile.

Ad esempio si possono citare le tecniche utilizzate con genitori che maltrattano i loro bambini, che potrebbero essere adattate a persone che invece maltrattano i loro parenti anziani.

In definitiva una efficace prestazione di aiuto dovrebbe collocarsi sempre in un contesto interdisciplinare, andrebbe sempre chiesto agli anziani stessi di che cosa hanno bisogno, ed infine sarebbe auspicabile inserire l’individuo anziano in un contesto che lo renda attivo.

Per quanto riguarda ancora l’utilizzo delle risorse, Taccani, Tramma e Barbieri Dotti[94]sostengono: “occorre anche che in ogni struttura vi sia assunzione delle proprie responsabilità di controllo, nel rispetto democratico della gerarchia per quanto concerne la violazione del codice etico, dei codici deontologici professionali, delle leggi, del regolamento interno”.

E ancora “sono molte le strutture che hanno usato o continuano ad usare formazione e supervisione degli operatori come contenitore di ansie o come valvola di scarico delle frustrazioni. Tutto ciò non produce generalmente che sollievo molto breve e per lo più fittizio. Formazione e supervisione possono invece tradursi in un corretto investimento nelle risorse umane, di cui l’organizzazione dispone quando l’approccio sia quello dell’ascolto del personale nei suoi bisogni formativi, un contratto di reciprocità, il reale utilizzo dei loro apprendimenti, la disponibilità ai cambiamenti innescati dalla formazione”.

Quando si riescono ad ottimizzare le risorse, sia economiche che umane, diventa possibile gestire in modo ottimale tutte quelle situazioni che di solito creano scompiglio e inadeguatezza in chi si trova a vivere certi tipi di situazioni.

Tutto ciò fa in modo che si vengano a delineare nuovi orizzonti, che si possono poi tradurre in capacità ad accogliere ogni individuo, il quale si trovi a varcare la soglia di un istituto, e che possa essere poi assistito nel suo difficile cammino, facendo in modo che pur con dei limiti possa vivere con dignità gli anni della vecchiaia.

L’organizzazione dunque, dovrebbe dotarsi di regole esplicite, di una chiarezza degli obiettivi, e capacità di coinvolgimento di tutto il personale, ma sarebbe anche opportuno che individuasse le linee di confine e i punti di contatto delle varie mansioni lavorative, nella ricerca di tempi-lavoro che rispettino i ritmi biologici e quotidiani degli anziani.

 

 

 

3-4 Partecipazione e diritti degli anziani e dei loro parenti.

  

3-5 Avere dei progetti per il futuro: una risorsa per l’anziano.

 

 

 

3-6 Le difficoltà del lavoro sociale con l’anziano.

 

Uno degli obiettivi degli operatori che si trovano a valutare i sintomi di disagio degli anziani e della loro famiglia, è quello di individuare spazi strategici per rendere possibili nuovi percorsi per realizzare progetti più compatibili e meno conflittuali per l’anziano e per il suo sistema famigliare[115].

Sarebbe necessario rendere progettuale la richiesta di ricovero nell’istituto, in questo caso coloro che operano con gli anziani, rappresentano il polo intermedio tra l’istituzione e l’utente.

Vi è già il primo contatto ossia il primo colloquio e la visita dell’Unità valutativa geriatrica, in cui vengono raccolti i primi dati,nel colloquio rivestono grande importanza gli aspetti prosodici e cinesici, ossia tutti quegli aspetti che riguardano le variazioni del linguaggio e della voce, nonché le posture e le gestualità del corpo degli anziani, attraverso i quali essi esprimono bisogni ed esigenze molto profonde che si manifestano quindi attraverso il detto e il non detto.

Si rende qui necessario l’atteggiamento degli operatori, che deve essere di comprensione e di accettazione incondizionata, per iniziare una relazione d’aiuto, Weakland e Herr sostengono che «quando si sarà in grado di dire in tutta onestà a un cliente che si capisce bene la sua situazione, tanto che, in circostanze analoghe, anche noi probabilmente ci saremmo comportati in modo analogo, allora vorrà dire che avremo imparato l’arte dell’autenticità e dell’empatia, nonché dell’accettazione incondizionata»[116].

Il fatto di esporre i propri problemi ad altre persone, significa superare barriere, diffidenze e volersi confrontare, significa anche scaricarsi di un peso, si consegna il problema ad altri delegandoli, ci si mette la coscienza a posto e si decide di farsi aiutare per trovare soluzioni.

Una delle difficoltà del lavoro sociale con l’anziano è il tempo, che non è reintegrabile, serve tempo, occorre prendere tempo e darsi dei tempi.

Bisogna definire obiettivi concreti e realistici, bisogna conciliare il proprio tempo personale e professionale con il tempo degli altri, è però un tempo che non può dilatarsi all’infinito o diventare un alibi per non prendere decisioni.

Quando poi la situazione rischia di precipitare è necessario prendere decisioni immediate e cercare di trovare soluzioni provvisorie per poter poi definire un progetto concreto e praticabile; in questi frangenti gli operatori accompagnano e aiutano a trovare le soluzioni, contribuiscono a valorizzare le risorse dell’anziano, del contesto famigliare ed in quello sociale.

L’educazione socio-sanitaria svolge un ruolo di primaria importanza ai fini di valorizzare le potenzialità e le risorse dell’anziano: essa è attuata dal personale medico e dalle figure sociali che lavorano in équipe, ciò è estremamente utile per «aiutare ad aiutarsi», per ritrovare l’autostima e convincersi che è possibile riuscire ad andare avanti e poter addirittura crescere ancora.

E’ da tenere in considerazione che bisogna apprezzare i diversi punti di vista, valorizzare l’apporto di ciascun individuo e sviluppare un piano di lavoro comune che esiga il rispetto delle appartenenze, dei ruoli e delle competenze, ma anche e soprattutto il riconoscimento dell’interdipendenza tra gli operatori, la famiglia e la comunità, dal momento che la collaborazione non è certo scontata, ma va costruita tramite il dialogo e la comunicazione, diviene allora necessaria una paziente tessitura, possibile solo in presenza di ruoli chiari e di un coinvolgimento comune.

Emerge inoltre che la funzione di filtro che viene svolta dagli operatori, sia solo il primo passo verso un percorso progettuale che vede coinvolte più persone.

Ma emerge anche, che nelle difficoltà del lavoro sociale con l’anziano vi è incluso anche il lavoro di mediazione famigliare, che inevitabilmente ha dei costi di tempo ed energie, e si ripercuote anche sul piano economico, però serve anche a moltiplicare le risorse da impiegare: tutto ciò deve essere visto allora come un investimento.

Un percorso progettuale dell’anziano e dei famigliari non è certo rigidamente predefinibile, ma è costruito di volta in volta durante l’interazione tra i vari soggetti coinvolti, non si possono definire gli obiettivi, i vincoli, le risorse e le strategie in modo definitivo, ma sono in continua ridiscussione nel corso del tempo: ciò rende non poco problematica la loro attuazione, dal momento che non è sempre facile determinare come sia giusto operare in situazioni differenti, in effetti non vi è mai la certezza che le soluzioni adottate siano in assoluto le migliori.

Ciò che comunque è certo è che il compito degli operatori è quello di aiutare le singole persone e i sistemi famigliari ad affrontare i cambiamenti necessari nel modo più funzionale ai bisogni di ciascuno.

Dopo le prime fasi, le quali comprendono la valutazione geriatrica e i primi colloqui, si presenta un altro momento piuttosto difficile: l’ingresso in istituto, il quale è una sorta di rito di iniziazione, che però purtroppo è spesso banalizzato, mentre in realtà è denso di conflitti e di ambiguità.

In questo particolare momento, vi è spesso discordanza tra la percezione dell’individuo, che vede l’istituzionalizzazione come un momento definitivo, unico e complesso, mentre all’opposto l’organizzazione lo vede come un evento semplice e ripetitivo.

Non è allora possibile considerare l’ingresso in istituto, come un semplice momento in cui si esplicano pratiche amministrative ed esami clinici, e non si può affrontare solo con semplici atti quali l’accompagnamento alla camera da letto e le presentazioni; né tanto meno si possono accogliere gli anziani con frasi di circostanza come “siamo una famiglia”, “si troverà come a casa”, “starà bene”, oppure con quegli imbarazzanti silenzi che non riconoscono e non accolgono il disagio della persona, ma che all’opposto la fanno sentire ancora di più fuori posto.

E’ da ribadire che l’ingresso è vissuto diversamente da ciascun individuo, e sono molte le variabili che intervengono, fra le quali vi è una diversa percezione di sé, dovuta all’alterazione dell’equilibrio psicofisico che determina il ricovero; bisogna anche tenere presente che vi deve essere la ridefinizione obbligatoria del progetto esistenziale nel rapporto verso gli altri, verso il futuro, nonché la perdita dei punti di riferimento che ormai si erano consolidati; è anche da considerare il disagio materiale che l’anziano vive a seguito della perdita degli spazi e delle abitudini usuali.

Diventa allora propedeutica una vera e propria strategia dell’accoglimento, che consideri il disagio dell’anziano e dei parenti qualora ve ne siano, non un elemento disturbante, ma un momento lecito che sia possibile esprimere: negare il disagio con silenzi o esorcismi equivale a non riconoscere l’individualità del soggetto e non ha mai in questi casi effetti terapeutici.

Per migliorare poi il lavoro sociale con l’anziano, Taccani, Tramma e Barbieri Dotti, sostengono che sarebbe opportuno almeno per il primo periodo individuare un operatore di riferimento, che rappresenti la struttura, questi potrebbe essere l’operatore socio-assistenziale, l’adest, l’ota o l’oss.

L’operatore di riferimento prende in carico complessivamente l’anziano, e rappresenta inoltre un punto di orientamento per i parenti: al momento dell’accoglienza acquisisce valore la conoscenza dell’ospite anche attraverso la narrazione verbale, corporea ed emozionale, narrazione che diventa anche un momento di confronto e di scambio di esperienze diverse, quindi potenzialmente una ulteriore ricchezza.

Vi sono situazioni in cui sono presenti più difficoltà di altre.

Quando poi si ha a che fare con persone affette da demenza, si deve essere in grado di dare risposte appropriate, tenendo bene presente che la demenza colpisce progressivamente le abilità cognitive dell’individuo.

All’operatore che entra allora in relazione con persone portatrici di patologie tali, si presenta un individuo che può non vivere la compromissione come tale, che però non può essere ridotto ad una sommatoria di inabilità: naturalmente l’opportunità della riabilitazione non è certo messa in discussione, ma alle logiche preventive e riabilitative è però necessario accostarne altre.

Una maggiore capacità di orientamento spazio-temporale, può essere considerata un valore a sé, che si accentua se la maggiore capacità di orientamento è intesa anche come una maggiore possibilità di negoziazione dell’anziano con gli altri soggetti dell’istituzione, però è necessario anche capire come esso si rapporti e che cosa ogni singolo individuo attribuisca alle proprie abilità preservate o recuperate, come siano percepite le capacità di collocarsi nel tempo, di ricordarsi una data o il nome di altre persone o la capacità di leggere l’orologio, insomma tutto questo che senso ha per la persona? Quanto queste capacità aumentano il benessere? Come si può valutare il malessere e il benessere?

In questo senso non è possibile nella concreta vita quotidiana non dirsi ermeneutici, cioè non «esercitare l’arte della comprensione»[117].

La comprensione ha a che fare con ciò che è indecifrabile e con l’intuizione di quanto è imprevedibile nel bilancio della vita psichica e interiore di un uomo, incontrare il demente significa incontrare lo straniero, ovvero ciò che si sottrae al già noto, ossia ciò che è altro e differente, e dunque non può rientrare nel già compreso, obbligandoci a sollevare domande sul senso della situazione in cui ci troviamo; nel contempo però accettare di tracciare i contorni di una diversa normalità può spingere all’opposto in una sorta di esaltazione della “follia”?

Si tratta qui di percorrere linee sottili che non sconfinino però dalla cura, quest’ultima non può e non deve diventare puro accanimento terapeutico, come l’abbandono di mezzi di contenimento non può sostituire l’attenzione peraltro legittima della differenziazione di bisogni e desideri.

Per le persone affette da demenze sono necessarie attenzioni particolari: sono auspicabili ambienti e comportamenti che non costringano all’adeguamento, ma che a loro volta si adeguino, è altresì importante un ambiente che offra la massima sicurezza e stimoli all’orientamento, evitando però sovra stimolazioni, concludendo un ambiente a misura di utente, in cui siano ridotte al minimo le rigidità proprie delle istituzioni per quanto riguarda il sonno, i pasti e l’ingresso dei parenti.

L’ideale sarebbe la presenza di operatori che siano in grado di gestire situazioni non razionali di comunicazione, perché se il demente può avere perso la capacità di comprensione di ciò che vogliamo dire è però ben consapevole del nostro stato d’animo, inoltre spesso una carezza o un abbraccio sono molto più significativi di tante parole, e questo chi è demente pur non comprendendo talvolta le cose più banali sente però ciò che si esprime fisicamente o con il tono della voce.

E’ anche determinante da parte degli operatori la capacità di sostenere le seconde vittime della demenza, cioè i parenti, aiutandoli a sviluppare un approccio idoneo al congiunto malato per tutto ciò che è possibile, senza pretendere l’impossibile.

Il lavoro sociale con l’anziano deve sempre essere teso verso il benessere come progetto: in questo senso si deve tenere sempre presente il valore preventivo rispetto ai rischi di insorgenza o accentuazione di patologie correlate all’invecchiamento.

Si può partire dal concetto di salute elaborato dall’O.M.S., il quale viene modificato da «assenza di malattia» a «condizione di benessere fisico, psicologico e sociale», come già sostenuto precedentemente.

Il secondo concetto amplia di molto il significato di salute, ma è anche evidente la maggiore difficoltà a far sì che la vita della vecchiaia comprenda la salute così intesa.

Per tutti coloro che operano nelle istituzioni,       è palese che,se si deve intendere salute tutto ciò che riguarda l’ambito fisico, psichico e sociale, diventa allora estremamente impegnativo il loro operato.

E’ utile però organizzare corsi sul “benessere della terza età”, o incentivare la costituzione di “gruppi di interesse”, in questi casi si possono trattare molti argomenti, come la cura della persona, ossia la cura estetica, o possono essere proposte attività motorie o ascolto della musica, intesi entrambi come attività espressive o come strumenti per la scoperta di aspetti del sé, oppure come possibilità comunicative.

Generalmente da progetti attuati[118], un problema percepito come prioritario dagli individui in età senile, è la possibilità di esprimersi e di essere ascoltati, un’altra difficoltà che emerge è il problema posto dalla convivenza tra persone lucide e soggetti dementi.

Le persone che mantengono inalterate le capacità cognitive possono essere sostenute, aiutate ed ascoltate anche in gruppo, oltre che singolarmente, mentre gli individui dementi vanno seguiti uno ad uno, hanno bisogno di essere toccati, accompagnati e seguiti attentamente.

Mary Marshall[119], divide la popolazione anziana in due gruppi, traccia una linea di divisione tra coloro che hanno meno di ottant’anni ed i soggetti che invece superano questa età: opera una distinzione tra gli anziani-giovani (dai sessanta agli ottant’anni), e gli anziani-anziani (oltre gli ottanta), questo ai fini di una migliore visualizzazione dei diversi problemi che si presentano generalmente ad una età piuttosto che ad un’altra.

L’autrice delinea alcune situazioni in cui sono comunque i soggetti del gruppo degli ultraottantenni, coloro che subiscono più pressioni dal punto di vista del reddito, dell’alloggio e della salute.

Per quanto riguarda la questione del reddito, emerge che le conseguenze dell’invecchiamento, toccano tanto più duramente quanto più si è vecchi, più si è vecchi e più si è poveri, in questa fase si hanno più possibilità di avere consumato i propri risparmi, di avere i vestiti logori, i mobili malridotti e di essere a carico delle istituzioni.

Questo fatto è particolarmente rilevante, dal momento che gli anziani hanno una maggiore necessità di riscaldamento, di una migliore alimentazione e di particolari supporti ed aiuti.

Per quanto riguarda invece l’abitazione, più si è vecchi e più probabilità si hanno di vivere in un alloggio vecchio, molti anziani sono invecchiati assieme alla loro casa e spesso hanno troppo poco denaro per mantenerla in condizioni ragionevoli.

Abitare in un alloggio vecchio può significare essere senza alcune comodità, quali un gabinetto interno, senza l’isolamento termico o senza l’acqua calda, allo stesso tempo, più si è vecchi e più probabilità si hanno di vivere in qualche istituzione.

Anche la salute si deteriora con l’età, artrite e reumatismi sono i disturbi più frequenti, che provocano riduzioni di mobilità per un gran numero di anziani-anziani, tali disturbi inoltre tendono ad aumentare in frequenza e intensità con l’avanzare dell’età; la cattiva salute mentale è un’ulteriore caratteristica dell’età avanzata, mentre nel gruppo più giovane questa patologia tende ad assumere la forma di depressione e di stati di ansia, l’insufficienza mentale cronica è relativamente più diffusa nel gruppo in età avanzata.

Inoltre lavoro e hobby, sono più diffusi nel gruppo più giovane che in quello più vecchio.

Si evidenzia allora la differenza del lavoro sociale con il gruppo degli anziani-giovani e con quello degli anziani-anziani.

I primi vanno aiutati ad affrontare la fase del pensionamento, ossia la fine del periodo produttivo, essi posseggono generalmente molte capacità manuali e cognitive, sono quindi ancora attivi, spesso devono anche prendersi cura dei loro parenti più anziani.

Il secondo gruppo invece necessita di maggiore assistenza, con tali soggetti sono importanti le abilità di comunicazione, quindi l’ascolto e la comprensione, spesso coloro che operano con questo tipo di utenza, hanno un compito estremamente complesso, che consiste nell’orientamento alla realtà, essi devono compiere sforzi enormi per rendere la realtà comprensibile ai loro pazienti, alcuni di loro sembrano sganciati dalla realtà, sembrano vivere in un altro mondo, l’obiettivo è allora quello di trattenerli nel presente con calendari, datari e orologi bene in evidenza.

Un altro fattore cruciale per anziani non orientati è la comunicazione non verbale, purtroppo chi lavora in simili contesti non sempre si riesce a rendere conto che parlare con il comportamento costituisce una competenza molto importante.

Per gli anziani-anziani c’è il bisogno del calore di una mano per potersi rilassare e partecipare, molti di loro necessitano di essere solo toccati, è importante dar loro un po’ di calore umano, una carezza anche se si è portati a ritenere che sia un tabù il toccare un’altra persona.

Invece la comunicazione verbale, assume spesso un significato particolare nella reminiscenza, ossia il significato dei ricordi, se gli operatori conoscono abbastanza bene una persona anziana, possono usare l’intensità delle sue reminiscenze come un barometro: un mucchio di sentimenti possono essere espressi attraverso la narrazione dei ricordi, sentimenti che non possono essere manifestati in maniera più diretta.

Racconti di momenti passati, che sono stati particolarmente terribili e preoccupanti, possono indicare ansie e depressioni attuali, così a parte la curiosità per la storia orale, gli operatori sociali devono sforzarsi di cogliere i sentimenti che stanno dietro a queste storie.

Occorre molta calma per interagire con le persone molto anziane, non avere fretta è una regola da seguire, anche se ciò non è sempre possibile per chi lavora.

Un altro fattore di primaria importanza che la Marshall cita per la comunicazione è il comunicare cantando, queste persone pur essendo magari confuse, dementi o handicappate possono cantando superare ogni barriera comunicativa.

Vi è molto piacere procurato dal cantare tenendosi per mano o incrociandosi con lo sguardo da un lato all’altro della stanza, è una cosa che tutti possono fare con le canzoni popolari.

Presumibilmente gli anziani, nella loro gioventù, cantavano molto di più di quanto lo facciano i giovani d’oggi, qui la scrittrice sostiene che non si canta affatto abbastanza nelle case di riposo, mentre invece è un’attività che andrebbe incentivata.

Vi è poi la valutazione che è un’attività molto diffusa nel campo della senilità, ma che cosa e come si deve valutare è cosa tutt’altro che facile.

Spesso la procedura di valutazione diventa una sorta di routinaria “lista della spesa”, mentre sarebbe opportuno considerare nella valutazione gli aspetti sanitari, la capacità di mobilità, la respirazione, il cuore, la vista e l’udito, riveste molta importanza anche la capacità che l’individuo ha di svolgere le normali attività quotidiane, come lavarsi, entrare e uscire dal letto; il funzionamento sociale è anch’esso da valutare attentamente.

Ecco che allora, se la valutazione è fatta bene e con criterio, si riesce ad avere un quadro abbastanza preciso della situazione riguardante gli utenti, e si riescono di conseguenza ad affrontare in modo più adeguato le difficoltà che purtroppo ci sono nel lavoro sociale: non si potranno certo trovare soluzioni definitive, ma comunque vi potranno essere risposte maggiormente adeguate a seconda delle varie situazioni.

Un’ulteriore difficoltà è il fattore sessuale, che può fare anch’esso la sua comparsa, gli operatori sociali devono fare in modo di affrontare seriamente certi discorsi talvolta imbarazzanti, e poter essere così di grande conforto per gli anziani.

Vi sono talvolta degli operatori che, non senza difficoltà sono disposti ad esplorare nel colloquio le carenze di sessualità degli utenti anziani, mentre altri preferiscono interpretare i bisogni sessuali degli anziani come bisogno di socialità, perchè è più semplice e vi sono maggiori possibilità di rispondervi[120].

Molti operatori sperano che ai loro pazienti non venga mai in mente il sesso!

Tutto ciò può dipendere da più motivazioni, può dipendere da carenze di preparazione o di conoscenze specifiche, oppure dal fatto che forse non siamo mai stati veramente a nostro agio con la nostra sessualità, può però anche essere che siamo depressi e temporaneamente bloccati nella nostra crescita sessuale a causa di un divorzio, della vedovanza o della mancanza di un patner.

Potrebbe anche accadere di avere una carenza talmente profonda nella nostra esperienza di intimità, che può far paura lavorare con persone anziane che soffrono per un vuoto così importante nella loro vita.

Oppure a volte si può provare la stessa soggezione che hanno i figli verso la sessualità dei loro genitori, quando uomini o donne anziani ci lasciano intravedere un riflesso dei loro ricchi e profondi modelli di esperienza intima e sessuale, inoltre spesso sono gli anziani stessi che interiorizzano l’idea che sia un male esprimere l’amore quando si è vecchi, così si astengono da interazioni sessuali ed affettive.

Vi sono poi da fare alcune considerazioni, noi apparteniamo ad una cultura giovanilista (ageism), la quale tende a svalutare gli anziani: nella cultura del giovane e bello vi è l’implicita condanna delle persone rugose, grasse, calve, magre, grigie, vecchie e disabili.

Vi è poi da aggiungere che spesso si è a disagio con i propri sentimenti ed i propri bisogni sessuali.

Allora ad esempio, se un individuo ha 50 anni ed è divorziato, e non ha attualmente rapporti intimi, avrà quasi certamente qualche problema ad ascoltare un anziano di 85 anni che parla delle sue esperienze sessuali dopo i 60 anni di matrimonio.

Sarà insomma difficile capire che quei comportamenti sessuali ed affettivi del tutto abituali per le persone anziane, contribuiscono alla loro salute mentale, emotiva e fisica.

Purtroppo è difficile per la maggior parte di noi perfino immaginare i propri genitori come esseri sessuali.

E’ da considerare inoltre che le donne vengono penalizzate dal punto di vista sessuale molto prima rispetto agli uomini.

Questi ultimi sono considerati sessualmente appetibili anche dopo essere diventati grigi o rugosi, mentre le donne iniziano a sfiorire alla comparsa della prima ruga, è allora necessario per gli operatori avere una particolare attenzione alle donne che tendono a diventare asessuali ed invisibili quando diventano anziane o lo sembrano.

Gli autori sostengono che generalmente le donne diventano più esigenti quando invecchiano, perché la loro esperienza di amore e di vita di coppia le rende spesso altamente selettive e poco disposte ad accontentarsi.

Emerge allora che le donne anziane hanno spesso un profondo bisogno di intimità, che spesso però non possono soddisfare legittimamente.

Purtroppo come già affermato, le fantasie e le confessioni delle persone anziane sono per chi opera in questo campo frequentemente motivo di disagio, anche perché ci hanno insegnato poco o niente sulla sessualità e sull’intimità dell’anziano e perché si è spesso a disagio con individui che hanno l’età dei propri genitori e dei propri nonni.

E’ come sempre importante la formazione, perché chi opera in tali contesti possa essere consapevole dei propri stereotipi sessuali, personali e famigliari, e di come questi possano ostacolare poi la comunicazione.

Nei lavori di formazione, emergono spesso messaggi ricevuti dagli operatori da parte dei genitori, dei nonni o da altri famigliari, risposte comuni in ambito formativo date dal personale, sono più o meno queste: «Non ho idea se i miei genitori facessero molto sesso»; «Non c’era molta intimità nella mia famiglia»; «Raramente ho visto i miei genitori abbracciarsi, e non sono mai stata sicura che mi amassero veramente».

Spesso non si ha avuto mai veramente il permesso di essere umanamente e pienamente maschi o femmine e spesso continuiamo a lottare con noi stessi.

Generalmente vige la regola della stretta di mano socialmente corretta, ma ci sono persone che preferirebbero non dover stringere la mano a nessuno, si può desumere che per queste persone sarebbe più giusto ed onesto trasmettere il loro calore in qualche altro modo, attraverso la voce o lo sguardo, piuttosto che toccare le persone in modo che può risultare contraddittorio.

Ancora una volta si ha a che fare con le esperienze passate, le abitudini famigliari, i condizionamenti culturali ed i comportamenti acquisiti.

Per chi opera con le persone anziane vi sono alcune regole di cui tenere conto, non abbracciare qualcuno se non se ne ha voglia, non avere contatto fisico è un comportamento in linea di massima corretto verso una persona anziana assetata d’affetto che potrebbe fraintendere i nostri atteggiamenti affettuosi.

Una carezza sulla mano o un colpetto sulla spalla o un abbraccio che non abbiano un significato chiaro sia per l’utente, sia per l’operatore rappresentano un disservizio; ciò non è rispettoso né per l’utente né per noi stessi.

E’ però da rammentare che se le persone sono a loro agio a stringere, ad abbracciare a toccare o a baciare, se riescono a rispettare i confini personali e spaziali dei loro utenti, il contatto umano è uno degli scambi di comunicazione più salutari e terapeutici.

Dipende allora da chi opera con gli anziani se la loro sessualità osservata, discussa, o incontrata personalmente sarà una minaccia per gli operatori o un dono per chi invecchia, è però di primaria importanza la capacità di capire e di rispondere ai sentimenti e al bisogno di intimità degli utenti anziani, e questo avviene solo se si è disposti ad imparare dalle persone per cui si lavora e se si riconoscono i rapporti che esistono tra se stessi, i propri genitori, i propri famigliari, gli utenti e le loro famiglie.

Essere anziani significa avere una sessualità e un bisogno di intimità che contribuiscono a definire la propria identità più profonda, nella misura in cui si è in grado di sopravvivere alle perdite dell’invecchiamento.

Mary Marshall sottolinea la funzione della crisi delle persone anziane[121]: quest’ultima è un momento che se gestito efficacemente, potrebbe anche tradursi in un vantaggio, dal momento che la persona potrebbe recuperare maggior capacità e fiducia per affrontare meglio le asperità della vita successive.

Generalmente le persone vanno in crisi quando il loro normale comportamento fallisce nel risolvere un qualche problema, e si lasciano andare come svuotate, in preda ad un senso di impotenza: è durante la fase del crollo che gli operatori sociali vengono di solito maggiormente coinvolti.

I momenti di crisi, che sono molti nel lavoro sociale sono delle vere e proprie difficoltà in cui si trovano coloro che operano nel campo della senilità, in questi ed altri frangenti emerge l’importanza della formazione e la capacità di gestione da parte degli operatori che devono essere in grado di conoscere e attivare tutti i meccanismi che possono poi tradursi in vere e proprie relazioni di aiuto.

Un altro momento estremamente delicato di cui si è già parlato prima è il ricovero in istituto che dovrebbe essere sempre consapevole da parte dell’anziano, ma può capitare anche che se l’individuo non è anche solo parzialmente in grado di intendere e di volere, quello che avrebbe dovuto essere un semplice ricovero ordinario, assuma i contorni di un ricovero coatto, purtroppo in questo caso si tratta di un tipo di intervento veramente drastico, il quale toglie alla gente la propria libertà, mettendo tutti gli operatori in situazioni molto delicate e critiche.

Quando sono ricoverate persone che hanno un’esistenza compromessa dalla malattia e dall’invalidità, possono facilmente perdere la loro identità, anche perché lo staff è spesso concentrato nel far sì che gli anziani siano puliti, nutriti e rassettati.

Vi è però il rischio che l’assistenza fisica routinaria diventi la cosa più importante, e venga perso di vista il fatto che gli anziani possono anche comunicare ad un livello emotivo ed intellettivo.

Un problema molto diffuso nell’interazione con persone ospiti in istituzioni così affollate, è quello della privacy, può capitare che sia impossibile appartarsi con una persona anziana nella stanza da letto, tuttavia la Marshall fornisce qualche suggerimento: il primo consiste nel fare attenzione a porsi allo stesso livello della persona con cui si sta parlando, quindi è consigliabile non conversare mai stando in piedi quando la persona con cui si parla è seduta, la cosa migliore è cercare una sedia per accomodarsi, stare in ginocchio non va bene perchè non si può stare in questa posizione per molto tempo, e può sorgere la necessità di interrompere bruscamente la conversazione per alzarsi in piedi.

Un altro accorgimento da adottare è quello di toccare la persona con cui si sta parlando; anche una leggera pressione sulla mano può essere sufficiente per sostenere il contatto ed aggiungere intimità all’interazione.

Vi è anche il suggerimento che consta nell’evitare le domande ed iniziare con constatazioni su fatti reali o su cose superficiali, meglio dire: «Oggi è una bella giornata», piuttosto che: «E' proprio un bel tempo vero?».

Un altro punto essenziale è quello di usare molto il cognome dell’utente, ciò accresce il valore individuale nelle istituzioni in cui il nome di battesimo è spesso usato o addirittura si usano espressioni sdolcinate, come «amore» o «tesoro».

Nel lavoro sociale con l’anziano riveste grande importanza il concetto già ribadito del gruppo e della sua conduzione anche attraverso la presenza di parenti che possano così essere aiutati a portare avanti l’assistenza ai loro cari, è però necessario fare in modo di fare partecipare ogni anziano ed anche il personale che è loro vicino.

Ma è anche consigliato di usare sempre per le attività di gruppo dei materiali strutturati e attività di gioco per bambini, perché semplici giochi danno modo di sfogare l’aggressività e di esprimere umorismo, un disegno può essere oggetto di discussione, oppure può essere ritagliato, può diventare elemento di un collage che può essere esposto e discusso, ovviamente però cantare insieme rappresenta sempre un divertimento tra i più validi.

L’assistenza pratica o materiale è considerata spesso a torto come una attività di serie B, come se fosse semplice fornirla, mentre invece è tutt’altro che una cosa semplice.

Le componenti di una efficace assistenza pratica consistono nell’ottenere delle informazioni corrette sull’utente, possedere le giuste informazioni aggiornate sui servizi disponibili e saper associare il tutto in modo efficace.

Bisogna anche assegnare all’informazione la priorità che le spetta, e necessita di tempo, attenzione e fatica.

Un modo efficiente di raccogliere le informazioni è quello dello schedario, attraverso il quale vi è maggiore facilità di effettuare degli aggiornamenti.

Spesso si presenta anche il problema della persuasione dell’anziano ad accettare un aiuto che è spesso un compito delicato, esso può essere vissuto come un sintomo di fallimento.

I servizi inoltre dovrebbero essere gestiti nel modo più creativo e flessibile possibile, evitando lo sfruttamento del personale dipendente, ma in realtà non è certo così semplice, anche perché alcuni anziani hanno bisogno di counseling in gruppo o individualmente, cosa che però peraltro solo raramente è possibile.

Se tutto ciò vale per gli assistenti sociali, come sostiene la Marshall, si può ragionevolmente supporre che questi consigli e queste regole siano valide anche per chi con gli anziani svolge attività di animazione o di sostegno psicopedagogico.

Inoltre sono consigliate anche varie attività di gruppo di cui si è già parlato nei precedenti capitoli.

Spesso purtroppo è molto forte lo stereotipo dell’anziano (ageism), verso il quale persiste il pregiudizio della vecchiaia, mentre in realtà durante questa fase permangono molte capacità; si evidenzia allora come l’operatore possa suggerire a chi dice di non ricordare un numero di telefono perchè sta diventando vecchio che forse egli non aveva altrettante cose da ricordare quando era più giovane; e se qualcuno si lamenta che gli dolgono le articolazioni a causa dell’età potrà suggerire che forse dipende dal soprappeso o da uno scarso esercizio fisico.

Vi è da considerare che è molto difficile modificare atteggiamenti e comportamenti consolidati nel tempo e che le innovazioni molto raramente nella pratica si basano su risultati di ricerche, più facilmente si basano su imitazioni di altri progetti sperimentali in qualche altra parte del paese o addirittura del mondo.

E’ difficile individuare i fattori che possono dare luogo ad una tendenza o solo ad una moda nel lavoro sociale.

Come si è già ribadito la capacità di comunicare nel lavoro sociale è di estrema importanza: emerge allora il ruolo della musica per facilitare la relazione e la comunicazione interpersonale.

Nell’ultimo decennio si è assistito in Italia ad una diffusione della pratica della musicoterapia, che viene prevalentemente utilizzata con bambini o adulti handicappati in conseguenza di deficit motori, sensoriali, acustici, ma il suo utilizzo è diffuso anche nei confronti degli anziani nelle case di riposo e nei confronti di soggetti psichiatrici[122].

In Francia e in Austria è stato fatto molto lavoro musicoterapico con soggetti nevrotici.

La musicoterapica (terapia attraverso la musica), consiste nell’uso consapevole della musica, nel trattamento, riabilitazione, educazione e formazione di bambini e adulti con problemi fisici, mentali ed emozionali, la definizione mette in risalto la musica come mezzo o strumento del trattamento i cui effetti devono essere ben conosciuti e padroneggiati dal musicoterapeuta.

Essa è transdisciplinare per sua natura, è pertanto una sorta di ibrido che congloba la musica e la terapia, vengono così interessate diverse filosofie musicali e diverse teorie terapeutiche, e può interessare molte aree collegate alla musica, fra cui la psicologia della musica, la biologia della musica, l’educazione alla musica, l’acustica e la psicoacustica, nonché discipline propriamente collegate alla cura, come la psicologia, la psicoterapia, il counseling, la psichiatria, l’educazione speciale.

I metodi di trattamento possono basarsi prevalentemente sull’ascolto, il dialogo sonoro o l’improvvisazione, possono essere individuali o di gruppo, e possono inoltre anche integrarsi con le più svariate tecniche di massaggio, movimento, danza, disegno, teatro, psicodramma.

Si distingue pertanto tra musicoterapia recettiva e attiva, la prima è basata sull’ascolto, la seconda all’opposto è invece basata sul dialogo sonoro, sull’improvvisazione, sulla composizione e sulla esecuzione di musica, integrandola o meno con altre tecniche.

Un’altra distinzione fondamentale è il ruolo assegnato alla musica, che può essere centrale, come strumento principale, o può essere più marginale, come oggetto intermediario e facilitatore della relazione.

La musica, spesso accompagnata dalla danza è stata utilizzata in moltissime culture per facilitare la catarsi emozionale, lo scarico delle tensioni e lo sblocco dell’energia vitale, favorendo quindi il recupero dello stato di benessere e di salute.

In tempi moderni la musica fu usata negli anni venti in alcuni ospedali inglesi, poi dopo la Seconda Guerra Mondiale, negli Stati Uniti vi furono delle esperienze rivolte ai veterani di guerra ricoverati in ospedale.

Si cominciò allora ad esplorare ogni possibile cambiamento sulla base di precisi indici fisiologici: il metabolismo, la respirazione, il battito cardiaco, il riflesso pupillare, il livello di attenzione e di affaticamento, i riflessi muscolari, la conduttività cutanea.

In questo contesto è diventata sempre più chiara l’importanza di una musica costruita dal vivo, la quale dovrebbe adattarsi il più possibile alle caratteristiche e all’umore della persona che sono presenti in quel momento: naturalmente il risultato estetico passa in secondo piano.

La musica quindi facilita la comunicazione, il contatto, la relazione, là dove la parola non può svolgere questa funzione.

In senso psicoanalitico si sottolinea soprattutto il ruolo regressivo svolto dalla musica, il recupero che essa induce di esperienze fetali o comunque molto primitive in termini generali, ma si può sottolineare anche l’aspetto comunicazionale che la musica svolge.

Inoltre è molto utile spesso il contatto diretto del corpo con lo strumento musicale, in modo che le vibrazioni vengano percepite dal sistema nervoso, dai muscoli, dalle ossa e dagli organi interni.

Ad esempio il pianoforte a coda è uno strumento ideale per questo: attraverso il fenomeno della risonanza tutto il corpo viene sottilmente massaggiato, le tensioni si riducono, la respirazione diventa più profonda ed aumenta la ricezione del mondo esterno, generalmente questa tecnica funziona bene con i bambini autistici o con soggetti che comunque manifestano deficit psico-motori.

La musica più di ogni altra arte, è in grado di adattarsi alle variazioni del nostro vissuto emotivo in tempo reale, naturalmente però ciò implica molta flessibilità, e in effetti vi sono in Italia esperienze interessanti di lavoro con bambini non udenti, che mirano generalmente a sviluppare le capacità residue ascoltando la musica con tutto il corpo utilizzando il fenomeno della risonanza e favorendo il gioco musicale.

Negli adulti vi sono molte esperienze di musicoterapia con i malati psichiatrici e con gli anziani nelle case di riposo, atte a stimolare la socializzazione, la partecipazione, il coinvolgimento emotivo e la valorizzazione delle memorie passate.

Per quanto riguarda gli strumenti musicali, sono particolarmente raccomandati tamburi o altri strumenti a percussione, i quali possono essere suonati in svariati modi e quindi offrono molte opportunità di fare musica, non devono però mai scendere a livello di puro e semplice giocattolo, se si vuole che con essi abbia luogo una vera esperienza musicale.

In Italia a differenza di altri paesi come l’Austria e l’Inghilterra o gli Stati Uniti, la figura del musicoterapeuta non è ancora riconosciuta, quindi la legge non prevede ancora un iter formativo ufficiale.

Sono molte le associazioni professionali di musicoterapia presenti sul territorio, ma vi è discordanza sulla visione del concetto stesso, che da un lato viene inteso dal punto di vista del musicista o al contrario dal professionista dell’aiuto,che può essere medico psicologo o altro: emerge allora la necessità di una maggiore chiarezza sul percorso formativo che ancora non c'è.

Nel futuro comunque vi sono ampie prospettive: ci sono lavori recenti con pazienti con problemi neurologici, quali il morbo di Parkinson o la Corea di Huntigton, con pazienti in stato di coma, con malati terminali di AIDS e di cancro, ed è sempre maggiore la collaborazione tra musicoterapeuti ed esperti di altre terapie creative ed espressive come l’arteterapia o la danzaterapia, nonché la sinergia tra musicoterapista e fisioterapista, che promette grandi risultati, anche se però uno dei temi ancora discussi è anche quello che riguarda il limite della musicoterapia stessa.

Giovanna Mutti, Musicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Italiana Studi di Musicoterapia e Direttore del centro di riabilitazione e della scuola professionale di Musicoterapia dell’A.I.S.Mt. di Genova[123], afferma anch’essa che la musicoterapia è un anello di congiunzione interdisciplinare, il termine indica un’area di pertinenza socio-medico-psicopedagogica che individua, studia, sperimenta gli aspetti normali e patologici del rapporto uomo-suono nella prospettiva di mutare, significativamente in modo migliorativo, aspetti dannosi, per un ottimale sviluppo della personalità bio-sociale dell’individuo, di qualsiasi età, nel rispetto della sua personalità.

Fra le tante definizioni della musicoterapia vi è quella della World of Music Therapy: la musicoterapia è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia), da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un soggetto o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire fattori quali la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione, e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive.

Quindi la musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue degli individui che si trovano in difficoltà.

Assume grande rilevanza l’elemento di comunicazione non verbale che consiste poi nel rapporto uomo-suono, attraverso il quale si da luogo a meccanismi psico-fisiologici, organici, emotivi.

Il mondo sonoro fa parte dell’uomo ancora prima della nascita, la musicoterapia deve allora partire da quella che è la realtà del soggetto, perché ognuno di noi risponde alla musica in modo diverso: inoltre questa non deve necessariamente essere a livello artistico, ma semplicemente un ricco mondo sonoro con entità vibratorie in cui convivono ritmo, melodia, affettività.

Quest’autrice suddivide anch’essa la musicoterapia in attiva e passiva: entrambe consistono in differenti tecniche programmate secondo diverse fasi di intervento.

La musicoterapia attiva, che comporta un diretto coinvolgimento del paziente, viene svolta attraverso la pratica di strumenti musicali: questo perché essi sono duttili, malleabili, oggetti intermediari per eccellenza, quindi non trasmettono ansia, quell’ansia che noi molte volte, trasmettiamo con la parola.

Inoltre quegli stessi strumenti hanno anche una peculiarità vibrante,  catturano, colpiscono, interagiscono con le persone, stimolano e rispondono.

La musicoterapia passiva invece che anche l’autrice denomina come l’autore precedente “recettiva”, viene invece svolta attraverso l’ascolto musicale, la cui specificità è la partecipazione del terapeuta e del paziente alla stessa esperienza emozionale suscitata dall’audizione di un brano musicale nel quale la relazione tripolare paziente-musica-terapeuta ha nella musica il ruolo di mediatore essenziale.

La strategia operativa della musicoterapia ha bisogno di anamnesi e di fasi progettuali per permettere al paziente di esteriorizzare i propri desideri, le ansie, le paure.

Tutto ciò è importante per formare l’apertura di canali che facilitano il rilassamento, il ristabilimento dei ritmi endogeni o esogeni, stimolando così la frequenza delle onde Alfa e Beta, la frequenza delle onde celebrali allevia infine il dolore poiché facilita la produzione di peptidi, cioè di quelle macromolecole che alleviano il dolore.

A tal fine è importante analizzare e cogliere le modalità con cui il paziente attraverso la manipolazione di qualsiasi strumento o movimento si esprime e manifesta l’espressione del viso, del movimento delle mani, delle posture e di tutto ciò che sente.

Oltre alla musicoterapia, attualmente si parla anche di Pet therapy[124], pet dall’inglese, animali da affezione, i quali vengono impiegati per nuove terapie di rilassamento e di comunicazione.

Emerge allora un nuovo ruolo che animali selezionati o addestrati appositamente possono svolgere per migliorare o lenire condizioni di disagio sociale, carenze affettive o patologie vere e proprie.

Attualmente si assiste ad un cambiamento notevole del rapporto uomo-animale, dovuto anche all’attuale grande diffusione degli animali domestici, l’affermarsi di una coscienza animalista ed una legislazione tesa alla salvaguardia del benessere animale.

Con “Pet therapy” vengono allora indicate attività svolte con l’ausilio di animali, che hanno l’obiettivo di migliorare la qualità della vita di anziani, carcerati, ciechi, malati terminali, cardiopatici, handicappati, autistici, malati mentali ed ex-tossicodipendenti.

Si parla di benessere anche per persone che soffrono di solitudine e che hanno problemi comunicativi, perché l’animale è fonte di allegria, offre amicizia incondizionata, richiede attenzioni, gratifica senza giudicare.

La pet therapy può essere considerata un’integrazione alle terapie tradizionali, ma non può diventare una terapia alternativa, inoltre non basta possedere o inserire un animale in un contesto di disagio per attuare una pet therapy, ma è necessario che vi siano solidi motivi, ed una adeguata valutazione da parte del medico o dello psicologo, nonché una selezione di animali adatti.

Nel loro lavoro i terapeuti devono essere affiancati da un veterinario, il quale ha il dovere di vigilare sullo stato sanitario dell’animale, questo anche perchè i fruitori della terapia sono solitamente persone con problemi di salute, che non devono essere aggravati da altre affezioni dovute alla presenza di un animale, inoltre questo tipo di trattamento è controindicato quando sono presenti avversioni o paure da parte di chi ne usufruisce, o da parte dei famigliari e degli operatori.

Per promuovere la pet therapy possono essere adatti animali di ogni tipo, a partire da quelli di compagnia ( cani , gatti , criceti, pappagalli, pesci ), a quelli da allevamento (mucche, capre, pecore, ecc.), come possono anche essere da ricreazione (cavalli) o selvatici (scimmie, delfini), ma è necessario anche istruire il personale ed i parenti sul comportamento naturale degli animali per salvaguardarne anche il benessere.

Per attuare questa terapia, la quale può essere svolta sia privatamente che in istituzioni pubbliche, si possono portare gli animali in visita, oppure possono essere residenti, infine si può organizzare una fattoria pedagogica, in cui i fruitori vengano portati periodicamente.

In generale gli animali possono indurre chiunque a sentirsi bene accetto, perchè essi stabiliscono un legame senza curarsi dell’aspetto estetico, non badano all’handicap psico-fisico, quindi questo fa sentire meglio il soggetto umano.

Ma l’animale non si limita a far sentire meno soli i soggetti in difficoltà, fa anche accrescere il senso di stima di sé, inoltre l’individuo che accudisce un animale spesso cura meglio anche se stesso, perché si sente responsabilizzato e più importante; infine un animale può funzionare anche da facilitatore sociale tra il paziente e lo psicoterapeuta.

Con il supporto degli animali si sono ottenuti buoni risultati in casi di maltrattamento intrafamigliare dell’anziano ed anche nella prevenzione del comportamento antisociale dell’anziano, nonché in altri campi che esulano da questo scritto, anche se però è difficile isolare l’effetto dovuto alla pet therapy da altri tipi di intervento, con l’unica eccezione delle cardiopatie, nelle quali si è dimostrato un notevole effetto benefico dovuto alla presenza di un animale.

Vi sono allo stato attuale alcune ipotesi: una di queste ritiene che l’interazione e il contatto con l’animale, provochino l’innalzamento delle endorfine, sostanze che danno la sensazione di benessere, anche perchè si è dimostrato che la solitudine provoca stress, angoscia e disperazione, inoltre si è dimostrato che le persone sole sono più tendenti al suicidio, questo fatto è maggiormente presente in età senile, per cui nel caso dell’anziano nell’istituto, può essere un ulteriore intervento da tenere in debita considerazione.

Basti pensare che all’estero numerosi istituti permettono la presenza di animali in appositi spazi o da portare anche in corsia, tutto ciò in Italia desta allarme e fa inorridire la maggior parte delle persone.

E’ evidente che tale atteggiamento si deve modificare con una corretta informazione, poiché un animale controllato periodicamente da un punto di vista sanitario, non rappresenta nessun pericolo per il malato, nemmeno per un immunodepresso.

Dal momento che le difficoltà del lavoro sociale con gli anziani sono innumerevoli, è necessario tenere sempre presente l’ausilio di svariate tecniche psicologiche e pedagogiche, le quali non sono necessariamente di pertinenza solo dello psicologo, ma spesso possono comunque essere attuate da altre figure professionali, con la supervisione di un medico o di uno psicoterapeuta, a tal fine vi sono ulteriori metodi usati, ai quali ho dedicato spazio nelle pagine successive.

Ad ogni modo il problema delle capacità comunicazionali è purtroppo quasi sempre presente, soprattutto per quanto riguarda l’anziano istituzionalizzato, perchè generalmente un individuo che non ha la salute compromessa vive nel proprio domicilio, salvo eccezioni.

Ragion per cui, un occhio di riguardo alle capacità espressive e comunicative va necessariamente considerato, se si mira ad ottimizzare il benessere psico-fisico e sociale degli utenti.

Quando l’operatore sociale si pone in posizione di aiuto verso gli altri, deve osservare ciò che gli è stato insegnato, quindi deve sempre avere un giudizio sereno, una osservazione attenta ed una valutazione il più possibile oggettiva degli utenti, ma in realtà ci troviamo di fronte ad aspetti più soggettivi (personali) e meno oggettivi (professionali).

Ci si può trovare allora di fronte a sensi di colpa, a volte incomprensibili, aspettative poco realistiche, rabbia, eccessiva identificazione con l’utente, difficoltà legate alla propria e altrui sessualità, ostilità nei confronti dell’utente o della sua famiglia, peggioramento del rapporto con i propri genitori.

Si manifesta allora la cosìdetta burn-out-syndrome, con sfiducia nelle proprie capacità o la rinuncia a svolgere il proprio compito e viceversa con un eccesso di zelo e un sentimento di onnipotenza[125].

Alcuni autori[126], parlano di transfert e di controtransfert, due concetti di primaria importanza nel lavoro sociale con gli anziani.

Per transfert, si intendono i sentimenti che gli utenti hanno verso di noi e che noi crediamo di poter facilmente controllare perchè il problema è loro; il controtransfert si riferisce invece a tutti i sentimenti che proviamo nei confronti dei nostri utenti: questi ultimi sono più difficili da gestire perchè li viviamo direttamente sulla nostra pelle.

E’ quindi da considerare come a volte siano i nostri sentimenti, più delle reali condizioni degli utenti a determinare la qualità dell’assistenza e come i pregiudizi personali e famigliari possano condurre a prese di carico, diagnosi e trattamenti non corretti.

Vi è poi anche da considerare come lo stress professionale (burn-out) sia più presente quando si trascura il controtransfert, e di come si preferisce ignorare l’esistenza di una vita sessuale e la necessità di intimità degli anziani, quando questo ci mette in difficoltà.

Ecco allora che nel lavoro con le persone che invecchiano, abbiamo un’alternativa alla negazione delle implicazioni cognitive ed emotive, che consiste invece nell’ascoltarle e di tenerne conto: una volta riconosciute queste reazioni controtransferali ci possono fornire elementi utili per migliorare il nostro intervento.

Il controtransfert viene definito per primo da Freud, come un processo inconscio che riguarda l’insorgenza di conflitti e problemi non risolti del terapeuta.

Con il passare degli anni tuttavia, la definizione di controtransfert si allarga fino ad includere la totalità dei sentimenti vissuti dal terapeuta nei confronti dell’utente.

Alcuni autori (Sandler, Cristopher e Holder), hanno suggerito che una migliore comprensione del controtransfert sia di estrema importanza per ogni tipo di relazione di aiuto, e non solo per la professione di psicologo.

Siamo innanzitutto costretti a chiederci che cosa significa invecchiare, quando si comincia e come si può misurare, perché è fuori dubbio che l’età cronologica, da sola è del tutto insufficiente per descrivere il processo di invecchiamento.

La nostra società ha degli standard legati all’età e alle scadenze per ogni fase della vita: sono i tempi in cui ci si aspetta che noi studiamo, lavoriamo, ci sposiamo, abbiamo una famiglia, andiamo in pensione, ci ammaliamo ed infine moriamo, sebbene vi siano poi delle inevitabili variazioni, vi sono comunque delle aspettative sociali legate all’età.

Non avendo quindi un metro universale per misurare le varie fasi della vita, ci si deve basare sugli standard suddetti, i quali però non possono certo essere uguali per tutti: questi possono essere indicativi, ma non ci devono imbrigliare in schemi mentali stereotipati, perché è evidente che se da un lato ciò ci può semplificare le cose, sotto altri aspetti ci impedisce di valorizzare ogni individuo nella propria unicità.

Possiamo allora fare riferimento all’ageism, questa forma di discriminazione verso i soggetti in età senile, che chi opera in questi contesti, si trova spesso a dover affrontare per superare i pregiudizi, soprattutto nei momenti critici della pensione, della malattia, del lutto e della morte.

Viviamo in una società in cui i media alimentano il culto della giovinezza e della bellezza, siamo ossessionati da uno stile di vita frenetico, viene continuamente enfatizzata l’efficienza e la produttività.

Aspetto giovanile, attivismo e indipendenza vengono proposti come indicatori di valore di una persona: giovane è bello, buono, indipendente e potente, mentre vecchio all’opposto è inutile, asessuato, senile, malato, isolato e solo.

Diventa importante dunque per chi svolge una professione di aiuto saper utilizzare le risposte del controtransfert per l’intervento più appropriato.

Un momento in cui è necessario sviluppare queste capacità è quello della morte: chi opera in questo frangente deve avere la capacità di aiutare chi si accinge a fare questo difficile passo, permettendo di affrontare il loro morire con dignità, integrità e autonomia.

In molte culture la morte è considerata una parte della vita inserita nelle tradizioni, nell’arte popolare, nella vita famigliare e nella religione, ma la nostra cultura al contrario tende a negarla, perchè per paura della nostra morte e dei nostri cari, tendiamo sempre ad evitare le tematiche controtransferali legate alla morte, cosicché spesso si evita di inserirla nella programmazione di un lavoro di aiuto.

Inoltre se si fa riferimento ad un modello di cura, la morte delle persone non può che fare sentire incompetenti ed inutili, se però si riuscisse a ragionare in termini di prendersi cura rinunciando a voler rovesciare la morte, si potrebbe offrire al morente un’assistenza di alto livello senza imbarazzo e senza sentimenti di inadeguatezza.

Caroline Preston, docente dell’Università di Washington e gerontologa da più di 40 anni, autrice citata dagli autori, aveva sempre studiato l’invecchiamento e la morte dall’esterno, ma a 72 anni fu costretta a vederli dall’interno: Caroline aveva avuto degli amici che in buona fede negavano il suo morire, dicendole come la trovassero in forma, e la ignoravano quando lei parlava della sua malattia.

Dagli ultimi articoli scriveva così: «Se siete particolarmente fortunati, avrete accanto qualcuno che ha il coraggio di guardare negli occhi il vostro morire e sappia condividere la vostra paura».

Come spesso accade, davanti ad una malattia terminale, quando si è presi dallo sconforto e si soffre nel vedere il dolore degli altri ci si trova spesso ad indossare una solida corazza professionale, che in realtà serve a proteggere se stessi non il morente, si rischia così di ingannare il proprio io, perdendo l’occasione di migliorare la professionalità.

Mentre invece per arricchire il proprio bagaglio umano ancor prima che professionale, è necessario confrontarsi con le proprie idee, i propri pregiudizi, paure e problemi irrisolti in famiglia: se si evita questo confronto si può rischiare di trovarsi in situazioni di aiuto prive di significato, sia per se stessi che per i pazienti.

L’ideale sarebbe che, chi ha compiti di controllo e di supervisione autorizzi gli operatori sociali o i volontari a scegliere secondo la loro coscienza umana e professionale, quando essere onesti con gli utenti.

Chi svolge una professione al servizio delle persone non è abituato a vedere se stesso come un «amico» dell’utente e del paziente, ecco allora che essere professionalmente amici vuol dire essere presenti per la persona che muore: essere onesti e sentirsi impotenti in questo caso è un compito altamente professionale ed è difficile essere veramente presente con un malato terminale.

La capacità di offrire un aiuto non verbale è legata all’abilità di ricevere della persona che muore: in questo doppio sistema di feed-back, tutti i tipi di comunicazione sono importanti, dallo sguardo ai movimenti delle mani o della testa, compreso poi ogni suono del proprio ed altrui corpo.

Quando si lavora con pazienti che sono vicini alla morte è certamente difficile permettersi di vedere ogni persona con occhi nuovi, ma l’unica via possibile per rispettare l’individualità di ogni persona che muore è riconoscere la propria impotenza di fronte alla morte e cercare di imparare da ogni paziente.

Qui gli autori sostengono che paradossalmente l’impotenza reciproca rafforza i malati terminali e le persone che li assistono.

Inoltre il perfezionismo è un rischio per molti operatori, ai quali è richiesto un comportamento professionale, cosicché la paura di piangere ad esempio diventa un difficile ostacolo verso una delle espressioni più genuine.

Secondo lo stereotipo dell’operatore sempre forte ed efficiente, il dolore per la perdita di un utente è un comportamento professionale da evitare, mentre invece occorrerebbe capire che i lutti per le perdite che si sperimentano in queste tipologie di lavori sono necessarie.

Si deve quindi essere consapevoli e responsabili delle proprie reazioni e delle proprie risposte di controtransfert, negare i propri sentimenti verso chi muore è spesso dannoso sia per l’utente che per se stessi: essere onesti con chi muore avvicina di più all’utente e permette più efficacia.

Inoltre ammettere la propria impotenza nei confronti della morte è spesso terapeutico, tanto per l’utente quanto per l’operatore: si crea un legame, una collaborazione, una complicità.

Nel controtransfert assume grande importanza la prevenzione dei suicidi: attraverso la presa di coscienza di questi sentimenti si potrebbero sicuramente prevenire atti così drammatici.

Quando le persone anziane sono disperate, il suicidio potrebbe sembrare un modo per risolvere una situazione difficile, se poi percepiscono l’impotenza e la negazione degli operatori possono pensare di non avere alternative.

Quindi se un operatore sociale non accetta di discutere una tale idea, perde un’occasione per avere un contatto significativo con l’utente, inoltre i segnali di un eventuale atto suicida potrebbero andare perduti o ignorati, aumentando così il senso di impotenza nell’anziano bisognoso.

Gli autori individuano cinque forme di difesa che possono impedire la consapevolezza del controtransfert: che sono la repressione, la distorsione, la proiezione, la conversione e la formazione reattiva.

Attraverso la repressione il sentimento di rifiuto viene mascherato ed il problema viene banalizzato, l’utente così non si sente compreso e può scegliere di attuare il peggio sentendosi abbandonato.

Con la distorsione, invece di essere consapevoli del problema di un determinato individuo che vive precariamente la propria vita e vorrebbe morire, si pone una immagine completamente distorta della realtà, e lo stesso individuo viene visto come un caso disperato, senza capire che invece si sente disperato, così facendo l’individuo in questione si sente ancora di più rifiutato, gli operatori dal canto loro lo vedono come un parassita che abusa dei servizi sociali e sanitari.

Con la proiezione tutti i sentimenti negativi vengono proiettati sugli individui in difficoltà che non sono capaci di rispondere positivamente all’aiuto offertogli dagli operatori sociali, a livello inconscio questi ultimi potrebbero pensare: «Questa persona farebbe bene ad uccidersi perchè è una disgraziata e fa sentire così anche noi».

Per conversione si intende invece una reazione dei sentimenti negativi rivolti all’interno verso se stessi: gli operatori potrebbero così avere loro stessi fantasie di suicidio, pensando di trovarsi nella stessa identica situazione dell’anziano non autosufficiente.

Infine con la formazione reattiva l’operatore si fa troppo carico della situazione dell’anziano: quest’ultimo può così convincersi che l’operatore sia responsabile della sua vita, finendo così di lasciarsi andare all’impotenza e alla dipendenza.

Vi è da considerare che il suicidio ha un’alta incidenza in età senile, è dunque importante quando si lavora con i «superstiti» guardare nella propria famiglia rispetto a sentimenti di lutto e suicidio: i sentimenti spiacevoli e scomodi possono essere discussi negli incontri di supervisione e nei gruppi formativi.

Dobbiamo considerare che sfuggire ai sentimenti, così come viverli in modo eccessivamente violento o controllato, può compromettere una qualsiasi relazione di aiuto.

Se poi si provano sentimenti sconosciuti o incontrollati, verso alcune tipologie di pazienti è probabile che questi vengano poi trasferiti sull’utente.

Se una particolare situazione di un utente procura ansia, tristezza o impotenza è probabile che si cerchi di evitare sia la situazione, che l’utente, mentre se al contrario non viene provato nessun sentimento tale, possono essere evitati o ignorati i suoi bisogni.

Sentimenti e convinzioni a riguardo di un utente con problematiche varie possono tradursi in aspettative su noi stessi in quanto operatori, e sull’utente, questo può portare ad un comportamento che può rivelarsi controproducente.

La negazione è un meccanismo di difesa normale e salutare, lavorare con delle persone con disabilità varie, significa trovarsi continuamente in situazioni che mettono alla prova la propria sicurezza ed il proprio benessere personale, questi pazienti ricordano costantemente che le disgrazie possono accadere a chiunque: non è possibile quindi sfuggire alla paura di poter essere un giorno nei panni di questi pazienti.

Ogni operatore sviluppa delle modalità personali per governare la paura: alcuni tendono ad essere irritabili, arrabbiati e combattivi; altri si chiudono in se stessi e diventano tristi o depressi.

Comunque l’applicazione del concetto di controtransfert nel lavoro con gli anziani è relativamente nuova, ma sia per l’operatore sociale, sia per il paziente, i sentimenti e i pensieri sul tempo e sulla morte, anche se ben nascosti, raramente sono assenti.

L’alcolismo nell’anziano è un ulteriore problema piuttosto diffuso, e più in generale l’abuso di sostanze è una malattia che induce negazione, l’individuo nega l’abuso e le sue conseguenze negative: allo stesso modo il codipendente nega la gravità del problema.

Talvolta anche gli operatori possono essere complici della negazione se, nel loro intervento, non considerano il problema.

Questo può essere il caso di un operatore cresciuto in una famiglia di alcolisti, dove ha imparato ad usare la negazione come meccanismo di difesa.

La rabbia eccessiva verso gli utenti con problemi di droga o alcol è un altro tranello del controtransfert per gli operatori codipendenti: le persone cresciute in casa di alcolisti possono essere state maltrattate, imparando così a trattenere la rabbia, finché non esplode, e questo può interferire non poco nel loro lavoro.

Inoltre i codipendenti possono anche incolpare gli eventi esterni per l’abuso o per altri comportamenti.

Gli operatori sociali devono stare molto attenti, considerando che ogni famiglia è unica: la famiglia dell’utente può essere molto diversa dalla propria, in situazioni di ricovero in case di riposo, essi devono stare molto attenti a non lasciarsi intrappolare nei triangoli relazionali delle famiglie, che vivono al loro interno questo conflitto.

Se gli operatori hanno un atteggiamento arrogante e prevenuto verso gli anziani e i loro famigliari che stanno valutando un inserimento in un istituto, è probabile che in realtà siano vittime dei loro problemi irrisolti di controtransfert.

Vi è poi anche da considerare che è difficile stabilire chi è anziano, e si tende a dare per scontato che indipendentemente dal significato che si vuole dare a questo termine, un operatore comunque, anziano non lo può essere.

In effetti è uno stadio della vita che sicuramente nessun operatore ha vissuto, si richiede allora molto studio ed elasticità mentale per raggiungere l’empatia necessaria per lavorare in modo sereno con gli anziani.

Non esiste inoltre una definizione univoca di vecchiaia, se in alcuni contesti si può considerare l’età di 60-65 anni come inizio della terza età, è anche vero che vi sono persone di 70-80 anni che non possono certo essere considerate vecchie.

Comunque molti autori, parlano del controtransfert e dei problemi che possono sorgere con terapeuti giovani e di mezza età, ma nessuno tratta dei problemi che invece possono sorgere con terapeuti anziani.

Alcuni autori (Erikson-Kivnich), sostengono che vi è mancanza di operatori con più di 60 anni nei servizi pubblici per anziani.

L’ageism inoltre non è solo un fenomeno sociale, ma è diffuso anche nella gerontologia, perfino operatori geriatrici anziani hanno atteggiamenti di superiorità verso gli anziani in generale.

Sicuramente è molto difficile essere totalmente liberi da pregiudizi e stereotipi sull’invecchiamento e sugli anziani, indipendentemente dall’età e dall’orientamento professionale.

Ma un fattore ancora più rilevante, consiste nel fatto che è molto più facile capire quando l’utente ha bisogno di aiuto, che non invece capire la propria necessità di sostegno.

Se è importante allora sapere chi sono gli utenti, è altrettanto importante conoscere la propria personalità ed i propri sentimenti: la maggior parte degli operatori ha paura di piangere, considerandolo poco professionale, ma commuoversi fino alle lacrime può essere importante.

Nel rapporto con gli utenti, c’è una sottile linea di demarcazione, non sempre facilmente riconoscibile.

Inoltre uno degli stereotipi più sgradevoli sull’invecchiamento è quello secondo cui gli individui in età senile non possono più imparare: oggi invece si sa che non è così e che l’anziano usando la conoscenza e l’esperienza di tutta una vita continua ad imparare e a crescere.

Per concludere comunque non è sempre chiaro se gli interventi a favore degli anziani e delle loro famiglie siano costruiti su giudizi professionali veramente oggettivi o se invece si fondino in parte su di un concetto di vecchiaia e su un rapporto con le persone anziane significative incontrate nel corso della vita.

  

3-7 L’uso delle storie di vita con il paziente anziano: la terapia dei costrutti.

  

 

3-8 Il metodo Validation.

 Questo metodo è stato sviluppato dalla Dott.sa Naomi Feil, gerontologa e terapeuta sociale americana, la quale insoddisfatta delle terapie tradizionali usate per i pazienti affetti da demenze, negli anni 1963-80 lavorò per trovare metodi migliori.

Nella Casa di Riposo Montefiore a Cleveland dell’Ohio, dopo esservi cresciuta con i genitori, il padre psicologo e la madre assistente sociale continuò le ricerche del padre che lavorava con pazienti affetti da demenza.

Il metodo Validation è applicato attualmente negli Stati Uniti, in Canada, in Europa e in Australia con i vecchi-vecchi, ossia con pazienti di oltre i 75-80 anni[128].

Durante gli anni di studio del metodo, la Feil arrivò alla conclusione che aiutare i pazienti dementi ad affrontare la realtà era impossibile.

Inoltre analizzare i sentimenti, fare esprimere i ricordi e usare la musica per la comunicazione, emersero metodi vincenti per migliorare la qualità della vita di questi pazienti[129].

I concetti di base sono quelli secondo cui una necessità di riconoscere e valorizzare i sentimenti di un individuo è di primaria importanza, mentre negarli ne annulla la personalità.

Attraverso questo metodo viene sviluppata l’empatia per mettersi nei panni degli altri ed infondere fiducia: quest’ultima a sua volta porta sicurezza e rinsalda i sentimenti di autostima.

Secondo l’autrice si riduce anche la tensione, aiuta a superare i contrasti non risolti del passato e migliora la comunicazione, sia essa verbale o non verbale.

Alcune regole su cui si basano i presupposti teorici sono principi fondamentali della psicologia:

«Accetta il tuo paziente senza giudicarlo» (Carl Rogers);

«Considera il tuo paziente come un individuo senza uguali» (Abraham Maslow);

«Un compito trascurato richiede di essere svolto in una fase successiva» (Erik Erikson);

«Esiste sempre una causa dietro il comportamento delle persone molto anziane e disorientate» (Naomi Feil).

Il principio del metodo Validation si basa sulla teoria di Erik Erikson, secondo la quale vi sono vari compiti nel corso della vita che ogni individuo deve svolgere.

Ogni buona riuscita di questi compiti dipende da come sono stati svolti quelli precedenti.

Dalla nascita alla morte ogni individuo cerca sempre di portare a termine questi compiti.

Erikson individua sei stadi: prima infanzia, all’inizio della vita il neonato deve imparare ad avere fiducia nel ritorno della madre, gli viene dimostrato continuamente di essere amato, se però lo stesso neonato non riesce a contare sull’amore materno arriverà all’infanzia pieno di dubbi ed incertezze.

Tenderà allora ad accusare sempre altre persone o altre situazioni, e quando sarà vecchio incolperà sempre gli altri per ciò che potrà accadergli.

Nella seconda fase dell’infanzia bisogna imparare a seguire le regole, ma è necessario rendersi anche conto che possiamo commettere degli errori.

Il neonato che impara ad avere fiducia, può correre dei rischi trasgredendo le regole e sapendo di essere amato lo stesso.

Ma se in famiglia vige la regola dell’ordine a tutti i costi, il messaggio che viene ricevuto è quello secondo cui per avere amore bisogna essere perfetti, mai permettersi di sbagliare, si consolida così l’idea che fino alla vecchiaia è necessario mantenere un rigido controllo.

Nell’adolescenza (3° fase), il soggetto deve ribellarsi sfidando le regole dei genitori e scoprendo i propri valori, se però non vi è amore incondizionato, egli ha paura di perdere quell’amore che lo lega invece ulteriormente alla famiglia genitoriale, rimane così dipendente da qualcuno o da qualcosa e gli viene impedito di rendersi autonomo.

Con la 4° fase, quella dell’età adulta, il compito di ogni individuo è quello di rapportarsi agli altri esseri umani.

Si riesce a sopravvivere lo stesso anche senza essere sempre amati, si può correre il rischio di soffrire.

Ma se non si riescono a svolgere i compiti precedenti non si riesce a giungere all’introspezione:si finisce allora con il vivere in disparte nell’isolamento per paura dell’abbandono.

Con il quinto compito (età di mezzo), si dovrebbero affrontare tutte le perdite legate al declino fisico, biologico, temporale, bisogna accettare l’invecchiamento, le rughe, la morte delle persone amate, ma se ciò non avviene l’individuo resta ancorato a ruoli sorpassati, un vedovo ad esempio rifiuterà una nuova relazione, perchè non è possibile apprendere nuove soluzioni se si resta nel passato.

Per Erikson è la vecchiaia il compito finale della vita, in cui si guarda indietro nel passato per prevedere il futuro, se i compiti precedenti sono stati svolti regolarmente emerge la forza interiore e si accetta ciò che è accaduto, la vita nonostante tutto è ancora degna di essere vissuta.

L’integrità nella vecchiaia si identifica con la forza, malgrado la debolezza.

Secondo questo autore l’integrità è la fusione dell’io attuale con l’io idealizzato: con l’integrità si possono rischiare nuovi stili di vita, quando quelli vecchi non funzionano più.

Ogni periodo della vita ha un obiettivo ben definito, ogni obiettivo se ignorato si ripropone in momenti successivi.

Per la Feil vi è un’altra fase che si aggiunge a quelle appena citate, ed è lo stadio oltre l’integrità ossia quella dell’età molto avanzata, secondo cui avviene una risoluzione del passato, non è un cosciente ritorno al passato come il sesto stadio di Erikson, ma è un profondo bisogno di morire in pace.

La vita media si sta allungando, così saranno molti nel futuro coloro che entreranno in questo stadio, si tratta allora di una nuova generazione, che non c’era prima quando la medicina non era così sviluppata da riuscire a mantenere in vita sempre di più dopo i 70-75 anni.

Tutte queste persone, chiedono e chiederanno sempre più ascolto, e se ciò non sarà possibile, si ritireranno nell’insuccesso dello stadio vegetativo.

Gli operatori dovrebbero allora aiutare queste persone a sbloccare le emozioni irrisolte con l’ascolto, pur sapendo che non ci sarà mai una completa risoluzione.

Se però i sentimenti vengono riconosciuti e legittimati si possono dissolvere.

In riferimento alle sei fasi precedenti di Erikson, in ognuna emergono alcune tendenze caratteriali, che secondo l’autrice si vengono ad instaurare se persiste l’insuccesso in ogni compito, queste tendenze (bias) sono la diffidenza, la vergogna, l’insicurezza, l’isolamento, la rigidità, la disperazione.

Ad esempio l’individuo che non riesce ad adempiere ai compiti della prima fase, cioè ad imparare ad avere fiducia, proverà sentimenti di diffidenza, nella seconda fase vi saranno invece sentimenti di vergogna ecc, le persone anziane disorientate quindi si muovono nel passato per risolvere le loro relazioni imperfette,

Vi è poi da notare che la Feil non usa mai il termine di demenza, ma quello meno degradato di disorientamento.

Quest’ultimo termine significa in questo caso regressione, ma è evidente che un bambino dalla nascita in poi può solo crescere ed imparare, l’anziano disorientato invece ha già ricevuto le basi educative ed è cresciuto.

Allora con il buon senso maturato negli anni e con esperienze cristallizzate gli anziani ritornano nel passato per pulire la propria casa e identificare i loro bisogni d’amore e di identità, peraltro legittimi ed umani.

Spesso il ritorno al passato permette loro di allontanare un presente doloroso, un senso di inutilità e di solitudine.

Gli anziani disorientati si possono trovare in quattro diversi stadi[130], in ognuno di questi il deterioramento psicofisico si evolve ed il paziente si ritira progressivamente dal mondo.

1-Disturbi dell’orientamento-Maloorientamento: in questo primo stadio l’individuo prova ad orientarsi nel tempo e nello spazio, ma ha molta paura, perchè si rende conto della sua confusione temporanea, scrive, legge e disegna, ma non vuole essere toccato perchè è molto teso.

2-Confusione temporale: in questo caso l’anziano disorientato dimentica gli eventi presenti, non ricorda quelli passati, spesso riesce a leggere, ma non a scrivere e non può partecipare a giochi con regole, considera il tempo secondo i propri sentimenti, adesso lo si può toccare, ma diventa altresì importante il contatto visivo.

3-Movimenti ripetitivi: l’anziano si chiude in se stesso, ha una sua personale cognizione temporale, non parla più bene e non è più in grado di leggere e scrivere, ma può ancora camminare e ripete gli stessi movimenti all’infinito.

4-Vita vegetativa: in questo stato l’individuo non riconosce più le persone care, è completamente disorientato da un punto di vista temporale e spaziale, giace a letto in posizione fetale e non dimostra nessuna reazione.

Ecco allora che gli operatori di Validation devono accettare il decadimento della vecchiaia e devono sapere che gli scopi esistenziali dei giovani sono molto diversi da quelli degli anziani.

Una condizione obbligatoria è quella secondo cui non si devono esprimere giudizi, e si devono aiutare i pazienti a portare a termine il loro compito finale della vita: morire in pace.

Chi applica Validation si mette nei panni dell’anziano, come egli è in grado di capire un bimbo o un adolescente, perchè si è trovato anch’esso in quelle fasi dello sviluppo, egli deve anche entrare in contatto empatico con la vecchiaia, che però peraltro gli è sconosciuta: per questo motivo è molto più arduo e complesso.

Inoltre l’operatore di Validation non è un analista, Validation non può essere psicoanalisi, perchè il vecchio disorientato non è più in grado di effettuare introspezione, ne di mettere in relazione le proprie emozioni con il suo stato psicofisico.

Per iniziare la terapia di Validation per prima cosa si devono raccogliere informazioni sul paziente, sul suo passato e sulle sue future aspettative, dopodiché è necessario definire lo stadio di disorientamento nel quale si trova il paziente.

Le tecniche principali sono differenti a seconda degli stadi, le più importanti comunque consistono nel concentrarsi attraverso la respirazione, nella comunicazione diretta si possono usare anche domande come “chi, che cosa, dove, come, quando”, ma non si deve mai chiedere “perchè”: l’anziano disorientato non è in grado di dare delle risposte deduttive; è altresì molto importante riformulare ciò che l’individuo dice mediante le sue parole chiave e riportare alla sua mente i modi ormai consolidati per reagire alle situazioni difficili.

Mantenere il contatto visivo, usare molto le canzoni del passato e la musica, nonché usare il senso preferito del paziente (tutti noi abbiamo un senso preferito, tatto, vista, ecc.), usare il contatto fisico e avvicinarsi dal davanti per non spaventare l’anziano disorientato, sono tutti accorgimenti da adottare.

Validation è una teoria per aiutare gli anziani e un metodo per classificarne il loro comportamento: attraverso questa terapia avviene una diminuzione dello stress, un senso maggiore alla vita, una riduzione nell’uso di farmaci, un accrescimento della comunicazione verbale e non verbale e una risoluzione dei contrasti del passato; inoltre vi è anche una riduzione della fatica psicofisica e un’empatia maggiore degli operatori e dei parenti che accudiscono i pazienti anziani.

Validation non deve essere usato con anziani orientati o psichicamente handicappati, con malattia mentale o con individui che abbiano conseguito traumi organici[131].

E’ molto importante che l’operatore di Validation sia consapevole del fatto che per un anziano disorientato sia normale racchiudersi in sé stesso, e che il ritorno al passato sia un metodo per sopravvivere, per alleviare il peso della vecchiaia.

Un operatore di Validation deve sapere che non si devono mai reprimere i sentimenti delle persone anziane, né devono essere obbligate ad esprimerli: essi devono adattarsi ai pazienti, ai loro ritmi e devono essere ascoltatori fidati, devono riconoscere la saggezza degli anziani nonostante la malattia, non devono inoltre discutere o punirli, né minacciarli né tantomeno proteggerli.

Secondo l’autrice dopo tre mesi di lavoro, con questo approccio si potranno avere notevoli miglioramenti del comportamento, e potranno se lo vorranno partecipare regolarmente anche le famiglie.

Dalle ricerche effettuate dalla stessa,emergono dei risultati visibili, come un aumento dei rapporti sociali, meno crisi di pianto e meno movimenti ripetitivi, minore aggressività e miglioramento dell’andatura, nonché le altre migliorie precedentemente citate.

 

3-9 La Reality Orientation Therapy (ROT).

 La ROT si è dimostrata efficace con pazienti affetti da compromissione cognitiva lieve nel rallentare l’evoluzione della malattia di Alzheimer: i limiti maggiori consistono nella rapida caduta dell’efficacia al termine dell’intervento stesso[132].

Può essere formale ed informale: quella formale è sviluppata in sedute giornaliere stabilite, mentre l’informale comprende un processo di stimolazione continua da parte di più figure professionali addette all’assistenza, queste ultime forniscono ripetutamente informazioni al paziente, la continua ripetizione lo aiuta a conservarle nel tempo.

Con questo approccio vengono coinvolti sia gli operatori che i famigliari[133].

Quindi quando il declino non ha raggiunto livelli di massima gravità, il processo riabilitativo sarà certamente più rapido, questo tipo di terapia determina uno sviluppo delle capacità di autonomia sviluppando le potenzialità ancora sane dell’individuo[134].

La ROT comunque è adatta ad ogni forma di confusione mentale.

Seguendo la teoria di Jean Piaget (1936), il quale dimostrò gli stadi evolutivi del bambino, partendo dalla fase dell’intelligenza senso-motoria, ossia dalla forma di intelligenza prima del linguaggio, si può impostare la ROT.

Vi sono sei stadi, e si passa a quello superiore solo dopo aver assimilato quello precedente: solo dopo aver raggiunto il sesto stadio si comincia la costruzione del reale.

Partendo da questo presupposto, il modello piagettiano di sviluppo riflette bene le esigenze teoriche e pratiche della ROT, stabilendo i limiti e i passi da seguire nel processo riabilitativo.

Si desume che l’anziano con demenza regredisca a tal punto da dover ricominciare come avviene nei bambini durante i primi anni di vita, per l’acquisizione di nuove capacità, associando così gli stimoli esterni e la maturazione personale.

E’ ovvio che la maturazione non riguarderà più l’anziano, però si potrà agire per conservare ed estendere al massimo l’autonomia.

Occorre innanzitutto utilizzare strumenti idonei alla valutazione e una conoscenza delle tecniche psicometriche.

E’ poi da sottolineare il ruolo attivo dei soggetti trattati, anche di quelli affetti dal morbo di Alzheimer, ed il miglioramento degli stessi dopo la terapia.

Nella ROT formale è prevista una stanza arredata come quella di una casa qualsiasi, devono essere visibili un calendario e un orologio appeso alla parete con grossi numeri.

Gli operatori si possono trovare ad essere anche più di uno, possono essere medici, psicologi, fisioterapisti, infermieri, animatori o pedagogisti, mentre i pazienti non devono essere più di cinque allo stesso livello involutivo.

Si comincia con la presentazione per nome dei presenti, procedendo per associazioni, per facilitare l’assimilazione delle parole, si passa poi ad aspetti del vestiario, allo spazio temporale: data, ora, mese, anno, luogo, età, data di nascita, ecc., successivamente si passa ai ricordi.

Con un timer da cucina si segna la fine della seduta che dura circa un’ora con un intervallo di dieci-quindici minuti, e dovrebbe sempre avvenire possibilmente in orari uguali per ingenerare meno confusione nell’anziano.

La porta d’ingresso della stanza deve avere un colore sempre uguale, in modo che divenga un luogo famigliare e venga riconosciuto facilmente.

All’interno devono esservi sedie comode, un tavolo e quadri o manifesti alle pareti, il terapeuta ROT deve organizzare le schede che vanno continuamente aggiornate, possono essere informative, di base, dei racconti che emergono in seduta, dell’orientamento temporale e spaziale (nella città, in Italia; nel mondo) e degli avvenimenti recenti, nonché qualsiasi altra tipologia di schede ritenute utili.

Le sedute non dovrebbero essere meno di 50 in tre mesi, ma è necessario ribadire l’importanza dello stesso orario, perchè spesso i pazienti scambiano il mattino con il pomeriggio, quindi se si mantengono delle abitudini che si consolidano nel tempo, queste sono di estrema importanza ai fini dell’orientamento, come pure il timer che segnala un’ora trascorsa.

Inoltre sono necessarie delle cassette di musiche degli anni 30-40-50, un atlante stradale o una cartina e tutto ciò che può tornare utile per orientare l’individuo verso ciò che ha appreso nel passato.

Vi sono delle regole anche nell’approccio con il paziente, in genere il camice bianco o una divisa creano del distacco, questo è da evitare nella ROT, perchè il terapeuta deve creare famigliarità senza abusare del suo potere, è quindi consigliabile vestirsi come tutti i giorni.

E’ importante parlare ad alta voce scandendo bene le sillabe quando ci si rivolge al paziente, possedendo naturalmente prima di tutto la conoscenza di eventuali deficit, lo si deve chiamare per nome o come egli preferisce e usare il pronome “tu”, perchè il lei può creare confusione con un soggetto femminile.

Il clima deve essere cordiale, sereno senza atteggiamenti di superiorità, è assolutamente indispensabile evitare di trattare gli anziani come bambini, non dire mai “hai sbagliato”, ma limitarsi a dire che non c’è problema se non ricorda qualcosa, deviando su altri la domanda.

Il contatto fisico è rilevante, perchè attraverso di esso è possibile ridurre la tensione, ad esempio con una semplice pressione sull’avambraccio del paziente, mentre è da evitare un atteggiamento tipicamente scolastico del tipo “se fai questo ti darò un premio”, perchè l’autore qui sostiene che difficilmente si potrà essere in grado di rendere il premio promesso.

Al paziente deve sempre essere permesso di uscire, se lo desidera, gli deve essere concesso di poter andare in bagno in assoluta libertà.

Un occhio di riguardo va rivolto anche ai parenti, che devono sempre essere tenuti al corrente dell’andamento della terapia e che possono partecipare alle sedute, dando così un grande contributo alle informazioni perdute dell’anziano: inoltre possono diventare operatori informali durante tutto l’arco della giornata.

Durante le sedute possono essere introdotte delle facilitazioni, dalla comparsa di un grande orologio dopo una domanda sulle ore, alla presenza di alcuni fogli che riportano date diverse, compresa quella della nascita del paziente, il quale può essere successivamente invitato a individuare quella che lo riguarda.

I comportamenti da evitare sono le discussioni, perchè il demente non è in grado di decodificare questo evento; il coinvolgimento emotivo, tali situazioni purtroppo tendono a creare momenti carichi emotivamente, mentre l’atteggiamento dovrebbe essere neutro e professionale; la logorrea dell’insegnante, il terapeuta può diventare un insegnante tipico da lezione scolastica, che però non è compreso da soggetti con tali difficoltà, pertanto le informazioni delle sedute ROT devono essere chiare e brevi perchè il paziente ne tragga beneficio.

Concludendo la ROT è un trattamento non farmacologico efficace con i dementi; considera lo stesso demente come una persona con capacità riabilitative; coinvolge ogni tipo di operatore, e cosa ancora più importante coinvolge anche i famigliari del demente; infine induce ottimismo terapeutico.

 

3-10 I ruoli delle figure professionali.

 Attualmente vi sono parecchie figure professionali preposte alla cura dell’anziano, ve ne sono alcune che si occupano dell’assistenza pratica come può essere l’igiene personale, del corpo, del viso, della cute o l’assistenza infermieristica, mentre altre si occupano invece dell’assistenza psicofisica e della riabilitazione.

Per alcuni ruoli vi è poi una notevole confusione, dovuta ad un inquadramento legislativo ambiguo che lascia addito ad ulteriori problematiche, anche con le recenti disposizioni; è il caso delle nuove lauree triennali non ancora bene definite, o per esempio la questione dei nuovi corsi di laurea della Facoltà di Medicina e Chirurgia, la quale non riconosce altre figure professionali al di fuori delle proprie, quindi vi sono paradossalmente disparità evidenti tra enti pubblici e privati, tra ospedali e case di riposo, in queste ultime talvolta non sono necessarie particolari qualifiche per esercitare alcune professioni, mentre nelle Aziende Sanitarie è obbligatorio avere determinati titoli.

Vi sono inoltre professioni come l’animatore o il musicoterapeuta che non sono ben definite dall’attuale legislazione e non vi è quindi una unicità della formazione, ma esistono più tipologie di iter formativi.

In questa incertezza della formazione vi sono tuttavia professioni che ormai si sono consolidate nel tempo e che si sono inserite a pieno titolo nel contesto lavorativo attuale.

L’assistente sociale ha un ruolo di doppia valenza operativa, in quanto si realizza fuori e dentro l’istituzione,ed è collocato al confine tra interno ed esterno, tra anziano e famiglia, tra contesto istituzionale e sociale[135].

Per molti assistenti sociali lavorare con un’utenza anziana negli istituti, pare sia un ripiego, una diminuzione di status nei confronti di colleghi che invece operano nei servizi aperti.

Le cose comunque stanno cambiando: i nuovi contesti e le nuove politiche sociali stanno modificando la cultura delle istituzioni.

Molti assistenti sociali, hanno allora recuperato quello che era il loro patrimonio professionale, rivendicando quindi tutte le dimensioni innovative del lavoro sociale, come patrimonio spendibile anche per chi opera in una struttura, egli può quindi adoperarsi per un lavoro di attento e paziente monitoraggio dell’evoluzione del contesto di vita dell’anziano in collaborazione con tutti gli altri operatori.

Il lavoro di rete per collegare, coordinare, progettare e costruire relazioni e nuovi percorsi è una funzione specifica dell’assistente sociale.

Vi sono però alcuni rischi, da un lato può esservi la tendenza ad un ruolo burocratico-amministrativo, mentre dall’altro vi è il pericolo che invada il ruolo dell’animatore o dello psicologo.

E’ inoltre da considerare che in alcuni contesti il ruolo di questo professionista, là dove sia l’unica figura sociale esistente, corra il rischio di bruciarsi in un sovraccarico di funzioni, emerge allora la sua eventuale centralità nel contribuire all’ampliamento delle figure psicosociali, attraverso la sensibilizzazione dell’organizzazione.

Ad ogni modo il profilo dell’assistente sociale è di fatto l’unico del settore sociale ad avere chiari limiti professionali, egli svolge la propria attività nell’ambito del sistema organizzativo delle risorse, a favore di individui, gruppi e famiglie per prevenire e risolvere situazioni di bisogno[136].

L’assistente sociale, svolge dunque un’azione indiretta di coordinamento e di mediazione, disponendo di nuove competenze relative all’attivazione della cultura di comunità.

Il titolo doveva essere precedentemente alla nuova riforma universitaria a livello para-universitario, mentre dall’anno accademico 2002-2003 è diventato una laurea triennale.

L’operatore socio-assistenziale (OSA), è stato uno dei primi ruoli sociali di base attivati su tutto il territorio nazionale con definizioni diverse da regione a regione.

Successivamente è comparso il termine ADEST (assistente domiciliare e dei servizi tutelari), è seguita poi la figura professionale dell’OTA (operatore tecnico dell’assistenza), la quale veniva formata solo dalle Aziende Sanitarie.

Attualmente è in vigore la figura dell’OSS (operatore socio-sanitario), che unisce nelle proprie competenze l’assistenza sociale, la quale era precedentemente compito dell’OSA e l’assistenza sanitaria dell’OTA.

In confronto al passato stanno cambiando i bisogni degli anziani a cui rispondere, che richiedono nuove tecniche e competenze[137].

A queste figure viene allora richiesto di saper fare molte cose, essi devono fare alzare dal letto l’anziano, occuparsi della sua igiene e della sua alimentazione, devono essere talora in grado di rilevare segni e sintomi, osservare, controllare, ascoltare, tranquillizzare.

Ma gli viene anche richiesto di farsi mediatori e interpreti nei confronti di altri anziani e colleghi, rimane ferma inoltre la centralità di un rapporto diretto e continuativo e nel contempo ricco di ambivalenza, aggressività, zelo eccessivo, richieste pressanti, deleghe totali.

A fronte di questi gravosi compiti, emerge una scarsa visibilità e incentivi economici inferiori ad altre professioni.

Emerge inoltre la continua vicinanza alla sofferenza e alla morte e una ricerca continua di equilibrio della propria personalità in situazioni limite.

A questi professionisti andrebbe riconosciuto il diritto di fare parte dell’équipe ed avere conseguentemente pari dignità con le altre figure professionali, perchè svolgono dei compiti essenziali, ma nello stesso tempo non viene considerato a sufficienza il loro operato.

Si evidenzia allora come questo ruolo sia indispensabile per sostenere processi riabilitativi e ricostruire storie di vita, inoltre è doveroso ricordare che attraverso le sue mansioni questa figura professionale è depositaria di confidenze e segreti degli utenti.

Emerge qui il problema della formazione e della supervisione che dovrebbero sempre essere attuate per un buon sostegno psicologico e una migliore funzione assistenziale.

Inoltre formazione e supervisione rappresentano una sfida per chi vuole impegnarsi per rinnovare le istituzioni.

Ecco allora che alla sicurezza dei protocolli sanitari si sostituisce la complessità dei mondi pedagogici[138], e vengono così predisposti all’interno dei corsi attuali dei modelli psico-pedagogici.

La figura dell’animatore è forse quella che maggiormente non ha ancora una chiara definizione.

All’interno degli istituti l’animatore incorpora tutte le contraddizioni e le oscillazioni proprie dell’attività di animazione, cominciando dal difficile riconoscimento del proprio ruolo[139].

Il suo operato è spesso ritenuto mero intrattenimento rispetto alle altre attività ritenute più importanti.

Inoltre vi è una riflessione d’obbligo, a cui non si può non pensare, ed è l’identità dell’animatore in rapporto a quella dell’educatore, dibattito che è attualmente in corso, la confusione poi aumenta se si pensa anche al corso di laurea in Scienze dell’Educazione ad indirizzo educatore, che però prevede un diploma di laurea, quindi anche un livello direttivo e retributivo maggiore alle altre professioni, si può prevedere allora che nel futuro si debba sviluppare un metodo equo per dare ad ogni titolo una giusta collocazione, non solo a livello retributivo, ma anche per quanto concerne gli ambiti d’intervento.

Il dibattito teorico tra lavoro animativo ed educativo è certamente destinato a continuare, ma è certamente importante sottolineare che oltre a mirare ad una riduzione del disagio è anche di primaria importanza stimolare una promozione all’agio tendente allo sviluppo e al cambiamento.

Emerge subito quindi quanto sia determinante sviluppare capacità e abilità che implichino tecniche idonee ed esperienze relazionali, tenendo conto della difficoltà e della eterogeneità delle patologie della vecchiaia.

L’animatore è comunque la figura professionale più sola anche in termini di contrattualità, questa figura associa la libertà di azione da un lato con l’abbandono dall’altro, inoltre spesso un animatore è lasciato solo con alcune decine di pazienti, situazione che di per se rappresenta già una dichiarazione d’impotenza.

E’ quindi una professione sempre impegnata a ridefinirsi e a essere definita, l’animatore lo si può intendere comunque come attivatore di risorse e figura multidisciplinare, per non rischiare che si riduca ad un tecnico specializzato, ma non può essere neanche una figura generalista.

Può anche essere considerato come un componente essenziale dei gruppi di lavoro, egli può impegnarsi in azioni di supporto alla relazione degli addetti all’assistenza di base con gli utenti.

Nell’ambito delle varie attività nelle istituzioni, egli può scegliere su quali aspetti operare, può ad esempio organizzare attività differenziate o episodiche o si può specializzare in alcune di esse, è essenziale anche che consideri il territorio circostante come un’estensione dell’istituto in cui opera.

L’animazione è compresa tra paradigmi culturali e operativi dell’educazione e i ruoli delle figure assistenziali, poli nei quali l’animatore oscilla senza peraltro determinare equilibri e mansioni specifiche.

La Commissione ministeriale degli anni 1982-83, non prese in considerazione l’animatore, ritenendo che questa figura potesse confluire in quella dell’educatore professionale[140].

Le direttive della Comunità Europea richiedono una figura che abbia un riconoscimento su tutto il territorio comunitario.

In Liguria con la Deliberazione del Consiglio Regionale n. 15 del 06-02-1996, si prevede la presenza dell’animatore nelle case di riposo, senza precisarne il profilo professionale, ma anche su tutto il territorio nazionale si sta affermando tale figura.

E’ necessario anche che l’animatore possegga le competenze per gestire il colloquio terapeutico individuale e per condurre con padronanza i processi psicosociali dei gruppi, pur non essendo uno psicologo.

Deve essere in grado di saper gestire strumenti quali il metodo Validation o la Reality Orientation Therapy (ROT), ed essere in grado di tessere un percorso di rete con la comunità che sta attorno alle istituzioni, perchè gli anziani non si sentano ai margini della società, ma conservino ruoli attivi nonostante il passare degli anni.

Il medico è sicuramente una professione che ai giorni nostri non lascia dubbi, egli ricopre ruoli ben consolidati, si occupa di tutte le prestazioni previste dal Sistema Sanitario Nazionale, aggiorna e controlla continuamente le cartelle dei pazienti, pratica interventi diagnostici e curativi, attiva consulenze specialistiche, si occupa della formazione del personale addetto ai servizi sanitari[141].

Secondo Taccani, Tramma e Barbieri Dotti[142], il medico è intercalato in un mosaico di professionalità umana attraverso lo sguardo, il contatto, la stretta di mano, l’ascolto e la risposta che si compongono sotto gli occhi del paziente.

Da un antico precetto della medicina, si indica la compresenza nel ruolo del medico di sentimenti di amicizia verso l’uomo e di capacità di essergli di aiuto con le proprie tecniche.

Nel tempo si sono avute alcune impostazioni medico-sanitarie diverse nella cura degli anziani ricoverati, da un atteggiamento teorico basato sulle parole ad un impegno centrato solo sulla medicalizzazione: attualmente si va comunque verso una moderna gerontologia, la quale in modo equilibrato cerca di curare in senso più ampio.

Il medico oggi cerca allora di interpretare ciò che avviene in un organismo che invecchia e capire il significato di ordine e disordine, individuando quali alterazioni all’interno dell’individuo che invecchia abbiano carattere compensatorio e adattivo e quali invece siano di segno veramente distruttivo.

Anche la figura del medico ruota intorno al concetto di qualità della vita, alla quale egli contribuisce attraverso la cura dei pazienti cronici.

Con questi tipi di pazienti occorre costruire un rapporto medico-paziente molto specifico, che si basi anche sulla relazione e sulla fiducia, e tenga conto della salute residua di ciascuno.

Emerge allora una visione secondo cui alcuni sintomi non siano necessariamente patologici, ma diventino uno dei modi di “stare al mondo”.

Chi è anziano costruisce con il proprio corpo un rapporto particolare, il compito del medico nelle strutture per anziani è quindi molto difficile, perchè egli deve per prima cosa conoscere bene la storia dei suoi pazienti, i quali hanno diritto a ricevere tutte le cure e gli interventi necessari, ma è evidente che se non vi è una adeguata conoscenza dell’anamnesi di ogni individuo, non è nemmeno possibile operare con efficacia.

Vi sono malattie non guaribili, allora il termine “curare” assume il significato anglosassone più ampio di “prendersi cura”, che va ben oltre le cure mediche.

Questa professione quindi, richiede una sorta di alleanza con l’anziano, o una collaborazione continua, e si deve fare molta attenzione a non usare il potere che questo ruolo conferisce per creare vecchie e nuove forme di violenza istituzionale.

L’infermiere è una professione che concede uno status sociale forte e riconosciuto, è un ruolo dinamico che mette a contatto con le persone ed è coinvolgente, secondo alcune interpretazioni attraverso l’intervento alle malattie degli altri, vengono esorcizzate le proprie, nonché la propria morte.

L’intervento terapeutico che questa figura svolge all’utenza anziana continua ad esistere anche quando si tratta di malattie croniche, non vi può essere quindi abbandono terapeutico, ma il prendersi cura deve estendersi nel tempo, ora dal momento che l’infermiere professionale viene per lo più preparato all’ambiente ospedaliero, dove il rapporto con il paziente dura relativamente poco, è ovvio che invece l’assistenza all’anziano presenta delle differenze notevoli, essa è molto più coinvolgente e duratura nel tempo: inoltre la cronicità e la non autosufficienza comportano un lavoro con se stessi e con gli altri molto particolare.

Quando si stabilisce una relazione a lungo termine con l’individuo malato cronico è necessario sapere curare senza aspettarsi la guarigione, e talvolta nemmeno il mantenimento di livelli minimi di autonomia, ciò è frustrante perchè subentrano reazioni interiori e sentimenti ambivalenti che rischiano di allontanare dal paziente, il quale perde la valenza di unicità, viene così dimenticato ed inserito nella routine quotidiana.

Come per gli altri operatori addetti all’assistenza l’infermiere professionale deve essere in grado di supportare e dare sicurezza ai pazienti, e contenere i sentimenti negativi che emergono in persone che hanno spesso perso la speranza di qualsiasi piccolo cambiamento.

Inoltre deve fare anch’esso molta attenzione al potere e alla sudditanza che il suo ruolo può conferire, cioè il senso di superiorità e l’onnipotenza verso l’utenza e verso i collaboratori di livello inferiore con i quali divide spesso lo spazio lavorativo.

L’attività infermieristica viene svolta generalmente durante tutto l’arco della giornata, compreso il periodo notturno, tra i vari compiti l’infermiere professionale effettua la programmazione dei propri piani di lavoro e del personale alle proprie dipendenze, annota nelle cartelle cliniche i parametri vitali (temperatura, polso, pressione), si occupa della compilazione dei dati statistici, del carico e scarico medicinali, disinfettanti, ecc.

Si occupa della sorveglianza degli ospiti, della loro assistenza, della somministrazione dei medicinali prescritti dal medico, nonché all’esecuzione di trattamenti diagnostici e curativi come ad esempio possono essere prelievi capillari e venosi del sangue, vaccinazioni per via orale o intramuscolare, medicazioni, bendaggi, cateterismo nell’uomo e nella donna, ecc[143].

Tra gli operatori della riabilitazione il terapista della riabilitazione ha un compito professionale di interventi sanitari-riabilitativi di ripristino delle funzioni di mantenimento, di diminuzione del dolore, di allentamento di tensioni e stimolo al movimento[144].

Questo professionista deve convincere il paziente che il suo corpo è la sua ricchezza ed è vivo, è degno di rispetto e di cura, anche in questo caso naturalmente è molto più complesso lavorare con pazienti che forse non cammineranno mai più, che talvolta non avranno miglioramenti visibili.

Una cosa certa è che comunque gli obiettivi della rieducazione psicomotoria dovranno essere sempre rivolti alla valorizzazione delle funzioni residue e delle strategie di adattamento, è altresì importante che anche il terapista della riabilitazione conosca l’anamnesi del paziente e collabori attivamente con gli altri operatori, incentivando un programma riabilitativo atto a ripristinare nell’utente sia il corpo che la mente.

Quindi merita considerazione la necessità di un buon clima relazionale e di una interdipendenza con tutta l’équipe multidisciplinare.

Il pericolo maggiore per questo professionista è quello di ingaggiare una sfida con il malato, ritenendo che quello che si vuole per lui sia il meglio, senza però tenere in alcun conto i suoi desideri e le sue reali necessità che sono spesso diverse da quelle di coloro che operano nella riabilitazione.

Il fisioterapista o terapista della riabilitazione, esegue trattamenti prescritti dal fisiatra: svolge varie tipologie di attività terapeutiche di rieducazione funzionale alla disabilità motoria, psicomotoria e cognitiva attraverso l’uso di adeguate tecniche manuali, fisiche, massoterapiche e occupazionali, inoltre propone l’adozione di protesi e ausili verificandone l’efficacia.

I trattamenti possono essere effettuati in palestre attrezzate o nel letto dell’utente, e devono essere personalizzati.

La presenza dello psicologo nella struttura per anziani è un fatto relativamente nuovo, non molto diffuso, la psicologia è solo da poco tempo che ha rivolto la propria attenzione verso la senilità.

Vigono in questo caso degli stereotipi molto duri a morire, secondo cui il paziente anziano segue una involuzione senile inevitabile che determina problemi cognitivi, psicorelazionali e affettivi tipici di questa età.

Questi convincimenti non hanno certo contribuito a far nascere negli psicologi il desiderio di lavorare dentro le mura di un istituto, ma il nuovo concetto di vecchiaia e della possibilità di un recupero del benessere psicologico anche in tarda età in concomitanza alle difficoltà dell’attuale mercato del lavoro, hanno contribuito ad un mutamento di rotta.

Assume importanza la necessità di un lavoro multidisciplinare nel quale è inserito a pieno titolo anche il ruolo dello psicologo, in una sorta di territorio di confine tra competenze mediche, psichiatriche, geriatriche e psicologiche.

Il supporto psicologico è estremamente importante nel rapporto con il singolo anziano, con i parenti, nella supervisione e nella formazione degli operatori sociali, che spesso sono sovraccarichi di stress.

L’ascolto e il sostegno psicologico possono alleviare i disturbi degli anziani, anche senza eliminarli totalmente, possono essere risposte terapeutiche ai disagi anche dei famigliari, oltre che degli utenti: può essere un aiuto per far fronte alle perdite, che ogni individuo purtroppo è costretto a subire in tarda età (pensionamento, malattie, lutti).

L’educatore professionale è una figura che ha avuto solo con l’attuale anno accademico (2002-2003) un riconoscimento ufficiale con l’attuazione del corso di laurea di educatore professionale, con la collaborazione della Facoltà di Scienze della Formazione e della Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Nel passato pur essendo un operatore in grado di esercitare la propria professionalità ed essendo inserito in un lavoro pedagogico per eccellenza questa figura era lasciata all’iniziativa degli Enti locali o scuole e associazioni private.

Questo professionista ha vissuto situazioni confuse, come ad esempio quando con il Decreto n. 57 del 17-01-1997, veniva riconosciuta un altra figura di chiara tradizione psichiatrica, il tecnico dell’educazione e dalla riabilitazione psichiatrica e psicosociale, che contribuì ulteriormente a determinare una situazione già di per sé non certo chiara ed univoca[145].

Per alcuni autori[146], l’educatore professionale è un operatore che in base ad una specifica formazione professionale con l’utilizzo di metodi e tecniche pedagogiche, psicologiche e sociali favorisce lo sviluppo personale e sociale, nonché l’autostima degli individui anziani, egli osserva e registra i comportamenti del singolo e del gruppo, svolge colloqui, redige piani di lavoro con gli ospiti, programma momenti di attività di gruppo e utilizza le occasioni di vita quotidiana per una funzione educativa.

Infine lo psicopedagogista rappresenta la garanzia della progettualità educativa ed interagisce anch’esso con gli altri professionisti[147].

Egli è l’estensore e poi il garante del progetto educativo, connette le attività di aiuto alla persona con le necessarie tecniche e metodologie.

Inoltre integra attraverso una supervisione periodica le strumentazioni teoriche e pratiche delle altre figure professionali, le quali sono prima di tutto quelle dell’assistente sociale e dell’educatore: supervisione che assume una funzione preventiva della sindrome di burn-out e diventa uno strumento di valutazione dei processi e degli eventi educativi.

Il punto essenziale è che per offrire un’assistenza ottimale all’individuo anziano e ai famigliari è necessario che ciascuna figura professionale sviluppi delle capacità tecniche e comunicative, rispettando sempre però dei confini che non sempre risultano essere ben delimitati.


 

Conclusioni.

 La senilità è un argomento estremamente attuale, che sta emergendo in tutta la sua complessità, la vita media aumenta (e ciò non può che essere positivo), paradossalmente però aumenta lo squilibrio che si va creando nello stato sociale, ciò richiede allora una ristrutturazione profonda nella società occidentale, che però richiederà anche cambiamenti radicali ed una visuale che valorizzi gli anziani, non solo come cittadini che giustamente si godono e si godranno la loro pensione come frutto del loro lavoro, ma anche come soggetti ancora in grado di produrre e lavorare con grandi capacità anche artistiche.

Essi saranno in grado più dei giovani di eseguire lavori artigianali che nel tempo si vanno sempre più assottigliando.

Saranno quindi depositari di tecniche e metodi artigianali che con le moderne tecnologie automatizzate si stanno inevitabilmente estinguendo.

Senza poi contare la ricchezza delle loro esperienze e le loro capacità di adattamento, che sono quelle che gli hanno permesso di superare momenti veramente difficili, che noi forse non saremmo in grado di sopportare.

Considerando poi che hanno vissuto gli eventi storici del 900, è innegabile che siano le fondamenta della nostra memoria storica, hanno superato le guerre, i bombardamenti, sono stati testimoni del dopoguerra, del 68 fino agli eventi più recenti, viene allora da chiedersi: «come hanno fatto queste persone a sopravvivere ed arrivare fino a venerabili età, come possono essere novanta o cento anni?».

Alcuni anziani inoltre vi arrivano con grandi capacità di adattamento, riflessione e abilità fisiche e cognitive.

Possono allora essere certamente nostri maestri di vita e portatori di consigli ed esperienze.

Nei miei quindici anni di duro lavoro con gli anziani, ritengo che ognuno di loro mi abbia insegnato molte cose, ne ho visti molti, alcuni li ho visti morire ed è un momento molto triste, da un lato si pensa che fosse giusto per chi soffre mettere fine alle proprie pene, ma ciò inevitabilmente può lasciare spazio a dubbi, sensi di colpa e rimorsi che non sempre sono nostri, e può favorire in noi domande legittime sulla morte.

Ritengo però che siano comunque esperienze che fanno apprezzare il valore della vita e permettono di comprendere valori che altrimenti non si riuscirebbero talvolta neanche a vedere.

Vi è veramente molto da imparare da tutti gli individui anziani, ciascuno di loro ci può insegnare,ed è stupefacente vedere alcuni di loro che dopo una vita difficile, magari con deficit più o meno gravi, manifestano una positività tale da sentirsi ancora giovani, ironici ed allegri.

Questo attuale argomento ciò nonostante non si può certamente esaurire con questo scritto, altrettanto certo è il fatto che vi è e vi sarà ancora molto da dire.

E’ da considerare inoltre che vi è pieno fermento nella società contemporanea e nessuno può prevederne gli effetti futuri, compresi quelli dei flussi migratori.

Ma comunque vadano le cose, sarà sempre di primaria importanza l’attuazione della bildung di ogni individuo, sia essa autoformazione sia eteroformazione.

 


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[1] Guido Amoretti –Maria Teresa Ratti, Psicologia e terza età, Carocci Editore, Roma, 2000.

2] Roberto franchini (a cura di ), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, FancoAngeli, Milano, 1999.

[3] Pierpaolo donati, Manuale di sociologia della famiglia, Editori Laterza, Roma Bari, 1999.

[4] Sergio Pasquinelli e Michela Barbot in Cristiano Gori (a cura di), Le politiche per gli anziani non autosufficienti, FrancoAngeli, Milano, 2001. 

[5] Domitia Mazzi in Fondazione Leonardo, Secondo rapporto sugli anziani 2000-2001, FrancoAngeli, Milano, 2001. 

[6] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, Erickson, Trento, 1988.

[7] Www.santegidio.org/news/rassegna/2002/0727.

[8]  Www.clorofilla.it/ articolo.asp?articolo=738

[9] Gli anziani in provincia di Savona: Demografia ed economia del 17 gennaio 2002, Provincia di Savona, settore politiche lavoro e sociali, osservatorio del mercato del lavoro della provincia di Savona.

[10] Domitia Mazzi, in Secondo rapporto sugli anziani in Italia 2000-2001, op. cit.

[11] Isa Ferraguti in Giovanni Pieretti e Sebastiano Porcu (a cura di), Le politiche sociali per gli anziani nella prospettiva europea, FrancoAngeli, Milano, 1992.

[12] Gli anziani in provincia di Savona, op. cit.

[13] Carla Costanzi, Pionieri, FrancoAngeli, Milano, 2000.

[14] Marta Vinci, in Secondo rapporto sugli anziani in Italia 2000-2001, op. cit.

[15] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op. cit.

[16] Gli anziani in provincia di Savona, op. cit.

[17] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op cit.

[18] Gli anziani nella provincia di Savona, op. cit.

[19] Gerwald wallnofer, Pedagogia interculturale, BrunoMondadori, Milano, 2000.

[20] Pierpaolo Donati, Manuale di sociologia della famiglia, op.cit.

 [21]Federico Astengo, in Roberto Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

 [22] Cristiano Gori (a cura di), Le politiche per gli anziani non autosufficienti, op.cit.

 [23] Cristiano Gori e Sergio Pasquinelli, in Cristiano Gori (a cura di), Le politiche per gli anziani non autosufficienti, op.cit.

[24] Luca Beltranetti in Cristiano Gori (a cura di), Le politiche per gli anziani non autosufficienti, op.cit.

 [25] Umberto Galimberti, Psicologia, Garzanti, Torino, 1999.

[26] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia e terza età, op.cit.

 [27] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia e terza età, op.cit.

[28] Linda L.Viney, L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano, Erickson, Trento, 2001

[29] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op.cit.

 [30] Carla Costanzi, Pionieri, op.cit.

[31] Pietro Roveda, Aggressività e intercultura, Editrice La Scuola, 1999.

[32] Carla Costanzi, Pionieri, op.cit.

[33] Linda L.Viney, L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano, op.cit.

[34] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia e terza età, op.cit.

 [35] Rita Scarvaglieri, Hygiene, Le Mani Università, Genova, 1997.

[36] Linda L. Viney, L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano, op.cit.

[37] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia e terza età, op.cit.

[38] Gli anziani in provincia di Savona, op.cit.

 [39] Guido Amoretti - Maria Teresa Ratti, Psicologia e terza età, op.cit.

 [40] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia e terza età, op.cit.

[41] Linda L.Viney, L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano, op.cit.

[42] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia della terza età, op.cit.

[43] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia della terza età, op.cit.

[44] Linda L.Viney, L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano, op.cit.

[45] Linda L.Viney, L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano, op.cit.

 [46] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia e terza età, op.cit.

[47] Patrizia Taccani - Sergio Tramma - Antonia Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, Carocci                             Editore, Roma, 1999. 

[48] Federico Astengo in Roberto Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

[49] Marzio Bartolini da Il sole 24 ore - 01/luglio/2002, www.federfarma.it,set./news.

[50] Federico Astengo in Roberto Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

 [51] Giuseppe Veltrone in Giuseppe Cartelli (a cura di), Igiene mentale, La Nuova Italia, Firenze, 1996.

 [52] Guido Amoretti - Maria Teresa Ratti, Psicologia della terza età, op.cit.

 [53] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[54] Tullio Bandini - Uberto Gatti, Delinquenza giovanile, Giuffrè editore, Milano, 1987.

[55] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

 [56] Andrea Cannevaro-Alain Goussot (a cura di), La difficile storia degli handicappati, Carocci Editore, Roma, 2000.

[57] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

 [58] Carla costanzi, Pionieri, op.cit. 

[59] Giuseppe Cartelli, Handicap pregiudizi e stereotipi, Bulzoni Editore, Roma, 1993.  

[60] Giuseppe Cartelli, Handicap pregiudizi e stereotipi, op.cit.

[61] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia della terza età, op.cit.

 [62] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia della terza età, op.cit.

 [63] Guido Amoretti-Maria Teresa Ratti, Psicologia della terza età, op.cit.

[64] Mario Gennari, Filosofia della formazione dell’uomo, Studi Bompiani, Milano, 2001.

[65] Carol R.Ember-Melvin Ember, Antropologia culturale, Il Mulino, Bologna, 1998.

 [66] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

 [67] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op.cit.

[68] Robert Carkhuff, L’arte di aiutare, Erickson, Trento, 1999.

[69] Roger Mucchielli, Apprendere il counseling, Erickson, Trento, 2000.

[70] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op.cit.

[71] Roger Mucchielli, Apprendere il counseling, Erickson, Trento, 2000.

[72] Graziella Corsinovi in Giuseppe Cartelli (a cura di ), Arcipelago diversità, Bulzoni Editore, Roma, 2001.

[73] Cristina Calmieri, La cura educativa, FrancoAngeli, Milano, 2000.

[74] Primo convegno interdisciplinare organizzato da nuova A.N.S.I.I.E. Su Didabilità e riabilitazione del 27 Settembre   2002 a Genova.

 [75] Cristina Calmieri , La cura educativa, op.cit.

[76] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[77] Roberto Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

 [78] Federico Astengo e Umberto Tortarolo in Roberto Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per

anziani, op.cit.

[79] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[80] Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, Edizioni Demetra, Verona, 2000.

[81] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[82] La Repubblica del 6 agosto 2002.

[83] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

 [84] Beatrice Travalca Cupillo, Foniatra Clinica Otorinolaringoiatrica Azienda Ospedaliera San Martino e Cliniche Universitarie Convenzionate di Genova, Disabilità e riabilitazione e musicoterapia oggi, Atti del 1º convegno interdisciplinare organizzato da nuova A.N.S.I.I.E., Genova 27-28-29 Settembre 2002.

 [85] Lucia Vennini in Barbara Bentani-Mara Manetti-Lucia Vennini (a cura di), Psicologia dei gruppi, Franco Angeli, Milano, 1998.

[86] Gian Piero Quaglino-Sandra Casagrande-Anna Maria Castellano, Gruppo di lavoro-lavoro di gruppo, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.

[87] Giuseppe Moro, La formazione nelle società post-industriali, Carocci editore, Roma, 1998.

[88] I° Convegno interdisciplinare organizzato da nuova A.N.S.I.I.E, tenuto a Genova il 27-28-29 Settembre 2002, Disabilità e riabilitazione e musicoterapia oggi.

 [89] Francesco Novara-Guido Sarchielli, Fondamenti di psicologia del lavoro, il Mulino, Bologna, 1996.

 [90] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[91] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op.cit.

[92] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

 [93] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op.cit.

 [94] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[95]  Opera citata precedentemente.

[96] Giuseppe Di Masi - Vito Plastino-Raffaella Vitale, Progettare la qualità nelle residenze per anziani, FrancoAngeli, Milano, 2001.

[97] Claudio Bezzi, Il disegno della ricerca valutativa, FrancoAngeli, Milano, 2001.

[98] Mauro Palumbo, Il processo di valutazione, FrancoAngeli, Milano, 2001. 

[99] G. De Masi-V. Plastino-R.Vitale, Progettare la qualità nelle residenze per anziani, op.cit.

 [100] Giuseppe Colombero, Dalle parole al dialogo, Edizioni San Paolo, Milano, 1988.

[101] G.De Masi-V.Plastino-R.Vitale, Progettare la qualità nelle residenze per anziani, op.cit.

 [102] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[103] Bonnie Genevay-Renée S.Kats, Le emozioni degli operatori nella relazione di aiuto, Erickson, Trento, 2000.

[104] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[105] Giovanna Salvioni in Fondazione Leonardo, IIº rapporto sugli anziani in Italia 2000/2001, op.cit.

[106] R.Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

[107] Paolo Parra Saiani in Fondazione Leonardo, IIºrapporto sugli anziani in Italia 2000/2001, op.cit.

[108] Carla Costanzi, Pionieri, op.cit.

 

[109] Alfredo Agustoni in Fondazione Leonardo, IIºRapporto sugli anziani in Italia 2000/2001, op.cit.

[110] Alfredo Agustoni in Fondazione Leonardo, II°Rapporto sugli anziani in Italia 2000/2001, op.cit.

[111] Simone De Beauvoir, La terza età, ed.Einaudi, Torino, 1970.

[112] Eric Erikson, I cicli della vita, ed,Armando, Roma, 1982.

[113] Peter Laslett, Una nuova mappa della vita, Il Mulino,Bologna, 1992.

[114] Alfredo Agustoni, Fondazione Leonardo, IIºRapporto sugli anziani in Italia, op.cit.

 

[115]  P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[116]  J.H.Weakland-J.Herr, L’anziano e la sua famiglia, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1986.

 

[117] H.G.Gadamer, Dove si nasconde la salute, Raffaello Cortina, Milano, 1994

[118] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[119]  Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op.cit.

 

[120] B.Genevay-R.S.Katz, Le emozioni degli operatori nella relazione di aiuto, op.cit.

 

[121] Mary Marshall, Il lavoro sociale con l’anziano, op.cit.

 

[122] Mauro Scardovelli in Giuseppe Cartelli (a cura di), Arcipelago diversità, op.cit.

 

[123]  Disabilità e riabilitazione e Musicoterapia oggi, Atti del  I°Convegno, op.cit.

 

[124] Eugenia Natoli in Giuseppe Cartelli (a cura di), Arcipelago diversità, op.cit.

 

[125] Bonnie Genevay-Renée S.Katz, Le emozioni degli operatori nella relazione di aiuto, op. cit., Presentazione di Lorenzo Gasperi Psichiatra e gerontologo - Ospedale psichiatrico di Borgo (TN).

[126]  Bonnie Genevay-Renéè S.Katz, Le emozioni degli operatori nella relazione di aiuto, op.cit.

 

[127]  Linda L.Viney, L’uso delle storie di vita nel lavoro con l’anziano, op.cit.

 

[128] Arja Ketola Gonzaga, in Roberto Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

[129] Naomi Feil, Il metodo Validation, Sperling & Kuffer, Editori, Milano, 2000.

 

[130] Arja Ketola Gonzaga, in Roberto Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

 

[131]  Naomi Feil, Il metodo Validation, op.cit.

 

[132]  WWW.italz.it/docs/demfam/26.htm.

[133]  WWW.richiedei.it.riabilitazione.asp?tid=6

[134]  Francesco Florenzano in Roberto Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

 

[135]  P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[136]  R.Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

[137] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[138] R.Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

[139] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

 

[140]  R.Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

[141]  G.De Masi-V.Plastino-R.Vitale, Progettare la qualità nelle residenze per anziani, op.cit.

[142]  P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri Dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

[143] G.De Masi-V.Plastino-R.Vitale, Progettare la qualità nelle residenze per anziani, op.cit.

[144] P.Taccani-S.Tramma-A.Barbieri dotti, Gli anziani nelle strutture residenziali, op.cit.

 

[145] R.Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.

[146] G.De Masi-V.Plastino-R.Vitale, Progettare la qualità nelle residenze per anziani, op.cit.

 

[147] R.Franchini (a cura di), La figura dell’animatore nelle strutture per anziani, op.cit.